Sintesi
La Corte d’appello di Torino stabilisce che è legittima l’inappellabilità delle assoluzioni da parte del Pubblico ministero. La decisione respinge la questione di costituzionalità sollevata dalla Procura. Il principio di parità tra accusa e difesa non implica una perfetta simmetria nei poteri di impugnazione. La normativa si inserisce nel quadro delle riforme volte a ridurre i tempi della giustizia. Il sistema resta coerente con i principi costituzionali e con le norme internazionali sui diritti dell’imputato.

Articolo
Si consolida nel sistema giudiziario italiano l’impianto della riforma sulla giustizia penale che limita la possibilità per il Pubblico ministero di impugnare le sentenze di assoluzione. Con la sentenza n. 495 del 2026, la Corte d’appello di Torino, seconda sezione penale, ha dichiarato infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Procura, confermando la validità della disciplina introdotta dalla riforma promossa dal ministro della Giustizia Carlo Nordio.

La decisione si colloca nel solco interpretativo già tracciato dalla Corte costituzionale, secondo cui il principio di parità tra accusa e difesa non comporta una perfetta equivalenza dei poteri processuali. La Corte evidenzia come eventuali differenze siano ammissibili purché giustificate da criteri di ragionevolezza e funzionalità del sistema giudiziario.

Nel dettaglio, i Giudici torinesi sottolineano che il potere di impugnazione del Pubblico ministero non rappresenta una diretta estensione del principio di obbligatorietà dell’azione penale, ma costituisce uno strumento distinto, suscettibile di limitazioni. Tale interpretazione si fonda anche su riferimenti normativi sovranazionali, che riconoscono il diritto al riesame della decisione esclusivamente in favore dell’imputato condannato. L’articolo 14 del Patto internazionale sui diritti civili e politici (trattato adottato a New York nel 1966 e reso esecutivo in Italia con legge n. 881 del 1977) garantisce il diritto a un secondo grado di giudizio per chi sia stato condannato. L’articolo 2 del Protocollo n. 7 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (accordo internazionale firmato a Strasburgo nel 1984 e recepito con legge n. 98 del 1990) ribadisce analogo principio; tali disposizioni non estendono il medesimo diritto al pubblico ministero.
Un elemento centrale della pronuncia riguarda la delimitazione dell’ambito applicativo della norma, che si riferisce esclusivamente ai reati a citazione diretta, ossia fattispecie di minore gravità e impatto sociale. La Corte evidenzia come tale restrizione renda la disciplina più equilibrata rispetto a precedenti interventi normativi, come la cosiddetta legge Pecorella (una norma italiana del 20 febbraio 2006 che ha modificato il codice di procedura penale, introducendo originariamente l’inappellabilità da parte del Pm delle sentenze di assoluzione, poi fortemente discussa, è stata successivamente dichiarata in più parti incostituzionale dalla Consulta).
La ratio della riforma viene individuata nella necessità di garantire la ragionevole durata del processo, principio sancito dall’articolo 111 della Costituzione, attraverso la riduzione del carico giudiziario delle corti d’appello. La compressione del potere di impugnazione del Pubblico ministero viene ritenuta compatibile con l’assetto costituzionale, in quanto il diritto di difesa, tutelato dall’articolo 24 della Costituzione, mantiene una posizione prevalente.
Nel dibattito giuridico recente, la riforma ha suscitato opinioni divergenti tra Magistratura e Avvocatura. Parte della dottrina evidenzia i benefici in termini di efficienza e riduzione dei tempi processuali, mentre altre posizioni sottolineano il rischio di limitare eccessivamente il ruolo dell’accusa. Tuttavia, la pronuncia della Corte d’appello di Torino rappresenta un passaggio significativo nel consolidamento interpretativo della riforma, confermandone la coerenza con i principi costituzionali e con gli obblighi internazionali assunti dall’Italia.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









