Sintesi
Il 24 agosto il Regno Unito ha autorizzato MBDA a comunicare informazioni classificate sui componenti britannici del missile SCALP, versione francese dello Storm Shadow, per consentire a Francia e Ucraina di predisporre linee di assemblaggio sul territorio ucraino. Mosca ha reagito minacciando possibili attacchi contro obiettivi e mezzi militari britannici anche fuori dall’Ucraina. Londra non ha consegnato a Kiev il progetto completo dello Storm Shadow, ma ha aperto l’accesso a tecnologia riservata indispensabile per produrre localmente parte della stessa famiglia di missili.

Un attacco russo deliberato sul territorio del Regno Unito farebbe entrare la crisi in una dimensione assai più pericolosa perché Londra appartiene alla NATO. Fonti europee hanno però precisato il 27 agosto di non vedere segnali di un attacco imminente contro Paesi europei o dell’Alleanza, ritenendo più probabile la prosecuzione delle operazioni ibride. Il pericolo di escalation esisterebbe, ma allo stato attuale non vi sono elementi pubblici per sostenere che Mosca stia per bombardare la Gran Bretagna.

Il direttore della CIA John Ratcliffe è stato a Mosca il 25 agosto, ma, contrariamente a quanto riferito in alcune prime ricostruzioni, non ha incontrato Vladimir Putin. Ha avuto colloqui con i vertici dell’intelligence russa e con Sergej Naryshkin, mentre il presidente russo ne è stato informato successivamente. L’ipotesi che la missione servisse a intimare a Mosca di non attaccare la NATO è stata riferita da fonti statunitensi ma non confermata ufficialmente. La presenza del capo della CIA dimostra che Washington e Mosca mantengono un canale riservato, non che un attacco russo alla NATO sia stato accertato come imminente.

Il precedente più significativo risale al novembre 2021, quando l’allora direttore della CIA William Burns raggiunse Mosca e incontrò Putin pochi mesi prima dell’invasione dell’Ucraina. Gli esperti italiani di intelligence Niccolò Petrelli e Claudio Bertolotti hanno spiegato che missioni di questo tipo vengono impiegate per trasmettere messaggi riservati, verificare le intenzioni dell’altra parte e mantenere aperto un dialogo quando la diplomazia ordinaria incontra ostacoli. Gli 007 possono diventare un canale diplomatico d’emergenza proprio quando il livello dello scontro rende difficile parlarsi pubblicamente.
Il 27 agosto Elbridge Colby ha incontrato a Bruxelles i vertici dell’Alleanza e ha discusso la revisione della presenza militare statunitense in Europa. È stato proprio Colby a coniare l’espressione “NATO 3.0”, con la quale Washington chiede agli europei e al Canada di assumere una quota maggiore della difesa convenzionale senza prevedere, almeno ufficialmente, un abbandono americano dell’Europa. Gli Stati Uniti vogliono rimanere nella NATO, ma pretendono che l’Europa sia capace di difendersi molto più di quanto abbia fatto finora.
Contemporaneamente si è aggravato lo scontro fra Londra e Israele sull’area E1 della Cisgiordania. Israele ha aperto una gara per 1.234 abitazioni inserite in un programma complessivo di circa 3.400 unità, mentre il Regno Unito, l’Italia e numerosi altri Paesi hanno chiesto di fermare il progetto. Israele sta valutando l’esclusione dei rappresentanti britannici dal centro internazionale per Gaza di Kiryat Gat, ma fonti israeliane hanno smentito che analoghe misure siano allo studio contro Italia e Germania. Il nodo E1 non riguarda soltanto nuove case: riguarda la possibilità concreta di mantenere territorialmente praticabile un futuro Stato palestinese.
Articolo
Londra apre alla produzione dei missili in Ucraina
La nuova fase dello scontro tra Mosca (capitale della Federazione Russa) e Londra (capitale del Regno Unito) è iniziata il 24 agosto, quando Andy Burnham (primo ministro britannico, esponente laburista), durante la sua prima visita internazionale a Kyiv (capitale dell’Ucraina), ha annunciato un passo destinato ad andare oltre la semplice consegna di armamenti già prodotti. Il comunicato del Governo britannico ha precisato che il Regno Unito ha autorizzato MBDA (gruppo missilistico europeo partecipato da Airbus, BAE Systems e Leonardo) a rendere disponibili informazioni classificate riguardanti i componenti britannici dello SCALP, affinché Francia e Ucraina possano realizzare linee locali di assemblaggio.
