Palermo: il pizzo sfida gli 8 fermi e riporta la paura tra Zen e San Lorenzo

Dopo mesi di incendi, bottiglie di benzina, spari e richieste estorsive, il nuovo avvertimento al bar Chéri conferma che l’operazione della DDA non ha ancora chiuso la stagione delle intimidazioni. La città chiede più Stato, più indagini, più protezione per chi lavora e denuncia

Sintesi

Il nuovo episodio al bar Chéri di via Ignazio Mormino, allo Zen (Zona espansione nord) di Palermo, arriva dopo una lunga catena di intimidazioni che, secondo le ricostruzioni investigative e giornalistiche, parte almeno dal 2025 e attraversa Sferracavallo, Tommaso Natale, San Lorenzo, Isola delle Femmine e Carini. Nella notte tra il 16 e il 17 giugno 2026 qualcuno ha danneggiato il dehors (spazio esterno attrezzato) del locale con petardi, ha lasciato bottigliette con benzina e un pizzino con una richiesta di 5.000 euro. L’episodio segue gli 8 fermi eseguiti l’11 giugno dalla DDA (Direzione distrettuale antimafia), che contesta a vario titolo tentata estorsione, tentato omicidio, furto aggravato e metodo mafioso, ma dimostra che la pressione criminale non è stata ancora neutralizzata. Nella stessa sequenza rientrano le bottiglie con benzina lasciate a novembre 2025 davanti ad attività di Sferracavallo, l’incendio di 11 imbarcazioni a Isola delle Femmine, gli spari contro Sicily by Car, il rogo all’autolavaggio di via Lanza di Scalea, le raffiche contro autorimesse e ristoranti, gli attacchi del 10 maggio 2026 contro un panificio-pizzeria e una macelleria dello Zen e il nuovo incendio dell’11 giugno nel deposito di via San Lorenzo, per finire con il controllo violento delle case popolari. Il vertice del 15 giugno in Prefettura, presieduto dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ha promesso più uomini e più videosorveglianza, mentre imprese e Opposizione chiedono che la risposta non resti solo emergenziale. Sul piano normativo, i fatti richiamano gli articoli del codice penale su estorsione, associazione mafiosa e aggravante del metodo mafioso, oltre alla legge 44 del 1999 sul Fondo di solidarietà per le vittime delle richieste estorsive e dell’usura. La vicenda resta aperta, perché gli indagati sono tali fino a sentenza definitiva e perché la vera prova per Palermo sarà trasformare gli arresti in sicurezza quotidiana, denunce protette e presenza stabile dello Stato.

Articolo

La nuova intimidazione al bar Chéri di via Ignazio Mormino, nel quartiere Zen (Zona espansione nord) di Palermo, conferma che la stagione del pizzo non si è esaurita con gli 8 fermi disposti pochi giorni prima dalla Direzione distrettuale antimafia. Nella notte tra il 16 e il 17 giugno 2026, secondo le prime ricostruzioni, qualcuno ha fatto esplodere petardi nel dehors del locale, ha danneggiato la struttura esterna, ha cosparso liquido infiammabile e ha lasciato bottigliette con benzina insieme a un pizzino con una cifra precisa: 5.000 euro. Il messaggio è quello della “messa a posto” (pagamento estorsivo per evitare danni o ritorsioni), la stessa formula criminale che negli ultimi mesi è ricomparsa in diverse attività del quadrante nord-occidentale della città.

Il bar era già entrato, secondo precedenti atti investigativi richiamati dalla stampa, nell’interesse del mandamento di Tommaso Natale-San Lorenzo. Nelle carte relative a precedenti inchieste venivano indicati contatti e pressioni nei confronti dell’attività, con il coinvolgimento di soggetti ritenuti vicini alla famiglia della Marinella e all’area storicamente controllata da gruppi mafiosi del territorio. Proprio per evitare forzature, va precisato che quelle ricostruzioni appartengono a procedimenti e atti giudiziari distinti, e che ogni responsabilità personale deve essere provata davanti al Giudice. Resta però il dato di contesto: il locale colpito oggi non compare in un vuoto criminale, ma in un’area già attraversata da estorsioni, minacce e tentativi di riaffermazione del controllo mafioso sulle attività economiche.

La sequenza recente si era manifestata in modo evidente il 24 novembre 2025, quando a Sferracavallo furono lasciate bottiglie con benzina davanti a più esercizi commerciali, accompagnate da biglietti con richieste di 5.000 euro. Nelle stesse ore un incendio danneggiò 11 imbarcazioni nel rimessaggio della Icon Marine Srl (società a responsabilità limitata) a Isola delle Femmine. Da quel momento la pressione è proseguita con modalità diverse ma coerenti: bottiglie incendiarie, spari contro vetrine, lucchetti bloccati con attak (colla cianoacrilica), incendi dolosi e richieste sempre più esplicite a commercianti e imprenditori.

