Sintesi
Nel 2024 il Comune di Messina ha registrato 54.000 occupati e un tasso di occupazione del 37,9%, uno dei valori più bassi tra i grandi comuni italiani, dato da non confondere con quello dell’intera provincia. Nel 2025 l’economia siciliana, secondo la Banca d’Italia, è cresciuta dello 0,6% in media d’anno, con un andamento lievemente migliore (0,1) rispetto alla media nazionale (una delle crescite nazionali più basse dell’Unione Europea malgrado il Pnrr e altri fondi europei per un totale tra il 2021 e il 2027 di circa 366 miliardi, alla Sicilia dal 2024 circa 21,5 miliardi), ma in rallentamento sul 2024 e con una progressiva perdita di slancio nella seconda parte dell’anno. Industria, costruzioni, turismo, trasporto marittimo e credito hanno mostrato segnali positivi, ma i servizi hanno rallentato, gli investimenti restano frenati dall’incertezza, l’occupazione regionale cresce meno del biennio precedente e diminuiscono il lavoro femminile, quello dei giovani tra 25 e 34 anni e quello dei laureati. In questo quadro, la Cgil Messina denuncia una contraddizione sempre più evidente: la città e l’area metropolitana producono ricchezza ma non lavoro, accumulano risparmio ma non investimenti locali, formano competenze ma continuano a perdere giovani, mentre precarietà, part-time involontario, salari bassi, ritardi infrastrutturali, rallentamento degli investimenti pubblici e stretta del credito alle imprese, impediscono al territorio di trasformare il proprio potenziale in sviluppo stabile.

Articolo
Il quadro economico più recente della Sicilia arriva dal rapporto della Banca d’Italia sul 2025, che attraverso l’ITER (Indicatore trimestrale dell’economia regionale) stima per l’Isola una crescita dello 0,6% in media d’anno. Il dato è appena superiore dello 0,1% a quello nazionale, ma segna un rallentamento rispetto all’anno precedente e racconta una dinamica non uniforme: dopo una prima parte dell’anno più vivace, l’attività economica si è gradualmente indebolita nel secondo semestre. La Sicilia, dunque, continua ad avanzare, ma con un passo ancora troppo lento per ridurre i divari storici e per incidere davvero sulle aree più fragili, tra cui Messina e la sua area metropolitana.

Eppure l’Italia e implicitamente anche la Sicilia, oltre al PNRR, che oggi vale complessivamente 194,4 miliardi di euro tra sovvenzioni e prestiti, dispone di un altro grande blocco di risorse legato alla Politica di coesione 2021-2027, pari a 135,07 miliardi di euro secondo l’aggiornamento al 31 agosto 2025 del Dipartimento per le politiche di coesione, di cui 96,5 miliardi destinati al Mezzogiorno, 36,8 miliardi al Centro-Nord e 1,6 miliardi non ripartiti territorialmente. A questi fondi si aggiunge la PAC (Politica agricola comune) 2023-2027, che per l’Italia prevede risorse per circa 37 miliardi di euro, destinate a pagamenti diretti, interventi settoriali e sviluppo rurale. Il totale, quindi, va distinto con precisione: sommando PNRR e Politica di coesione si arriva a circa 329,5 miliardi di euro, mentre includendo anche la PAC il volume complessivo delle risorse gestite o programmate dal Paese supera i 360 miliardi di euro, attestandosi intorno a 366 miliardi.