Questo è il punto da distinguere con attenzione. Londra non ha annunciato la consegna a Kiev dell’intero progetto industriale dello Storm Shadow. Ha autorizzato la trasmissione di dati riservati relativi ai componenti britannici della versione SCALP, appartenente alla stessa famiglia franco-britannica. È comunque un salto qualitativo poiché, invece di dipendere esclusivamente dalle scorte consegnate dagli alleati, l’Ucraina potrebbe progressivamente acquisire capacità di assemblaggio nel proprio territorio.
Lo Storm Shadow/SCALP è un missile da crociera aviolanciato destinato ad attacchi di precisione in profondità. La scheda tecnica di MBDA indica un peso di circa 1.300 chilogrammi, una lunghezza di 5,10 metri e una gittata superiore a 250 chilometri. Utilizza navigazione inerziale (un congegno di guida autonomo che calcola la posizione, la velocità e la direzione del vettore senza dipendere da segnali esterni o dal GPS), satellitare e confronto con il terreno e può colpire infrastrutture militari, bunker, centri di comando e altri obiettivi fissi di elevato valore.
Detto semplicemente, non è un razzo sparato in modo generico verso una zona. Viene programmato per raggiungere un bersaglio individuato a grande distanza, vola seguendo una rotta prestabilita e può avvicinarsi al terreno per rendere più difficile l’intercettazione. Mediterranea24 ha già approfondito l’evoluzione di droni e missili da crociera. La novità, questa volta, non risiede quindi nella nascita di una nuova arma, ma nel possibile trasferimento verso l’Ucraina di una maggiore autonomia industriale nella sua produzione.
La minaccia russa contro obiettivi britannici
La reazione di Mosca si è ulteriormente irrigidita il 27 agosto. Maria Zakharova (portavoce del ministero degli Esteri della Federazione Russa) ha avvertito che la risposta russa potrebbe riguardare obiettivi e attrezzature militari britanniche presenti in Ucraina e anche fuori dal territorio ucraino, collegando la minaccia all’impiego degli Storm Shadow contro obiettivi russi.
Reuters (una delle più grandi e importanti agenzie di stampa internazionali del mondo) ha ricostruito la posizione russa dopo che il Cremlino aveva già definito il trasferimento delle informazioni classificate britanniche come un ulteriore aggravamento del conflitto. Londra ha replicato mantenendo ferma la propria politica di sostegno all’Ucraina.
Occorre però separare la minaccia politica e militare dalla probabilità concreta che la Russia decida di lanciare missili contro una base situata nel territorio britannico.
Il Regno Unito è membro dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO). L’articolo 5 del Trattato Atlantico stabilisce che un attacco armato contro un alleato deve essere considerato un attacco contro tutti. Non significa che esista un pulsante capace di determinare automaticamente una guerra generale: ciascun alleato è obbligato ad assistere il Paese colpito scegliendo le azioni che considera necessarie, compreso eventualmente l’impiego della forza armata.
Per Mosca, quindi, colpire intenzionalmente una struttura militare nel Regno Unito sarebbe assai diverso dal colpire materiale britannico presente in Ucraina. Nel 1° caso verrebbe direttamente coinvolto il sistema di difesa collettiva della NATO, con un rischio di escalation difficilmente controllabile.
Il pericolo esiste, ma non appare imminente
Il dato più recente disponibile invita a non trasformare una minaccia molto grave in una previsione di guerra imminente. Il 27 agosto un alto funzionario europeo ha affermato che i servizi europei non hanno rilevato segnali sul terreno di un attacco russo immediato contro Paesi europei o membri della NATO, mentre si attendono la prosecuzione di azioni ibride e di iniziative collocate al limite tra pressione clandestina e operazione apertamente ostile.
Anche Donald Trump (presidente degli Stati Uniti, Repubblicano) ha sostenuto, dopo avere parlato con Vladimir Putin (presidente della Federazione Russa), di non ritenere che Mosca attaccherà un territorio NATO. La sua è naturalmente una valutazione politica, non una garanzia militare verificabile.