Nel 2026 l’escalation ha assunto un profilo ancora più allarmante. Il 21 marzo sono stati esplosi colpi d’arma da fuoco contro il deposito di Sicily by Car in via San Lorenzo, con 4 auto danneggiate. Nella notte tra il 28 e il 29 marzo un’automobile rubata sarebbe stata usata, secondo l’accusa, per incendiare l’autolavaggio annesso a un distributore Q8 di via Lanza di Scalea. Il 9 aprile sono stati segnalati spari contro un’autorimessa di via Sferracavallo. Il 25 aprile il ristorante Al Brigantino è stato raggiunto da raffiche di Kalashnikov (fucile d’assalto di fabbricazione sovietica). Il giorno successivo, secondo la ricostruzione riportata, un’altra struttura collegata allo stesso imprenditore sarebbe stata danneggiata con colla nel lucchetto. Il 7 maggio nuove bottiglie con liquido infiammabile sono state trovate davanti alla pizzeria Sunset, al bar Sweet Life e alla pizzeria-ristorante Ulisse. Il 10 maggio, in via Luigi Einaudi, allo Zen, sono stati colpiti un panificio-pizzeria e una macelleria con armi da fuoco. Il 27 maggio le fiamme hanno interessato lo showroom (salone espositivo) di Villagrazia di Carini riconducibile a Sicily by Car. L’11 giugno un altro incendio ha distrutto 11 mezzi nel deposito di via San Lorenzo, con 9 auto e 2 furgoni coinvolti.

Proprio l’11 giugno la Procura di Palermo, guidata da Maurizio de Lucia, ha disposto 8 fermi per contrastare, nell’immediatezza, l’escalation criminale nel territorio del mandamento mafioso Tommaso Natale-San Lorenzo. I provvedimenti, eseguiti da Polizia e Carabinieri, riguardano indagati ai quali vengono contestati, a vario titolo, tentata estorsione, tentato omicidio, furto aggravato e metodo mafioso. Secondo l’accusa, una parte degli indagati avrebbe avuto un ruolo nelle ritorsioni armate tra aprile e maggio; altri sarebbero collegati al furto dell’auto poi utilizzata per l’incendio dell’autolavaggio; altri ancora alle bottiglie con benzina e alla richiesta di 5.000 euro lasciate davanti ad attività di Isola delle Femmine. Alcuni provvedimenti sono stati sottoposti al vaglio del Gip che ha confermato la custodia cautelare in carcere per 4 giovani, pur nell’ambito di una fase ancora indiziaria e non definitiva.

Il punto più inquietante, nelle ipotesi investigative riguarda la possibile regia degli attacchi. Gli investigatori valutano il ruolo di giovani leve dello Zen e della Marinella, ma anche l’eventualità che ordini e indicazioni siano arrivati dall’interno del carcere, tramite contatti illeciti e telefoni clandestini. Questo elemento, se confermato, spiegherebbe perché gli arresti non abbiano immediatamente interrotto la catena delle intimidazioni. Il nuovo episodio al bar Chéri, infatti, arriva dopo i fermi e sembra dire che la manovalanza del racket è ancora disponibile, mobile e pronta a colpire.

La reazione istituzionale è arrivata su 2 piani. Il Comune di Palermo, attraverso esponenti del Consiglio comunale, ha chiesto una presenza straordinaria dello Stato, più Forze dell’ordine e anche la valutazione di presidi rafforzati nelle zone più esposte. Il 15 giugno il ministro dell’Interno ha presieduto in Prefettura il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, convocato dal prefetto Massimo Mariani, con la partecipazione delle Autorità locali, giudiziarie e di polizia. Al termine del vertice sono stati annunciati 90 uomini in più tra polizia e carabinieri e 5 milioni di euro destinati anche a vigili urbani e videosorveglianza. Sono misure importanti, ma la loro efficacia dipenderà dalla rapidità di attuazione, dalla continuità dei controlli e dalla capacità di proteggere gli imprenditori che collaborano.

Sul piano economico e sociale, Sicindustria ha chiesto più organici, più tecnologia, più coordinamento e una presenza dello Stato non simbolica ma concreta. Il suo presidente Luigi Rizzolo ha ricordato che quando viene colpita un’impresa non viene ferito soltanto il titolare, ma anche il lavoro, l’investimento, la fiducia e la credibilità del territorio. Il riferimento a Tommaso Dragotto, fondatore di Sicily by Car, è diventato centrale perché l’imprenditore, dopo gli attacchi subiti, ha ribadito pubblicamente di non volersi piegare. Sul fronte politico, Mario Giambona, vicepresidente del gruppo Partito democratico all’Ars, ha sottolineato che un nuovo atto intimidatorio a 48 ore dalla visita del ministro dimostra come gli 8 fermi non possano essere considerati una risposta conclusiva.

Il quadro normativo è chiaro ma richiede applicazione effettiva. L’estorsione è punita dall’articolo 629 del codice penale; l’associazione di tipo mafioso è disciplinata dall’articolo 416-bis; l’articolo 416-bis.1 prevede l’aggravante per i reati commessi avvalendosi del metodo mafioso o per agevolare associazioni mafiose. La giurisprudenza della Cassazione ha chiarito che l’uso del metodo mafioso non coincide sempre con la sola appartenenza a un’organizzazione, ma va valutato in base alla capacità della condotta di evocare intimidazione, assoggettamento e omertà. Accanto alla repressione penale esiste anche la tutela delle vittime: la legge 44 del 1999 prevede il Fondo di solidarietà per chi subisce danni da richieste estorsive o usura, con procedure che passano dalle prefetture e dagli organismi competenti.

La vicenda del bar Chéri, letta dentro questa cronologia, non è un episodio isolato ma un nuovo tassello di una pressione criminale che mira a convincere commercianti e imprenditori che pagare sia più sicuro che resistere. La risposta, però, non può limitarsi agli arresti, né alle visite istituzionali nei giorni di emergenza. Servono indagini capaci di risalire ai mandanti, controlli stabili nelle aree più esposte, tutela reale per chi denuncia, sostegno economico a chi subisce danni e un messaggio pubblico inequivocabile: Palermo, come qualsiasi altra località italiana, non può tornare alla normalità del pizzo, perché la normalità deve essere aprire una saracinesca senza paura.