Museo Accascina, cittadini in fila: più sicurezza e autonomia dopo il furto. La diagnostica del 2018 come un’impronta

La seconda mobilitazione a Messina dopo il colpo di Ferragosto riporta al centro tutela, responsabilità e gestione del MuMe

Sintesi

A 15 giorni dal furto delle opere attribuite ad Antonello da Messina, domenica 30 agosto numerosi cittadini, associazioni e operatori turistici hanno partecipato a “Tutti al Museo”, la seconda mobilitazione promossa dal fumettista e illustratore Lelio Bonaccorso. La richiesta è che il trauma non venga assorbito senza conseguenze e che tutela e valorizzazione diventino una questione pubblica permanente. Il museo non può essere ricordato soltanto quando viene colpito.

Le verifiche regionali hanno nel frattempo stabilito che allarme e videosorveglianza hanno funzionato, ma hanno rilevato criticità nell’applicazione delle procedure da parte del personale. I 4 custodi in servizio sono stati trasferiti e l’Assessorato ha discusso l’estensione a musei e parchi di un collegamento automatico degli allarmi con Forze dell’ordine e vigilanza privata, collegamento che al MuMe non risultava attivo. Una sirena che funziona serve poco se dopo il segnale non parte una reazione efficace.

Bonaccorso ha chiesto più autonomia per il Museo e per la sua direzione, soprattutto nella promozione, nei rapporti con il turismo e nell’organizzazione dei servizi. La questione è fondata su un assetto particolare: il patrimonio culturale siciliano è amministrato dalla Regione sulla base dell’autonomia speciale e il MuMe è oggi un Servizio del Dipartimento regionale dei Beni culturali. Tuttavia possiede già competenze proprie su sicurezza, contratti, manutenzione, valorizzazione e ricerca. Il vero nodo è quindi capire quanta capacità decisionale possa essere esercitata direttamente e con quali risorse.

Anche l’idea che tutti i servizi siano affidati ai privati richiede una precisazione. La documentazione del Museo indica la biglietteria in concessione, ma il bookshop non risulta presente, la caffetteria è indicata come di prossima apertura e la didattica viene gestita direttamente. Intanto il Consiglio nazionale delle ricerche ha ricordato che le opere furono sottoposte nel 2018 a sofisticate analisi diagnostiche che oggi possono costituire una loro “impronta” scientifica. Per cambiare davvero il sistema occorre partire dai fatti documentati e trasformarli in prevenzione.

Nel 2018 il Polittico di San Gregorio* e la tavoletta bifronte sono stati sottoposti a una vasta campagna diagnostica del Cnr e dell’Università di Palermo, con analisi capaci di documentarne materiali, pigmenti, struttura e caratteristiche invisibili a occhio nudo. Oggi quei dati possono funzionare come una sorta di impronta scientifica delle opere, utile a riconoscerle con maggiore certezza in caso di recupero. La ricerca svolta prima del furto può diventare così anche uno strumento di sicurezza.

Articolo

Una domenica per non voltare pagina

“Non lasciamo che succeda di nuovo”. È questo il senso che domenica 30 agosto ha attraversato il Museo regionale interdisciplinare “Maria Accascina” di Messina, dove una partecipazione ampia di cittadini ha trasformato una normale visita domenicale in un gesto collettivo di vicinanza al museo. “Tutti al Museo” è stata la seconda mobilitazione dopo il furto di Ferragosto e, ancora una volta, a promuoverla è stato Lelio Bonaccorso (fumettista e illustratore messinese), che ha chiesto standard di tutela più elevati e una revisione delle regole regionali che governano musei, parchi e beni culturali.

