Palermo: 8 fermi contro l’escalation del racket

Dopo mesi di incendi, molotov, colpi di Kalashnikov e richieste di pizzo, la DDA ferma 8 indiziati. Palermo chiede una risposta straordinaria dello Stato, con istituzioni presenti e in prima linea

Sintesi

Da novembre 2025 la zona nord di Palermo e alcuni comuni limitrofi sono attraversati da una serie di intimidazioni contro attività commerciali, lidi, autolavaggi, autorimesse e società di noleggio. Le prime richieste di pizzo sarebbero comparse a Sferracavallo, poi la tensione è salita con incendi, bottiglie piene di benzina, biglietti con pretese estorsive, colpi d’arma da fuoco e danneggiamenti tra Tommaso Natale, San Lorenzo, Vergine Maria, Isola delle Femmine, Capaci e Carini. A marzo 2026 un’auto rubata sarebbe stata usata per un attentato incendiario a un autolavaggio, ad aprile sarebbero state esplose raffiche di Kalashnikov contro un’abitazione e altre attività, mentre a maggio sono stati presi di mira locali, lidi balneari e lo spazio espositivo della Sicily by Car, con diversi veicoli distrutti. Il 7 maggio una bottiglia con benzina era stata lasciata davanti alla pizzeria Ulisse e, circa 32 giorni dopo, ignoti hanno tentato di incendiarne l’ingresso, quasi in contemporanea con il rogo delle pedane del chiosco Be Beach, ancora in allestimento sulla spiaggia di Vergine Maria. L’11 giugno 2026 la Procura di Palermo, attraverso la DDA (Direzione distrettuale antimafia), ha disposto 8 fermi di indiziato di delitto, eseguiti da Polizia e Carabinieri, per ipotesi di tentata estorsione, tentato omicidio, furto aggravato e aggravante del metodo mafioso. Le reazioni istituzionali e sociali sono state immediate, dal sindaco Roberto Lagalla al presidente della Regione Renato Schifani, dal senatore Raoul Russo ai sindacati, fino a Confcommercio e alla Commissione regionale Antimafia. Sullo sfondo restano le norme su estorsione, tentato omicidio, fermo di indiziato e aggravante mafiosa, insieme al principio di presunzione di non colpevolezza fino a sentenza definitiva. La lotta alla criminalità richiede uno Stato presente, visibile ed efficace, capace di proteggere cittadini e imprese e di rispondere con forza a ogni intimidazione.

Articolo

Palermo torna a fare i conti con una pressione criminale che, secondo gli investigatori, non sarebbe composta da episodi separati, ma da una sequenza di avvertimenti, ritorsioni e tentativi di controllo del territorio. Il cuore dell’allarme è nella fascia nord della città, tra Tommaso Natale, San Lorenzo, Sferracavallo e Vergine Maria, con collegamenti investigativi anche verso Isola delle Femmine, Capaci e Carini. In questa area, storicamente legata al mandamento mafioso di San Lorenzo-Tommaso Natale e al vecchio peso criminale dei Lo Piccolo, gli equilibri sembrano tutt’altro che stabilizzati.

La ricostruzione parte da novembre 2025, quando davanti ad alcune attività commerciali di Sferracavallo sarebbero state lasciate le prime richieste di pizzo, cioè denaro imposto con minacce. Da quel momento la catena degli episodi si sarebbe progressivamente allargata. Dopo i primi avvertimenti, sarebbe stato danneggiato anche il rimessaggio nautico Icon Marine, a Isola delle Femmine, mentre nei mesi successivi il livello della violenza è cresciuto con incendi, colpi d’arma da fuoco e atti intimidatori sempre più visibili.

A marzo 2026, secondo gli atti dell’indagine, 2 giovani avrebbero rubato un’auto nel parcheggio di un centro commerciale. Quel mezzo sarebbe stato poi utilizzato nella notte del 28 marzo da altri soggetti per compiere un attentato incendiario contro un autolavaggio collegato a un distributore di carburanti. Nello stesso periodo, la pressione criminale avrebbe colpito anche attività economiche della zona di San Lorenzo, con modalità pensate per diffondere paura e ottenere sottomissione.

Ad aprile la scia si sarebbe aggravata ulteriormente. In via Don Minzoni, 2 persone con il volto coperto avrebbero esploso raffiche di Kalashnikov, cioè un fucile d’assalto, contro un’abitazione. Altri 2 indiziati avrebbero fatto da autisti sugli scooter usati per l’azione. Secondo gli inquirenti, quell’attentato avrebbe provocato una reazione delle vittime, che avrebbero organizzato un agguato armato per uccidere uno degli aggressori della notte precedente. Da qui l’ipotesi di tentato omicidio, oltre a quella di tentata estorsione.

