Sintesi
Al 31 dicembre 2025, nel Sud composto da Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna, le imprese femminili risultano 442.457 su 1.868.891 aziende, pari al 23,7% del tessuto produttivo, valore superiore al 22,3% nazionale, con quote più alte in Molise, Basilicata e nell’Isola. Nel primo trimestre del 2026, secondo l’analisi del Centro Studi Tagliacarne sui dati del Registro delle Imprese, il tasso di natalità d’impresa, cioè la percentuale di nuove attività nate rispetto al totale delle aziende esistenti, si ferma nell’area meridionale all’1,59%, sotto la media italiana dell’1,80%. La Puglia guida la graduatoria con l’1,72%, seguita da Campania all’1,67% e Calabria all’1,61%, mentre valori più deboli si registrano in Sicilia all’1,49%, Sardegna all’1,43%, Molise all’1,38% e Basilicata all’1,23%. Alla minore spinta delle aperture corrisponde però una più bassa mortalità d’impresa, cioè la quota di aziende cessate sul totale, pari all’1,48% contro l’1,78% nazionale, con un saldo positivo dello 0,11%. Su base provinciale emergono Vibo Valentia, prima in Italia per crescita delle imprese con +0,56%, Napoli con +0,39% e Crotone con +0,34%, mentre restano in fondo Isernia con -0,63%, Oristano con -0,51% e Matera con -0,51%. Il segnale più solido arriva dalle società di capitale, aumentate dell’1,09%, con natalità all’1,86% e mortalità allo 0,77%, risultati migliori della media nazionale. Sul piano normativo, il quadro si intreccia con la ZES (Zona economica speciale) unica, il PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza) e gli strumenti per l’imprenditoria femminile, mentre il commento economico resta prudente: il Sud non esplode, ma resiste, e la Sicilia deve trasformare la presenza imprenditoriale in maggiore capacità di nuova iniziativa.

Articolo
Il quadro meridionale va letto partendo dal 31 dicembre 2025, quando le imprese femminili nel Sud composto da Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna risultano 442.457 su un totale di 1.868.891 aziende. La quota è pari al 23,7% del tessuto imprenditoriale, sopra il 22,3% registrato in Italia. Il dato più alto si osserva in Molise con il 27,1%, seguito dalla Basilicata con il 26,6% e dall’isola con il 24,4%, a conferma di un ruolo femminile non marginale nella struttura produttiva locale.

A livello provinciale, Benevento risulta prima in Italia per incidenza di imprese femminili con il 29,6%, Avellino segue con il 28,6% e Campobasso si colloca in quinta posizione con il 27,4%. Nel commercio al dettaglio, tuttavia, la quota meridionale delle attività guidate da donne si ferma al 28,7%, al di sotto del 30,4% nazionale. Questo significa che la presenza femminile è forte, ma non coincide automaticamente con una maggiore concentrazione nei comparti commerciali più tradizionali.