Non è stata soltanto una protesta. Diverse persone hanno scelto di entrare pagando il biglietto, pur potendo attendere la successiva domenica di gratuità, proprio per attribuire alla presenza un significato concreto. Hanno aderito associazioni e operatori turistici. Tra le presenze politiche riferite dalle cronache figurano Serena Giannetto e Giuseppe Chiarella (consiglieri comunali di Messina). C’erano inoltre Franco Tiano (esponente di Partiamo da Qui) ed Eliana Camaioni (scrittrice messinese), promotrice dopo il furto dell’iniziativa “Una chiamata alle arti”, rivolta a scrittori e artisti.

La mobilitazione ha proseguito quella avviata il 17 agosto con il sit-in organizzato sul lungomare Belfiore dopo il colpo, in un crescendo che sta spostando il discorso dalla sola indignazione alla richiesta di interventi strutturali. Bonaccorso ha sintetizzato il problema in una formula netta: il Museo appartiene alla comunità, ma le regole regionali, a suo giudizio, ne limitano tutela, promozione e capacità di svilupparsi.

Il furto: 6 elementi rimossi, 4 ancora da ritrovare

Quella ferita risale alla sera del 15 agosto, mentre nel centro di Messina si svolgeva la processione della Vara. I ladri hanno raggiunto le 5 tavole superstiti del Polittico di San Gregorio e la tavoletta bifronte, rimuovendo quindi complessivamente 6 elementi pittorici. Durante la fuga 2 pannelli del Polittico sono stati abbandonati all’esterno e recuperati. Restano invece da ritrovare 3 tavole del Polittico e la tavoletta bifronte, per un totale di 4 elementi. Il Comune di Messina ha confermato sin dal 16 agosto che il bottino effettivamente rimasto nelle mani della banda è costituito da queste 4 parti.

Il Polittico è firmato e datato 1473. Secondo la scheda ufficiale del Museo fu commissionato da Fabria Cirino, badessa del monastero di Santa Maria extra moenia, ed era originariamente formato da 6 tavole, una delle quali, quella centrale del registro superiore, era già andata perduta nei secoli. La tavoletta bifronte, invece, raffigura sul recto (lato anteriore) la Madonna col Bambino benedicente e un francescano in adorazione e sul verso (lato posteriore) il Cristo in Pietà.

Sulla composizione della banda le ricostruzioni investigative più recenti parlano di almeno 4 persone, 2 entrate e altre all’esterno, ma questo resta materiale d’indagine. È invece ormai consolidato che l’azione nelle sale sia durata pochissimo, nell’ordine di pochi minuti, e che chi ha agito sia arrivato direttamente agli obiettivi. La Procura di Messina, guidata da Antonio D’Amato (procuratore capo), procede per furto pluriaggravato e continua a verificare più piste, compresa l’eventualità di un appoggio interno, che allo stato non costituisce una responsabilità accertata.

Mediterranea24 aveva già ricostruito nel dettaglio il rebus della sicurezza e la brevissima sequenza temporale del colpo nel precedente approfondimento sul funzionamento degli allarmi e, successivamente, aveva esaminato la pista del mare e la proposta di riorganizzazione del sistema regionale avanzata dall’associazione Articolo 9. Per questo è più utile, adesso, concentrarsi su ciò che nel frattempo è stato accertato.

Gli impianti hanno funzionato, la catena della sicurezza no

Il primo dato è ormai ufficiale. Renato Schifani (presidente della Regione Siciliana) ha dichiarato il 16 agosto che allarme e videosorveglianza avevano funzionato regolarmente, disponendo contemporaneamente un’ispezione interna. Il successivo sopralluogo del Dipartimento regionale dei Beni culturali ha confermato il “buon funzionamento degli allarmi”, ma ha rilevato criticità nell’applicazione delle procedure previste dai protocolli di sicurezza da parte dei custodi. La comunicazione ufficiale della Regione ha quindi spostato il problema dalla tecnologia alla gestione concreta della segnalazione.