Nelle stesse settimane, altri colpi d’arma da fuoco sarebbero stati esplosi contro autorimesse, vetrate e attività commerciali. A Sferracavallo sarebbero stati presi di mira l’autorimessa di via Calcante e il ristorante Al Brigantino. Il linguaggio usato sarebbe stato quello tipico dell’intimidazione mafiosa: spari, fuoco, bottiglie incendiarie, richieste di denaro e messaggi lasciati davanti alle saracinesche.

Il 7 maggio l’allarme si è spostato anche davanti alla pizzeria Ulisse di piazza Rossi, a Tommaso Natale, dove è stata trovata una bottiglia piena di benzina. Nello stesso periodo, analoghi segnali sono comparsi davanti alla pizzeria Sunset e al bar pasticceria Sweet Life di Sferracavallo. A metà maggio, il bersaglio è diventato il litorale di Isola delle Femmine, dove 8 attività commerciali avrebbero trovato bottiglie incendiarie davanti agli ingressi e fogli con una richiesta di 5.000 euro. In quel caso gli investigatori contestano la tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso.

Il 26 maggio la violenza ha raggiunto anche Villagrazia di Carini, dove lo spazio espositivo, cioè lo showroom, della Sicily by Car è stato colpito da un incendio che ha distrutto diverse auto. Nei giorni successivi un altro rogo ha interessato un distributore Eni di Capaci, con fiamme arrivate a 2 colonnine di Gpl e a un veicolo nell’area dell’autolavaggio. L’ultimo episodio richiamato dagli inquirenti, nella notte tra il 10 e l’11 giugno, avrebbe riguardato ancora una volta un deposito della stessa società di noleggio.

Il 9 giugno, circa 32 giorni dopo il primo avvertimento, la pizzeria Ulisse è stata colpita di nuovo. Qualcuno ha tentato di incendiare il portone protetto da un cancello, mentre quasi nelle stesse ore un rogo ha bruciato le pedane in legno del chiosco Be Beach, ancora in fase di montaggio sulla spiaggia di Vergine Maria. Nel primo caso i titolari, che abitano poco distante, si sono accorti subito delle fiamme e sono riusciti a evitare conseguenze più gravi. Nel secondo, vicino ai resti carbonizzati, sarebbe stato trovato un bidoncino probabilmente usato dagli autori dell’incendio.

Il racconto della famiglia Girgenti restituisce il peso umano di questa sequenza. Patrizia, moglie del titolare Santo, ha denunciato il silenzio del quartiere dopo il secondo avvertimento, spiegando che quasi nessuno si sarebbe presentato per mostrare vicinanza. Il ristoratore ha ribadito di non volersi arrendere, ricordando 20 anni di lavoro e sacrifici e sostenendo che chi compie questi gesti deve finire in carcere. La figlia Ilenia ha parlato di solitudine, paura e necessità di più pattuglie, soprattutto nelle ore serali e notturne. Il dato più inquietante, secondo la famiglia, è che nessuno si sarebbe presentato direttamente a chiedere il pizzo, circostanza che rende gli attentati ancora più difficili da interpretare e aumenta la sensazione di vivere sotto pressione.

Oggi, 11 giugno è arrivata la risposta giudiziaria. La Procura di Palermo, guidata da Maurizio De Lucia, ha emesso 8 provvedimenti di fermo di indiziato di delitto. La Squadra Mobile ha eseguito 4 fermi per tentata estorsione e tentato omicidio aggravati dal metodo mafioso, collegati alle raffiche di Kalashnikov e alla successiva ritorsione armata. Il commissariato Palermo San Lorenzo ha eseguito altri 2 fermi per il furto pluriaggravato dell’auto che sarebbe stata usata nell’attentato incendiario del 28 marzo. I Carabinieri del Comando provinciale hanno fermato altri 2 giovani per le bottiglie incendiarie e le richieste di denaro lasciate davanti ad attività di Isola delle Femmine.

Le accuse, allo stato, restano ipotesi investigative. Il fermo non è una condanna e dovrà essere valutato dall’Autorità giudiziaria competente. La misura serve a intervenire in presenza di gravi indizi e di un pericolo ritenuto attuale, ma ogni indagato conserva il diritto di difendersi e di essere considerato non colpevole fino a una sentenza definitiva.

Il sindaco di Palermo Roberto Lagalla ha usato parole nette, sostenendo che la solidarietà non basta più e che Palermo non può limitarsi a commentare ogni nuovo episodio per poi assistere, pochi giorni dopo, a un’altra intimidazione. Secondo il primo cittadino, serve un intervento straordinario dello Stato, perché la sequenza di incendi, minacce e danneggiamenti rischia di produrre paura, sfiducia e rassegnazione tra commercianti e cittadini.

