Prato. Banca fantasma 100 mln annui per saldo droga, merci e ingressi illegali senza tracciabilità

Dal distretto tessile pratese sarebbe passata una rete finanziaria clandestina da 80 a 100 milioni di euro l’anno, usata per riciclare denaro, saldare traffici di droga e favorire ingressi illegali dalla Cina

Sintesi

Dal 2021, secondo la Direzione distrettuale antimafia di Firenze e la Procura di Prato, capoluogo dell’omonima provincia in Toscana, una struttura con base logistica nel distretto tessile pratese, con collegamenti in più paesi europei, in particolare Spagna, Portogallo e Francia e snodi produttivi e commerciali anche a Madrid, Malaga, Valencia e Siviglia, avrebbe funzionato come una banca occulta capace di movimentare tra 80 e 100 milioni di euro l’anno. Il sistema avrebbe servito 3 filoni criminali collegati: riciclaggio dei proventi della droga, traffico internazionale di stupefacenti e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina di cittadini cinesi. Il denaro non sarebbe stato trasferito con passaggi bancari ordinari, ma attraverso il metodo “hawala” (sistema fiduciario informale di trasferimento di valore), indicato anche come “chop-shop” (rete parallela di compensazione) o “Fei ch’ien” (moneta volante), così da compensare partite di droga, pagamenti in nero e forniture del pronto moda. Il 15 giugno 2026 l’operazione “Easy Money” (soldi facili) ha portato a 41 misure cautelari, di cui 17 in carcere, 16 ai domiciliari e 8 obblighi di presentazione alla Polizia giudiziaria, oltre a un sequestro preventivo superiore a 60 milioni di euro nei confronti di 27 indagati. Il Giudice per le indagini preliminari ha ravvisato anche l’aggravante dell’agevolazione mafiosa, poiché il circuito sarebbe stato utilizzato da organizzazioni italiane, albanesi e cinesi, tra cui gruppi collegati alla Sacra Corona Unita, alla ‘ndrangheta e alla camorra. Sullo sfondo restano le norme su riciclaggio, abusiva attività finanziaria, stupefacenti, favoreggiamento dell’immigrazione irregolare e prevenzione antimafia, insieme agli allarmi recenti del procuratore Luca Tescaroli sulla necessità di non sottovalutare il sistema criminale radicato nel territorio pratese.

Articolo

A Prato, capoluogo dell’omonima provincia in Toscana e cuore del principale distretto tessile europeo, le indagini coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia (DDA) di Firenze e dalla procura locale hanno ricostruito l’esistenza di una struttura finanziaria clandestina che, almeno dal 2021, avrebbe operato come una vera banca parallela. Non un ufficio con sportelli e registri, ma una rete di fiduciari, intermediari e corrieri capace di collegare Italia ed estero, muovendo virtualmente denaro di provenienza illecita senza lasciare tracce nei circuiti bancari ordinari.

Secondo l’ipotesi accusatoria, la rete avrebbe garantito pagamenti per il narcotraffico internazionale e, nello stesso tempo, avrebbe consentito di regolare operazioni commerciali in nero tra imprese cinesi del pronto moda. La capacità economica stimata dagli investigatori è compresa tra 80 e 100 milioni di euro l’anno per almeno 3 anni di attività. La base logistica era a Prato, ma i collegamenti si sarebbero estesi a più paesi europei, in particolare Spagna, Portogallo e Francia, con snodi produttivi e commerciali anche a Madrid, Malaga, Valencia e Siviglia.

Il meccanismo contestato richiama l’“hawala” (trasferimento informale fondato sulla fiducia tra intermediari), indicato nelle ricostruzioni anche come “chop-shop” (sistema parallelo di compensazione) e “Fei ch’ien” (moneta volante). In sostanza, il denaro non doveva necessariamente attraversare i confini: una somma consegnata in Italia poteva essere compensata altrove con denaro raccolto da altri soggetti, rendendo più difficile ricostruire mittente, destinatario e causale. In questo modo, secondo gli inquirenti, le partite di droga sarebbero state saldate senza movimentazioni fisiche direttamente riconducibili ai narcotrafficanti.

La rete dei corrieri avrebbe raccolto contanti a domicilio da gruppi criminali italiani e stranieri, trasportandoli anche in auto predisposte con doppi fondi. Una parte di quel denaro sarebbe stata consegnata nel distretto pratese a operatori legati al comparto tessile cinese, come pagamento occulto di forniture destinate ai mercati esteri. All’estero, a loro volta, altri referenti avrebbero ritirato contanti da attività commerciali cinesi e li avrebbero consegnati ai fornitori della droga, chiudendo il circuito senza passaggi bancari visibili. In parole semplici, una somma di denaro sporco raccolta in Italia non veniva mandata all’estero tramite bonifico o banca, bensì veniva invece consegnata a Prato ad alcune persone legate al settore tessile cinese, come se servisse a pagare merce o forniture, poi, in un altro paese, altri soggetti prendevano contanti da negozi o attività cinesi e li davano ai fornitori della droga. Così il denaro non viaggiava ufficialmente da un paese all’altro, ma il debito veniva comunque saldato. In sintesi: chi doveva pagare la droga consegnava soldi in Italia, e qualcun altro pagava il fornitore all’estero con altri contanti. Tutto senza bonifici, senza banca e quindi con meno tracce.