Le recenti analisi italiane suggeriscono una lettura più prudente. Alessandro Marrone (capo del Programma Difesa, sicurezza e spazio dell’Istituto Affari Internazionali e docente dell’Istituto superiore di Stato maggiore interforze) ha richiamato in agosto l’importanza della coesione dell’Alleanza e della presenza statunitense per contenere la minaccia russa. Lo IAI (si intende principalmente l’Istituto Affari Internazionali, un importante centro studi (think tank) indipendente fondato a Roma nel 1965) ne ha documentato anche il lavoro più recente su guerra in Ucraina, NATO e difesa europea.
Nathalie Tocci (studiosa italiana di politica internazionale, professoressa alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies Europe e senior fellow dell’Institute for European Policymaking della Bocconi) ha evidenziato il problema complementare: un’Europa chiamata a sostenere un peso militare crescente mentre Washington tende a ridimensionare il proprio ruolo convenzionale. Tocci ritiene che persino una NATO più europea continui, almeno nel prossimo futuro, ad avere bisogno di un consistente apporto americano.
Mettendo insieme questi elementi, il quadro più ragionevole non è quello di un bombardamento russo della Gran Bretagna dato per prossimo. È quello di un rischio di escalation reale, nel quale risultano al momento più plausibili pressioni informatiche, sabotaggi, disinformazione, attività clandestine, intimidazioni militari e possibili azioni contro interessi britannici direttamente collegati al teatro ucraino. Un attacco dichiarato al territorio britannico rappresenterebbe un salto immensamente maggiore.
Lo stesso Governo britannico, peraltro, ha rafforzato la preparazione civile. Il National Risk Register 2026, pubblicato il 14 luglio e aggiornato il 12 agosto, ha riesaminato i principali pericoli per il Paese. Le iniziative rivolte alle famiglie per prepararsi a eventuali interruzioni di energia, acqua, telecomunicazioni o distribuzione dei beni rientrano però in una strategia generale di resilienza che comprende crisi internazionali, cyberattacchi, eventi climatici e altre emergenze. Non sono state introdotte esclusivamente in conseguenza delle minacce russe di questi giorni.
Ratcliffe a Mosca, ma Putin non lo ha incontrato
Nello stesso quadro si inserisce il viaggio a Mosca di John Ratcliffe (direttore della Central Intelligence Agency, CIA, l’Agenzia centrale d’intelligence degli Stati Uniti) del 25 agosto.
La ricostruzione iniziale secondo cui Ratcliffe sarebbe andato al Cremlino per incontrare personalmente Putin non ha trovato conferma ed è risultata inesatta. Sergej Naryshkin (direttore dell’SVR, il Servizio d’intelligence estero della Federazione Russa) ha confermato un incontro di lavoro con il capo della CIA. Il Cremlino ha successivamente precisato che Ratcliffe ha parlato con responsabili dell’intelligence russa e che Putin è stato informato dei risultati, ma non ha incontrato personalmente il direttore americano.
Il Wall Street Journal (uno dei quotidiani internazionali di economia, finanza e politica più importanti, autorevoli e diffusi al mondo) ha attribuito alla missione anche l’obiettivo di mettere in guardia Mosca da qualsiasi tentativo di sperimentare la tenuta della NATO con un attacco limitato. Trump ha però definito il viaggio “semi-routine” (quasi di routine) e ha ridimensionato quella ricostruzione. Altre fonti statunitensi hanno sostenuto che il tema delle possibili minacce alla NATO sia stato effettivamente affrontato. L’agenda integrale non è stata resa pubblica e, quindi, non è corretto trasformare una ricostruzione basata su fonti anonime in un fatto accertato.
Quando gli 007 sostituiscono temporaneamente i diplomatici
Il significato della missione è stato spiegato efficacemente da 2 analisti italiani. Niccolò Petrelli (studioso di intelligence e Studi strategici), in una recente analisi sulla diplomazia dei servizi segreti, ha ricordato che i governi utilizzano l’intelligence anche come canale diplomatico quando i rapporti ufficiali sono troppo deteriorati, politicamente rischiosi o insufficientemente rapidi.
La logica è abbastanza semplice. Un ministro degli Esteri che incontra pubblicamente il rappresentante di un Paese avversario produce immediatamente conseguenze politiche e mediatiche. I responsabili dei servizi possono invece parlarsi riservatamente, verificare fino a dove l’altra parte sia disposta ad arrivare, trasmettere un avvertimento molto preciso e chiarire un possibile equivoco prima che diventi una crisi militare.