I 4 custodi che erano in servizio quella sera, 2 donne e 2 uomini, sono stati messi in ferie e trasferiti ad altri siti, mentre gli accertamenti amministrativi sono proseguiti. Le ricostruzioni riferiscono che uno degli addetti avrebbe disattivato l’allarme ritenendolo un falso contatto. La posizione di un altro dipendente è stata oggetto di particolare attenzione per alcune contraddizioni emerse nelle dichiarazioni. Su quest’ultimo punto occorre però mantenere la distinzione tra fatti accertati e notizie investigative: alcune testate hanno parlato di iscrizione nel registro degli indagati, mentre ANSA il 25 agosto ha precisato che la formalizzazione dell’iscrizione non risultava confermata.

C’è inoltre un elemento nuovo e particolarmente rilevante. Nel vertice convocato dall’Assessorato regionale con i responsabili di musei e parchi è stata discussa l’estensione a tutti i siti di un collegamento automatico dell’allarme con le Forze dell’ordine e con una società di vigilanza. Secondo la ricostruzione della Tgr Rai, questo collegamento al Museo di Messina non era attivo. È una differenza sostanziale: un sistema può rilevare perfettamente un’intrusione, ma se la segnalazione rimane all’interno dell’edificio la sua efficacia dipende interamente dalla reazione delle persone presenti.

Più autonomia: la richiesta incontra mezzo secolo di norme

È su questo scenario che Bonaccorso ha posto la questione dell’autonomia. La peculiarità siciliana non nasce da una scelta recente. Le funzioni statali in materia di antichità, belle arti e musei sono state trasferite alla Regione nell’ambito dell’autonomia speciale, e la legge regionale 1 agosto 1977, n. 80 ha stabilito che musei, gallerie e pinacoteche trasferiti assumessero la qualifica di istituti regionali, dotati delle risorse necessarie alle rispettive funzioni. Il testo della legge regionale n. 80 del 1977 ricostruisce questa architettura normativa.

La successiva legge regionale 7 novembre 1980, n. 116 ha attribuito ai musei compiti di classificazione, catalogazione, conservazione, esposizione, valorizzazione, promozione e divulgazione, prevedendo però, per alcune attività come l’organizzazione delle mostre, il collegamento con l’Assessorato e autorizzazioni regionali. Il problema denunciato da Bonaccorso ha quindi un fondamento più complesso di una semplice contrapposizione tra “autonomia” e “assenza di autonomia”: si tratta piuttosto di stabilire quali decisioni possano essere prese direttamente dal Museo e quali debbano risalire lungo la struttura dipartimentale.

Oggi il MuMe risulta formalmente un Servizio del Dipartimento regionale dei Beni culturali e dell’identità siciliana. La pagina organizzativa della Regione, aggiornata l’8 luglio 2026, gli assegna già competenze su personale, sicurezza e protezione civile, contabilità, bandi, gare e contratti, manutenzione, restauri, valorizzazione, promozione e ricerca scientifica. Di conseguenza non sarebbe corretto descriverlo come una struttura priva di qualsiasi capacità amministrativa. La domanda politica è un’altra: quanto sono effettivamente autonomi poteri, risorse e tempi decisionali che sulla carta gli appartengono?

Per questa ragione anche la richiesta di un “nuovo regolamento regionale” merita di essere precisata. Un regolamento potrebbe semplificare procedure, responsabilità, rapporti con operatori turistici e strumenti di promozione, ma alcuni dei nodi richiamati dipendono da leggi regionali, organizzazione del Dipartimento, dotazioni finanziarie, personale e deleghe di spesa. Se l’obiettivo è attribuire ai direttori un’autonomia gestionale radicalmente diversa dall’attuale, potrebbe quindi non bastare modificare un singolo regolamento.

