Sintesi
Carmelo Cinturrino, di origini messinesi, ha ammesso davanti al Gip di avere sparato per timore nel boschetto di Rogoredo, quartiere della periferia di Milano,il 26 gennaio causando la morte di Abderrahim Mansouri e di avere alterato la scena del crimine, ribadendo la tesi della legittima difesa ma negando richieste di denaro agli spacciatori. I colleghi lo accusano di metodi violenti e di pressioni per ottenere soldi e droga, mentre la compagna respinge ogni addebito di corruzione. Parallelamente emergono altre inchieste che coinvolgono appartenenti alle Forze dell’ordine, dal caso dei furti al negozio Coin di Roma Termini fino al maxi blitz della Direzione Distrettuale Antimafia per traffico di stupefacenti con arresti anche tra poliziotti. Intanto è in vigore il Decreto Sicurezza approvasto dal Governo con l’introduzione del cosiddetto scudo, procedurale tramite annotazione preliminare e del fermo preventivo, misura che ha suscitato confronto politico e giuridico. Resta centrale l’esigenza che la Magistratura accerti rapidamente i fatti, così anche da evitare generalizzazioni che colpiscano le nostre Forze dell’ordine fornendo, anche solo implicitamente, un destro a corruzione, delinquenza e mafia.

Articolo
Il 26 gennaio, nel boschetto di Rogoredo, quartiere alla periferia sud orientale di Milano, un unico colpo esploso da circa 30 metri ha ucciso il 28enne Abderrahim Mansouri. A premere il grilletto è stato Carmelo Cinturrino, di orginini sicilialne nel messinese e assistente capo della Polizia di Stato, oggi detenuto nel carcere di Carcere di San Vittore con l’accusa di omicidio volontario. Davanti al Giudice per le indagini preliminari (Gip, Magistrato che valuta la legittimità degli atti nella fase iniziale del procedimento penale) Domenico Santoro e al Procuratore Marcello Viola, l’agente ha dichiarato: “Ho perso il controllo, ho sparato per paura. Dovevo far rispettare la legge e ho sbagliato”.

Assistito dall’avvocato Piero Porciani, ha riconosciuto di avere simulato la presenza di un’arma accanto al corpo della vittima, collocando una pistola risultata poi fittizia, ma ha escluso di avere mai incassato somme dagli spacciatori. La difesa insiste sulla legittima difesa, sostenendo che l’agente temeva che il giovane impugnasse un revolver. Tuttavia gli accertamenti tecnici, compresi quelli genetici, hanno evidenziato tracce riconducibili al poliziotto sull’arma simulata. Secondo la ricostruzione investigativa, Cinturrino avrebbe chiesto a un collega di recuperare una borsa in ufficio, all’interno della quale si trovava la falsa Beretta poi posizionata vicino al cadavere. Alcuni colleghi, attualmente indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, hanno riferito di avere visto l’assistente capo spostare il corpo e collocare un “oggetto scuro” accanto alla vittima. Hanno inoltre descritto metodi operativi definiti aggressivi e opachi, parlando di richieste di denaro e sostanze stupefacenti nei confronti di frequentatori dell’area. La compagna dell’agente, intervistata dall’ANSA (Agenzia Nazionale Stampa Associata), ha respinto le accuse definendole “pure falsità” e sostenendo che, qualora abbia commesso errori, “pagherà”, ma negando qualsiasi estorsione. Mentre il Gip si appresta a decidere sulla convalida del fermo e sulla misura cautelare, le indagini proseguono per chiarire eventuali responsabilità ulteriori e verificare se vi siano state prassi distorte all’interno del Commissariato di appartenenza.