Claudio Bertolotti (direttore di START InSight e analista italiano di sicurezza) ha giudicato poco convincente la definizione di missione quasi ordinaria utilizzata da Trump. Nella sua analisi del viaggio di Ratcliffe ha interpretato il contatto come un possibile tentativo americano di misurare margini di intesa con Mosca sull’Ucraina e su altri dossier, compreso l’Iran.
Il precedente più importante risale al novembre 2021. William Burns, allora direttore della CIA, è andato a Mosca e ha incontrato Putin circa 3 mesi prima dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina. Il precedente non dimostra che ogni missione di un direttore della CIA preceda necessariamente una guerra. Dimostra piuttosto che Washington ha già utilizzato il livello più alto dell’intelligence per parlare direttamente con il Cremlino durante fasi nelle quali considerava elevatissimo il rischio di escalation. Ratcliffe e Naryshkin avevano inoltre mantenuto contatti anche prima dell’attuale visita.
La NATO 3.0 e il conto che Washington presenta all’Europa
Il 27 agosto, mentre emergevano i dettagli della missione CIA, Elbridge Colby (sottosegretario statunitense alla Guerra per la politica) è arrivato al quartier generale NATO di Bruxelles (capitale del Belgio). Il comunicato ufficiale dell’Alleanza ha confermato che Colby ha illustrato al Consiglio Nord Atlantico la revisione americana della propria presenza militare in Europa. Mark Rutte (segretario generale della NATO) ha ricordato che lo stesso Colby aveva coniato nei mesi precedenti l’espressione “NATO 3.0”.
Dietro una formula apparentemente tecnica c’è un cambiamento molto concreto. Washington non sta annunciando ufficialmente di voler uscire dalla NATO o abbandonare l’Europa. Sta chiedendo che Europa e Canada assumano una responsabilità molto maggiore nella propria difesa convenzionale, mentre gli Stati Uniti riconsiderano quantità, distribuzione e funzioni delle proprie forze nel continente.
Rutte ha indicato come segnale di questo riequilibrio l’aumento di 139 miliardi di dollari della spesa per la difesa sostenuta nel 2025 dagli alleati europei e dal Canada. Il tema si collega direttamente alla crescita della spesa militare italiana già ricostruita da Mediterranea24, ma non equivale a un ritiro americano già deciso.
In termini semplici, la NATO 3.0 proposta da Colby dovrebbe assomigliare meno a un sistema nel quale Washington fornisce gran parte delle capacità decisive e gli europei completano il dispositivo, e maggiormente a un’Alleanza nella quale l’Europa è in grado di sostenere una parte prevalente della propria difesa convenzionale. Il problema, sottolineato anche da Tocci, è il tempo necessario per trasformare maggiori bilanci in soldati, sistemi antiaerei, munizioni, satelliti, intelligence, logistica e capacità di comando realmente operative.
E1, l’altro scontro aperto fra Londra e Israele
Mentre Londra ha affrontato Mosca, si è aggravata anche la crisi diplomatica con Israele sul progetto E1 in Cisgiordania occupata.
Il 18 agosto il ministero israeliano competente ha aperto una gara per 1.234 abitazioni, suddivise in 7 complessi e inserite nel più vasto programma E1 di circa 3.400 unità. Il termine indicato per le offerte è il 19 ottobre. I dati della gara sono stati ricostruiti anche da Peace Now, organizzazione israeliana contraria all’espansione degli insediamenti, mentre è ancora aperto un contenzioso davanti alla giustizia israeliana.
E1 è l’area compresa a est di Gerusalemme e in direzione di Ma’ale Adumim (insediamento israeliano nella Cisgiordania occupata). La sua importanza non deriva quindi soltanto dal numero delle abitazioni. Una vasta continuità edificata israeliana in quel corridoio renderebbe molto più difficile mantenere collegati territorialmente i principali centri palestinesi della Cisgiordania e Gerusalemme Est, che i palestinesi rivendicano come capitale di un futuro Stato.
Il 19 agosto Ed Miliband (segretario agli Esteri britannico, Labour) ha chiesto al Governo israeliano di ritirare il bando, definendo il progetto incompatibile con la prospettiva dei 2 Stati. Il giorno successivo anche l’Italia ha aderito alla dichiarazione internazionale sull’E1 insieme, tra gli altri, a Regno Unito, Francia, Germania e Commissione europea. Il documento ha sostenuto che il progetto comprometterebbe la continuità territoriale palestinese.