Gli investigatori descrivono 3 strutture associative distinte ma comunicanti. La prima avrebbe gestito l’attività finanziaria abusiva e il riciclaggio internazionale. La seconda sarebbe stata dedicata al traffico di stupefacenti, con forti rapporti con gruppi albanesi interessati a ripulire e reinvestire i proventi della droga. La terza avrebbe organizzato l’ingresso illegale in Italia di cittadini cinesi, sfruttando una rotta che partiva dalla Cina e passava dalla Serbia, paese non appartenente all’area Schengen (spazio europeo di libera circolazione senza controlli ordinari alle frontiere interne) e senza obbligo di visto d’ingresso per cittadini cinesi.

I migranti sarebbero stati ospitati a Belgrado in strutture riconducibili alla comunità cinese e poi accompagnati verso l’Ungheria e la Slovenia, con trasferimenti anche faticosi e rischiosi, prima dell’arrivo in Italia. Le destinazioni finali indicate dagli investigatori erano Prato, Torino e Sommacampagna, in provincia di Verona. Per ogni ingresso illegale l’organizzazione avrebbe incassato 9.500 euro, trasformando anche la mobilità clandestina delle persone in un ulteriore ramo d’affari.

Il 15 giugno 2026 l’operazione “Easy Money” (soldi facili), eseguita dagli investigatori del Servizio centrale operativo (SCO) della Polizia di Stato e dalla Squadra mobile di Prato, ha portato a 41 misure cautelari nei confronti di soggetti italiani, cinesi e albanesi. Il provvedimento del giudice per le indagini preliminari (GIP) ha disposto 17 custodie cautelari in carcere, 16 arresti domiciliari e 8 obblighi di presentazione alla Polizia giudiziaria. In parallelo è stato eseguito un sequestro preventivo per oltre 60 milioni di euro nei confronti di 27 indagati.

Nell’inchiesta è stata ravvisata anche l’aggravante dell’agevolazione mafiosa. Secondo la ricostruzione accusatoria, il circuito sarebbe stato utilizzato anche da gruppi legati al clan Briganti di Lecce, frangia della Sacra Corona Unita (organizzazione mafiosa pugliese), alla ‘ndrina Fiare-Razionale-Gasparro di San Gregorio d’Ippona, in provincia di Vibo Valentia, e al clan camorristico Aquino-Annunziata. La contestazione non equivale a una condanna, ma indica il livello di pericolosità attribuito dagli inquirenti al sistema finanziario clandestino.

La vicenda si inserisce in un contesto pratese già più volte indicato come vulnerabile all’intreccio tra economia sommersa, sfruttamento lavorativo, evasione fiscale, riciclaggio e criminalità organizzata. Nei giorni precedenti all’operazione, il Procuratore Luca Tescaroli aveva definito Prato un “laboratorio criminale multietnico”, richiamando la presenza di gruppi cinesi, albanesi e italiani, oltre a collegamenti con ‘ndrangheta, camorra e Sacra Corona Unita. In una recente intervista aveva inoltre sottolineato che la risposta giudiziaria è essenziale ma non basta, perché il territorio deve isolare i circuiti illegali anche sul piano sociale, economico e civile.

Sul piano normativo, le ipotesi richiamano anzitutto il riciclaggio previsto dall’articolo 648-bis del codice penale, l’associazione per delinquere dell’articolo 416, il traffico di stupefacenti disciplinato dal decreto del presidente della Repubblica 309 del 1990, il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina previsto dall’articolo 12 del decreto legislativo 286 del 1998 e l’aggravante dell’agevolazione mafiosa oggi collocata nell’articolo 416-bis.1 del codice penale. Per il profilo bancario e finanziario rilevano anche il Testo unico bancario (TUB), cioè il decreto legislativo 385 del 1993, e la disciplina antiriciclaggio del decreto legislativo 231 del 2007. La giurisprudenza ha già affrontato il sistema “hawala”, riconoscendo che non ogni trasferimento informale è di per sé illecito, ma che l’uso stabile, professionale e non autorizzato di circuiti paralleli può integrare reati finanziari, associativi o di favoreggiamento quando serve a occultare provenienza, destinazione e titolarità delle somme. La Corte di cassazione, con decisioni richiamate dalla dottrina in materia, ha valorizzato proprio la funzione concreta del sistema: se il canale fiduciario diventa strumento per schermare pagamenti illeciti, agevolare traffici o sottrarre denaro ai controlli, la sua rilevanza penale cresce sensibilmente.

Il quadro europeo si è nel frattempo rafforzato con il pacchetto antiriciclaggio del 2024, composto dal regolamento dell’Unione europea 2024/1624, dalla direttiva 2024/1640 e dal regolamento 2024/1620 che istituisce l’AMLA (Autorità europea per la lotta al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo). Sono norme destinate a rendere più uniforme la prevenzione nei Paesi membri e a migliorare la cooperazione tra Autorità, ma casi come quello di Prato mostrano che la sfida più difficile resta intercettare i circuiti che si muovono fuori dal sistema finanziario ufficiale, dove contanti, merci, migrazioni irregolari e narcotraffico possono incontrarsi nello stesso spazio opaco.