Il caso si inserisce in un contesto più ampio di inchieste che hanno lambito appartenenti alle Forze dell’ordine. A Roma, un’indagine coordinata dalla Procura ha coinvolto 44 persone per furto aggravato in concorso presso il punto vendita Coin della stazione Roma Termini. L’ammanco, quantificato in 184mila euro dopo l’inventario di febbraio 2024 relativo all’anno precedente, sarebbe legato a operazioni di cassa simulate e alla rimozione dei dispositivi antitaccheggio. Tra gli indagati figurano 21 appartenenti alle Forze dell’ordine, tra Polfer (Polizia Ferroviaria) e militari dell’Arma. Le difese sottolineano la modestia dei singoli episodi contestati rispetto al volume complessivo dell’inchiesta.
Sempre nella Capitale, su disposizione della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA, ufficio della Procura competente per i reati di criminalità organizzata) e con l’esecuzione della Direzione Investigativa Antimafia (DIA, organismo interforze specializzato nel contrasto alle mafie), il Gip del Tribunale capitolino ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 7 persone accusate di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Tra queste, 3 appartenenti alla Polizia di Stato, ritenuti gravemente indiziati di avere detenuto e ceduto droga, effettuato accessi abusivi allo SDI (Sistema di Indagine, banca dati interforze) e rivelato informazioni riservate a un soggetto operante nel quartiere Tufello. Secondo l’ipotesi accusatoria, parte della sostanza sequestrata durante controlli mirati non sarebbe stata interamente repertata ma redistribuita al sodalizio in cambio di denaro.
In questo scenario, il richiamo a evitare generalizzazioni appare centrale. Le responsabilità individuali devono essere accertate con rigore e tempestività, tanto più quando trattasi di rappresentanti dello Stato e a tutti i livelli nessuno indenne, ma non possono tradursi in una delegittimazione complessiva delle istituzioni, nella fattispecie delle nostre Forze dell’ordine, rischio che finirebbe per favorire, anche non volendolo, criminalità organizzata, delinquenza e corruzione.
Sul piano normativo, è entrato in vigore il nuovo Decreto Sicurezza, approvato dal Consiglio dei ministri, bollinato dalla Ragioneria generale dello Stato e firmato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il provvedimento introduce il cosiddetto “scudo”, procedurale attraverso l’annotazione preliminare, atto con cui il Pubblico ministero iscrive una notizia di reato in presenza di una causa di giustificazione, rinviando l’iscrizione formale nel registro degli indagati salvo incidente probatorio. L’annotazione, con durata massima di 150 giorni, garantisce diritti equivalenti a quelli dell’iscrizione e fa decorrere da quel momento i termini delle indagini preliminari.
Il testo prevede inoltre il fermo preventivo in presenza di un pericolo attuale per l’ordine e la sicurezza pubblica, con trattenimento fino a 12 ore negli uffici di pubblica sicurezza e immediata comunicazione al pubblico ministero. Intanto, sono autorizzati concorsi straordinari per 1.800 ispettori superiori della Polizia di Stato nel 2026 e 2.400 nel 2027, stanziamenti pluriennali per straordinari e sicurezza urbana, equiparazione delle lesioni a capotreni, controllori, docenti e arbitri a quelle contro pubblici ufficiali e inasprimento delle regole sulle armi da taglio con divieto di vendita ai minori.
Le inchieste giudiziarie e le riforme legislative procedono dunque su binari paralleli. Spetta ora alla Magistratura fare piena luce sui fatti, accertando responsabilità e circostanze con rapidità e precisione, nel rispetto delle garanzie. Non vanno infatti confuse le condotte di singoli, soprattutto di eventuali “mele marce” con l’operato dell’intero apparato di sicurezza dello Stato, se non si vuole, ci si ripete, fare un piacere, anche solo indirettamente, a corruzione, delinquenza e mafia.
Nota
In ottemperanza al diritto di cronaca tutelato dalla Costituzione, si precisa che, dato lo stadio di indagini in corso, ogni persona eventualmente coinvolta è da considerarsi innocente fino a una sentenza definitiva che accerti la sua colpevolezza.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