Anche l’ISPI, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, ha richiamato in questi giorni il significato strategico dell’E1: non una normale espansione edilizia periferica, ma un intervento capace di modificare profondamente la geografia necessaria alla soluzione dei 2 Stati.
Sul piano giuridico il quadro precedente rimane rilevante. La risoluzione 2334 del Consiglio di sicurezza dell’ONU del 23 dicembre 2016 ha affermato che gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati dal 1967, compresa Gerusalemme Est, non hanno validità legale e costituiscono una violazione del diritto internazionale. Il rapporto più recente del Segretario generale dell’ONU sull’attuazione della stessa risoluzione, pubblicato il 24 giugno 2026, ne ha ribadito il contenuto.
A questo si è aggiunto il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del 19 luglio 2024, che ha ritenuto illegale la prosecuzione della presenza israeliana nei territori palestinesi occupati e ha affermato l’obbligo di interrompere immediatamente le nuove attività di insediamento. Si tratta di un parere consultivo, non di una sentenza pronunciata in una controversia bilaterale tra 2 Stati, distinzione che deve essere mantenuta.
Kiryat Gat, che cosa Israele sta realmente valutando
La risposta israeliana alla pressione britannica potrebbe spostarsi sul dispositivo internazionale creato per Gaza.
Il Financial Times (un autorevole quotidiano economico-finanziario britannico fondato a Londra nel 1888) ha riferito che nel Governo israeliano è stata presa in considerazione l’esclusione di rappresentanti britannici dal centro internazionale di coordinamento di Kiryat Gat (città del sud di Israele). Una fonte a conoscenza del dossier ha successivamente confermato al Times of Israel (un quotidiano online multilingue con sede a Gerusalemme, fondato nel 2012) che l’ipotesi nei confronti di Londra è effettivamente in esame e che potrebbero essere valutate altre misure.
Il giornale britannico aveva indicato anche Italia e Germania tra i Paesi potenzialmente coinvolti. Su questo punto sono però arrivate smentite: 2 fonti israeliane hanno escluso al Times of Israel che siano allo studio espulsioni di funzionari italiani o tedeschi. Una fonte ufficiale israeliana ha inoltre riferito all’ANSA che Italia e Germania vengono considerate Paesi amici.
Anche la definizione della struttura necessita di una precisazione. Il centro di Kiryat Gat è nato come Civil-Military Coordination Center (Centro di coordinamento civile-militare) ed è diventato il fulcro internazionale a guida statunitense per coordinare aspetti dell’attuazione del piano per Gaza. Non coincide automaticamente con una “base dell’ISF” (International Stabilization Force, Forza di stabilizzazione internazionale prevista per la Striscia di Gaza).
La International Stabilization Force è la forza temporanea che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha autorizzato con la risoluzione 2803 del 17 novembre 2025. Il mandato comprende sicurezza delle frontiere, sostegno alla smilitarizzazione della Striscia, protezione dei civili e delle operazioni umanitarie e collaborazione con una polizia palestinese selezionata e addestrata. La risoluzione è stata approvata con 13 voti favorevoli e le astensioni di Cina e Russia.
Detto in modo semplice: Kiryat Gat è oggi una cabina di coordinamento situata in Israele. L’ISF è la forza multinazionale autorizzata dall’ONU per operare a Gaza. Le 2 realtà sono collegate alla stessa architettura politica, ma non sono la stessa cosa.
Il filo che lega Mosca, Londra, Washington, Bruxelles e Gerusalemme è così diventato più evidente. Le grandi potenze stanno contemporaneamente misurando fino a dove sia possibile spingere il sostegno militare, la deterrenza e le ritorsioni senza superare una soglia capace di provocare un conflitto assai più vasto. Le minacce russe non vanno minimizzate. Ma proprio perché sono gravi vanno distinte dai fatti accertati, evitando di trasformare ogni indiscrezione in un’imminente dichiarazione di guerra.
Nell’immagine di copertina, Mark Rutte con Elbridge Colby durante la visita appena avvenuta al quartier generale dell’Alleanza, Andy Burnham e Volodymyr Zelensky durante le celebrazioni dell’Indipendenza ucraina, area tra Gerusalemme e Ma’ale Adumim.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.