Biglietteria privata, ma non tutto è esternalizzato

Anche la critica alle esternalizzazioni va distinta servizio per servizio. La Carta della qualità dei servizi del Museo indica la biglietteria come servizio in concessione, con la possibilità di acquistare i biglietti online attraverso il concessionario. Aditus continua inoltre a presentarsi nel 2026 come biglietteria ufficiale del Museo regionale “Maria Accascina”. Lo stesso documento, però, restituisce un quadro più articolato per le altre attività: il bookshop risulta non presente, la caffetteria è indicata come di prossima apertura e la didattica non è affidata in concessione, ma viene svolta in gestione diretta con personale qualificato. Non emerge quindi, dalla documentazione pubblicamente disponibile, un sistema nel quale biglietteria, ristoro, bookshop, sicurezza e formazione del personale siano indistintamente tutti esternalizzati. La critica di Bonaccorso conserva il suo significato politico sull’assetto complessivo della gestione, ma sul piano amministrativo occorre distinguere con precisione quali servizi siano effettivamente affidati all’esterno e quali restino in capo al Museo.

Lo stesso documento, però, dice qualcosa di diverso per altre attività: il bookshop risulta non presente, la caffetteria è indicata come di prossima apertura e la didattica non è affidata in concessione, ma viene svolta in gestione diretta con personale qualificato. La Carta dichiara inoltre il monitoraggio e la manutenzione periodica delle attrezzature necessarie alla sicurezza. Non emergerebbe quindi dai documenti pubblicamente accessibili un sistema nel quale biglietteria, ristoro, bookshop, sicurezza e formazione del personale siano indistintamente tutti esternalizzati. La critica di Bonaccorso mantiene valore come giudizio politico sull’assetto complessivo, ma la fotografia amministrativa è più articolata.

Anche sul numero dei visitatori occorre qualche cautela. La Carta riporta oltre 30.000 presenze annue, senza che questo dato consenta da solo di stabilire se l’affluenza attuale sia soddisfacente rispetto al potenziale del Museo. Per sostenere che il MuMe abbia “pochi visitatori” servirebbe un confronto aggiornato tra ingressi 2024, 2025 e 2026, giorni effettivi di apertura, incassi, turismo cittadino e musei analoghi. Il problema della valorizzazione può essere reale, ma va misurato con dati omogenei, non soltanto percepito.

Gli standard nazionali esistono già

Il furto di Messina dimostra inoltre che il problema italiano non è l’assenza totale di regole tecniche. Il decreto ministeriale 10 maggio 2001 ha introdotto criteri tecnico-scientifici e standard di funzionamento dei musei. Nel 2015 il Ministero della Cultura, insieme all’International Council of Museums Italia (Consiglio internazionale dei musei) e ai Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, ha elaborato un manuale specifico sulla sicurezza anticrimine. Nel 2018 sono arrivati i Livelli uniformi di qualità per i musei (LUQV), adottati con il decreto ministeriale n. 113.

Il Sistema museale nazionale è aperto anche agli istituti regionali e punta proprio a uniformare qualità, protezione, organizzazione e accessibilità, pur rispettando le differenti titolarità. La lezione che arriva dal MuMe è quindi più concreta: protocolli, apparecchiature e standard producono sicurezza soltanto quando vengono trasformati in procedure conosciute, personale formato, controlli periodici e risposte automatiche o comunque rapidissime.

Le opere hanno già una “impronta” scientifica

In mezzo alle cattive notizie è emerso un elemento che potrebbe diventare prezioso in caso di recupero. Il 19 agosto il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) ha ricordato che nel 2018 il Polittico di San Gregorio e la tavoletta bifronte erano stati sottoposti a una vasta campagna diagnostica, condotta dall’Istituto per i processi chimico-fisici del Cnr di Messina insieme al Dipartimento STEBICEF (Dipartimento di Scienze e Tecnologie Biologiche, Chimiche e Farmaceutiche dell’UniPa) dell’Università di Palermo. La documentazione scientifica raccolta in quell’occasione comprende radiografie, riflettografie all’infrarosso, immagini in fluorescenza ultravioletta, spettroscopia Raman, fluorescenza X e altre tecniche diagnostiche non distruttive, capaci di restituire informazioni approfondite sui materiali, sui pigmenti, sulla struttura e sulle caratteristiche delle opere senza danneggiarle.