Anche il presidente della Regione Renato Schifani ha espresso vicinanza ai titolari e ai lavoratori delle attività colpite, ribadendo fiducia nelle Forze dell’ordine e nella Magistratura. Il senatore Raoul Russo di fratelli d’Italia, componente della Commissione parlamentare Antimafia, ha annunciato la richiesta di un approfondimento specifico su Palermo, anche con una possibile missione conoscitiva. Antonello Cracolici del partito Democratico, presidente della Commissione regionale Antimafia, è andato personalmente alla pizzeria Ulisse e ha parlato di una sfida rivolta ai commercianti e alle istituzioni, ipotizzando che, in assenza di una cupola stabile, una parte dell’organizzazione mafiosa stia cercando di imporre egemonia attraverso il terrore economico.

Dura anche la posizione di Confcommercio Palermo. Patrizia Di Dio, presidente dell’associazione e vicepresidente nazionale con delega alla legalità e alla sicurezza, ha avvertito che la percezione di insicurezza devasta il tessuto commerciale. Secondo la sua analisi, servono controlli più incisivi, presidi visibili e continuativi, interventi mirati nelle ore serali e notturne e una presenza concreta dello Stato. Il punto, ha spiegato, non riguarda soltanto i singoli negozi, ma la tenuta civile, economica e democratica della città.

Alla condanna si sono uniti anche Cgil (Confederazione generale italiana del lavoro), Filcams (Federazione italiana lavoratori commercio, alberghi, mense e servizi), Cisl (Confederazione italiana sindacati lavoratori), Fisascat (Federazione italiana sindacati addetti servizi commerciali, affini e turismo), Uil (Unione italiana del lavoro) e Uiltucs (Unione italiana lavoratori turismo, commercio e servizi). Per i sindacati, gli attentati rappresentano un attacco alla legalità, al lavoro e alla dignità di chi porta avanti un’attività economica. Il messaggio è che il lavoro onesto non può essere messo sotto ricatto.

Nel clima di tensione si inserisce anche il caso di Connie Transirico, cronista del Giornale di Sicilia. La giornalista ha denunciato il ritrovamento di una “santina”, cioè un’immaginetta sacra, sotto il tergicristallo della propria auto, parcheggiata davanti alla sede del quotidiano in via Lincoln. L’episodio sarebbe stato preceduto da pedinamenti e altri comportamenti anomali nei pressi della sua abitazione. L’Ordine dei giornalisti di Sicilia, Assostampa Palermo e il Consiglio comunale hanno espresso solidarietà, richiamando l’articolo 21 della Costituzione, che tutela la libertà di manifestazione del pensiero e il diritto dei cittadini a essere informati.

La giurisprudenza distingue il semplice clima di paura dall’uso concreto del metodo mafioso. Non basta, in astratto, richiamare la fama criminale di un territorio o l’appartenenza reale o presunta a un gruppo. Occorre verificare se la condotta abbia sfruttato una forza intimidatrice riconoscibile, capace di generare assoggettamento e omertà. Le Sezioni Unite della Cassazione, inoltre, hanno chiarito che l’aggravante dell’agevolazione mafiosa richiede una finalità intenzionale di favore verso l’organizzazione, pur potendo estendersi al concorrente che sia consapevole dello scopo altrui. In sostanza: La Cassazione ha chiarito che l’aggravante mafiosa scatta solo quando il reato viene commesso con l’intenzione di aiutare un’organizzazione mafiosa. Può però essere applicata anche ai complici, se erano consapevoli che il reato serviva a favorire la mafia.

La vicenda, quindi, non riguarda solo 8 fermi o una lunga lista di attentati. Riguarda la capacità della città di reagire prima che paura e silenzio diventino abitudine. Se le accuse saranno confermate, la sequenza di Palermo racconterà il tentativo di imporre un nuovo controllo mafioso sull’economia quotidiana, colpendo chi lavora, chi investe e chi racconta. Se invece le indagini ridimensioneranno alcune ipotesi, resterà comunque il dato di una comunità ferita da incendi, minacce e solitudine. In entrambi i casi, la risposta non può fermarsi alla vicinanza formale: servono protezione visibile, indagini rapide, sostegno agli imprenditori e una presenza dello Stato capace di togliere spazio all’omertà.

La lotta alla criminalità deve proseguire senza pause e senza arretramenti, ma non può essere lasciata soltanto al coraggio dei cittadini, degli imprenditori, dei commercianti o delle vittime delle intimidazioni: lo Stato, attraverso Governo, Parlamento e istituzioni, deve essere concretamente in prima linea, con una presenza visibile, continua ed efficace sul territorio, garantendo sicurezza, controlli, prevenzione, sostegno a chi denuncia e risposte rapide contro ogni forma di violenza, ricatto e prevaricazione.

Immagine realizzata con Ia.