Il 27 maggio 2024, a Palermo venne firmato l’Accordo per lo sviluppo e la coesione tra il Governo nazionale e la Regione Siciliana. L’intesa fu presentata come una delle più rilevanti in Italia e mobilitò circa 6,862 miliardi di euro collegati al FSC (Fondo per lo sviluppo e la coesione), con centinaia di interventi destinati a infrastrutture, imprese, ambiente, mobilità sostenibile, riqualificazione urbana e opere strategiche. A queste risorse si sono aggiunti i fondi del PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza), che al 15 aprile 2026 risultavano assegnati alla Sicilia per 12,6 miliardi di euro, pari all’8,6% del totale nazionale. È una massa di denaro pubblica enorme, probabilmente irripetibile nel breve periodo, ed è proprio per questo che le critiche diventano più insistenti quando si teme che una parte delle risorse sia stata o venga dispersa in interventi frammentati, utili alla visibilità territoriale dei singoli gruppi politici più che a un salto permanente della qualità dei servizi.
Messina resta il simbolo di una contraddizione generale e profonda. Il dato del 37,9% riguarda il tasso di occupazione del Comune nel 2024, secondo le elaborazioni diffuse nel report “Messina in cifre” su fonte Istat e non va attribuito in modo generico all’intera provincia. La precisazione è necessaria, ma non attenua la gravità del quadro: 54.000 occupati, 1.000 in meno rispetto al 2023, e circa 39.500 inattivi descrivono una città che fatica a trattenere lavoro, energie e prospettive. Il paradosso denunciato dalla Cgil è proprio questo: Messina dispone di risorse, competenze, patrimonio economico, posizione geografica strategica, porto e università, ma non riesce a trasformare questi elementi in investimenti produttivi, innovazione e nuova occupazione.
Secondo la CGIL della città dello Stretto, il tessuto economico locale continua a vivere una frattura evidente. Da una parte crescono i risparmi delle famiglie e si consolida un polo universitario di qualità, anche se resta legittimo chiedersi quali famiglie riescano davvero ad accumulare risparmio in un territorio segnato da salari bassi, precarietà e carovita. Dall’altra, questi capitali non vengono indirizzati verso attività capaci di creare lavoro stabile, ma finiscono spesso per alimentare rendite, in particolare nel settore immobiliare, oppure si spostano altrove. La conseguenza è una città che conserva ricchezza ma non la rimette in circolo, forma giovani ma li lascia partire, produce competenze ma non costruisce abbastanza occasioni per trattenerle.
Il mercato del lavoro conferma questa debolezza. Alla perdita di posti si affianca una crescente rassegnazione, con sempre più persone scoraggiate che smettono perfino di cercare un impiego. Precarietà, part-time involontario, retribuzioni insufficienti e ridotte possibilità di crescita professionale spingono soprattutto i giovani a emigrare, impoverendo ulteriormente il territorio. A frenare la ripresa contribuiscono anche il rallentamento degli investimenti pubblici, la riduzione o la maggiore selettività del credito alle imprese, i ritardi infrastrutturali e l’assenza di una programmazione capace di collegare risorse pubbliche, capitale privato, formazione e sviluppo industriale.
Aggiungo: una cronica lenta giustizia e una burocrazia anacronistica per produrre.
Il quadro regionale offre alcune luci, ma non cancella le ombre. Nel 2025 l’industria siciliana è cresciuta lievemente e le imprese con fatturato in aumento hanno superato quelle in calo. Le esportazioni non petrolifere sono salite, soprattutto grazie a cantieristica navale, agroalimentare ed elettronica, mentre l’interscambio dei prodotti petroliferi si è ridotto sensibilmente. Le costruzioni hanno continuato a crescere, sostenute dalle opere pubbliche, che hanno compensato la flessione dell’edilizia privata. Nei servizi, comparto da cui proviene gran parte del valore aggiunto regionale, la crescita ha invece rallentato: le presenze turistiche sono aumentate, il traffico passeggeri negli aeroporti ha ristagnato e il trasporto marittimo ha mostrato segnali positivi sia per i passeggeri sia per le merci.
Anche le imprese siciliane presentano un andamento misto. I risultati economici sono rimasti complessivamente favorevoli, la liquidità è aumentata e gli investimenti hanno segnato una lieve ripresa, aiutati dalla riduzione del costo del credito. Tuttavia, l’incertezza del contesto internazionale condiziona le aspettative per il 2026 e molte aziende prevedono un calo dell’accumulazione di capitale. Il credito all’economia è tornato a crescere dopo oltre 2 anni di contrazione, ma l’espansione ha riguardato soprattutto le imprese di maggiore dimensione, lasciando più esposte le realtà piccole e medie, che nei territori come Messina rappresentano una parte decisiva del tessuto produttivo.
Sul lavoro, la Sicilia continua a registrare un aumento degli occupati, ma con un ritmo meno forte rispetto al biennio precedente. La spinta arriva soprattutto da commercio, alberghi e ristoranti, mentre diminuiscono l’occupazione femminile, quella dei lavoratori tra 25 e 34 anni e quella dei laureati. È un dato particolarmente pesante, perché colpisce proprio le componenti che dovrebbero sostenere il futuro della regione. Nel settore privato non agricolo il saldo tra assunzioni e cessazioni resta positivo, soprattutto per i contratti a tempo indeterminato, ma le difficoltà di ingresso per disoccupati e inattivi rimangono forti, dentro un contesto demografico segnato da calo della popolazione e invecchiamento.
Il segretario generale di CGIL Messina, Pietro Patti, sintetizza il nodo con parole nette: la città rischia di vivere una contraddizione sempre più evidente, perché produce ricchezza ma non lavoro, accumula risparmio ma vede gli investimenti andare altrove, forma competenze ma assiste alla fuga dei giovani. Per invertire la rotta, secondo il sindacato, occorrono scelte infrastrutturali, industriali e logistiche, insieme a una politica territoriale costruita attraverso un confronto stabile tra istituzioni, parti sociali, Università e imprese. La città deve partire dalla propria posizione nel Mediterraneo, dal sistema portuale, dalla logistica, dal turismo, dall’economia del mare, dall’innovazione tecnologica, dalla ricerca, dalle energie rinnovabili, dalla sanità pubblica e dalla mobilità.
La questione, però, non appare solo economica. È anche culturale e politica. Messina deve decidere se continuare a vivere di rendite, emergenze e occasioni episodiche oppure se diventare una comunità capace di programmare, investire e creare lavoro qualificato. Non basta attrarre capitali, non basta registrare una crescita del PIL, non basta commentare ogni anno i dati negativi. Serve una classe dirigente in grado di immaginare la città e l’intera area metropolitana nei prossimi 20 anni, superando personalismi inutili e costruendo sedi vere di confronto.
La proposta della Cgil va in questa direzione: mettere al centro lavoro, giustizia sociale e futuro dell’area metropolitana. Il sindacato si dice pronto a fare la propria parte, ma chiede una strategia condivisa, concreta e verificabile. Il punto decisivo è trasformare il capitale economico, sociale e culturale di Messina in sviluppo reale. Senza questa svolta, la città continuerà a vivere il suo paradosso più doloroso: avere ricchezza senza lavoro, risparmio senza investimenti, università senza trattenere giovani, mare e porto senza pieno sviluppo, potenzialità enormi senza una direzione comune.
Immagine realizzata con Ia.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