Questi dati, raccolti 8 anni prima del furto per finalità conservative e storico-artistiche, possono adesso funzionare come una sorta di impronta diagnostica delle opere. Materiali, pigmenti, struttura lignea, stratificazioni e caratteristiche invisibili a occhio nudo potrebbero essere confrontati con eventuali tavole recuperate, rendendo molto più difficile sostituire gli originali con copie o contestarne l’identificazione. È uno degli esempi più concreti di come ricerca, catalogazione e digitalizzazione possano diventare anche strumenti di sicurezza.

Dal dolore alla verifica degli atti

Il Museo che la città sta cercando di difendere non nasce ieri. L’attuale istituzione discende dal Museo Civico costituito nel 1806, è diventata Museo nazionale nel 1914 e ha raccolto dopo il terremoto del 1908 una parte enorme del patrimonio recuperato dagli edifici distrutti. Maria Accascina (Napoli, 1898 – Palermo, 1979, è stata una celebre storica dell’arte e funzionaria pubblica italiana, fondamentale per la tutela e la valorizzazione del patrimonio artistico in Sicilia) ne ha curato nel dopoguerra il riordino e la riapertura, mentre la nuova sede è stata inaugurata integralmente nel 2017. La Carta dei servizi indica oltre 3.000 metri quadrati di superficie espositiva e oltre 5.000 di spazi esterni, oltre a 8.754 opere inventariate.

È questo che rende la mobilitazione di domenica qualcosa di più di una reazione emotiva. Pretendere più sicurezza significa adesso pretendere atti verificabili: collegamenti automatici degli allarmi, protocolli aggiornati, formazione, turnazioni adeguate, responsabilità definite, controlli periodici e risorse. Pretendere più autonomia significa invece precisare quali poteri debbano passare al Museo, quali norme vadano modificate e con quali strumenti finanziari.

Il furto non dimostra da solo che l’autonomia speciale siciliana sia la causa del problema, né sarebbe serio trasformare una vicenda ancora sottoposta a indagine in una sentenza sull’intero sistema regionale. Dimostra però che un patrimonio di valore mondiale non può dipendere da una catena nella quale basta che un solo passaggio fallisca perché telecamere e allarmi diventino semplici testimoni del furto. E proprio qui la richiesta arrivata dai cittadini trova il suo significato più forte: non aspettare il prossimo allarme per scoprire, ancora una volta, che qualcuno non ha saputo o potuto rispondergli.

Nell’immagine di copertina, la diagnostica del Polittico di San Gregorio, la sala del MuMe dopo il furto e i cittadini davanti al Museo Accascina

* Il Polittico di San Gregorio di Antonello da Messina prende il nome anzitutto dalla sua struttura: il termine polittico, dal greco, indica infatti un’opera pittorica articolata in più scomparti o pannelli, generalmente su tavola. Realizzato nel 1473, in origine era composto da 6 tavole: nel registro inferiore la Madonna in trono col Bambino, affiancata da San Gregorio Magno e San Benedetto; in quello superiore l’Angelo annunciante e la Vergine Annunciata, ai lati di uno scomparto centrale oggi perduto, che secondo gli studiosi doveva raffigurare una Pietà o Cristo morto sorretto dagli angeli. Attualmente restano 5 pannelli, privi della cornice originaria, ma concepiti da Antonello secondo una visione pittorica unitaria nonostante la suddivisione in scomparti.

La denominazione “di San Gregorio” è legata sia alla presenza, tra le tavole inferiori, della figura di San Gregorio Magno, sia soprattutto alla provenienza dell’opera. Il polittico fu infatti realizzato per il monastero benedettino messinese di Santa Maria extra moenia, comunemente detto “di San Gregorio”, dal quale è poi giunto al Museo regionale. È dunque il luogo originario di destinazione, oltre alla raffigurazione del santo, a spiegare il nome con cui il capolavoro è conosciuto ancora oggi: “Polittico di San Gregorio”.