Nel primo trimestre del 2026, il Registro delle Imprese restituisce invece un avvio d’anno cauto. Il tasso di natalità d’impresa, cioè la percentuale di nuove aziende nate rispetto al totale di quelle esistenti, si attesta nel Mezzogiorno all’1,59%, sotto la media nazionale dell’1,80%. In testa si trova la Puglia con l’1,72%, davanti alla Campania con l’1,67% e alla Calabria con l’1,61%. Più bassi sono i valori della Sicilia con l’1,49%, della Sardegna con l’1,43%, del Molise con l’1,38% e della Basilicata con l’1,23%.
La debolezza nella nascita di nuove attività non produce però un arretramento netto, perché anche le chiusure restano contenute. Il tasso di mortalità d’impresa, cioè la percentuale di aziende cessate rispetto al totale esistente, si ferma nel Sud all’1,48%, mentre in Italia arriva all’1,78%. Da questo scarto deriva un saldo positivo dello 0,11%, contro una media nazionale sostanzialmente stabile. Il risultato descrive quindi una crescita lenta, priva di forte slancio, ma sostenuta dalla tenuta delle attività già presenti.
Le differenze provinciali sono marcate. Vibo Valentia si colloca al primo posto in Italia per tasso di crescita delle imprese con +0,56%. Napoli raggiunge +0,39% e si pone in quinta posizione nazionale, mentre Crotone arriva a +0,34% e occupa il sesto posto. Sul lato opposto della graduatoria si trovano Isernia con -0,63%, Oristano con -0,51% e Matera con -0,51%. Il quadro mostra un Meridione diseguale, nel quale alcuni territori avanzano mentre altri continuano a perdere base produttiva.
Il dato più interessante riguarda le società di capitale, cioè le forme societarie generalmente più strutturate sotto il profilo organizzativo e patrimoniale. In questo segmento il Sud registra un incremento dell’1,09%, superiore allo 0,80% nazionale. Il tasso di natalità arriva all’1,86%, oltre l’1,78% italiano, mentre quello di mortalità scende allo 0,77%, contro lo 0,98% del Paese. È un segnale positivo perché indica una possibile trasformazione del tessuto imprenditoriale verso modelli meno fragili e più capaci di reggere fasi economiche incerte.
La Sicilia, in questo scenario, presenta un doppio volto. Da una parte resta sotto la media meridionale per nascita di nuove imprese, con un tasso dell’1,49%. Dall’altra conserva una presenza femminile significativa, pari al 24,4% del sistema produttivo regionale, superiore alla media nazionale. Il punto critico è trasformare questa presenza in maggiore capacità di investimento, innovazione, continuità aziendale e ricambio generazionale, evitando che il dato resti soltanto una fotografia statistica.
Il 2026 si apre infatti in un contesto economico segnato da prudenza, costi, incertezza internazionale, difficoltà di accesso al credito e attesa sugli incentivi. In una fase simile, molti aspiranti imprenditori rinviano l’avvio di nuove attività, mentre chi è già sul mercato tende a resistere più che ad allargarsi. Il saldo positivo del Sud va quindi interpretato senza enfasi e senza pessimismo: non è una corsa, ma non è nemmeno una ritirata.
Sul piano normativo, il quadro si lega anche alla ZES (Zona economica speciale) unica per il Mezzogiorno, disciplinata dal decreto-legge 124 del 2023, convertito dalla legge 162 del 2023, e rifinanziata per il periodo 2026-2028 dalla legge 199 del 2025, cioè la legge di bilancio per il 2026. Le imprese che investono nelle aree agevolate, comprese quelle siciliane, possono accedere a un credito d’imposta per beni strumentali, immobili e progetti produttivi, con comunicazioni telematiche all’Agenzia delle Entrate e con obblighi di mantenimento dell’attività nell’area agevolata.
Rilevante è anche il Fondo impresa femminile, promosso dal MIMIT (Ministero delle Imprese e del Made in Italy) e gestito da Invitalia (Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa), che sostiene la nascita e il consolidamento delle aziende guidate da donne. Il programma collegato al PNRR punta a diffondere cultura imprenditoriale femminile, soprattutto nei settori STEM (science, technology, engineering and mathematics, cioè scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), con una particolare attenzione alle regioni del Sud.
Il dato finale appare evidente: il Sud cresce poco ma tiene, la Sicilia nasce meno come nuova impresa ma conserva un peso femminile rilevante, e le società di capitale indicano una lenta evoluzione verso strutture più solide. La sfida è evitare che la prudenza diventi immobilismo. Senza credito accessibile, competenze aggiornate, formazione giuridica di base, semplificazione reale e capacità di usare bene gli strumenti pubblici, anche i numeri positivi rischiano di restare piccoli segnali in un sistema che avrebbe bisogno di una spinta molto più profonda.
Immagine realizzata con Ia.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









