Messina e Torino. Assenza di tutele e sfruttamento: inchiesta su caporalato digitale e lavaggi auto

Indagine della Procura smaschera un sistema di sfruttamento nella distribuzione alimentare a domicilio. Coinvolti 4 dirigenti, paghe minime e controlli invasivi. Emergerebbero tentativi di cancellare prove e alterare dati aziendali

Sintesi

A Messina un’indagine giudiziaria ha portato alla contestazione del reato di caporalato nei confronti dei vertici di una società di consegna a domicilio, accusati di aver sottoposto 49 lavoratori a condizioni degradanti e compensi irrisori. Le accuse includono pagamenti a cottimo, assenza di tutele e tentativi di cancellazione di prove informatiche. I sindacati denunciano da anni situazioni analoghe nel settore dei rider e chiedono interventi strutturali. Parallelamente emerge un caso simile a Torino in un lavaggio auto con operai sfruttati e controllati. Il fenomeno si inserisce in un quadro più ampio di irregolarità nel lavoro digitale e precario.

Articolo

A Messina prende forma una vicenda giudiziaria che riaccende i riflettori sul lavoro povero e sulla nuova frontiera dello sfruttamento legata alle piattaforme digitali. Una società di consegna di cibo a domicilio, interamente radicata nel territorio e denominata “Lillo”, sarebbe finita al centro di un’inchiesta coordinata dalla Procura locale. Al vertice dell’organizzazione, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, vi sarebbe Gianluca P. 36 anni, amministratore delegato (CEO, amministratore delegato), affiancato da Giuseppe I. Giuseppe L. e Silvio L. R.

I quattro risultano indagati per il reato di caporalato, una fattispecie prevista dall’ordinamento italiano che punisce lo sfruttamento del lavoro e l’intermediazione illecita di manodopera. L’indagine, condotta dai Carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro (NIL, reparto specializzato nel controllo delle norme sul lavoro) di Messina insieme al gruppo tutela lavoro di Palermo, avrebbe accertato l’impiego di 49 lavoratori, con età compresa tra i 20 e i 40 anni, retribuiti con compensi variabili tra 2,40 e 2,99 euro per singola consegna.

Secondo la ricostruzione investigativa, i dipendenti sarebbero stati sottoposti a ritmi intensi, turnazioni imposte e modalità di controllo definite lesive della dignità umana e contrarie alla normativa vigente. Le consegne venivano effettuate con mezzi personali, senza adeguate garanzie di sicurezza né coperture assicurative, trasferendo di fatto ogni rischio sui lavoratori. Questo modello organizzativo, sempre più diffuso nel settore del food delivery (consegna di cibo a domicilio), configurerebbe, secondo gli inquirenti, una forma di caporalato digitale.

L’inchiesta ha avuto un’accelerazione dopo le perquisizioni, quando gli indagati, già consapevoli delle verifiche in corso, avrebbero tentato di occultare elementi probatori. In particolare, sarebbe stato chiesto al gestore del database aziendale di eliminare dati relativi agli ordini e di modificare credenziali di accesso, impedendo eventuali controlli informatici. Tra le ipotesi investigative figura anche la volontà di nascondere dispositivi aziendali e alterare il “file cassa”, ossia il registro digitale degli incassi, per ridurre artificialmente il volume d’affari dichiarato e coprire pagamenti in contanti non tracciati.

Sul piano sindacale, le reazioni sono state immediate. Antonino Alibrandi, segretario generale della CISL di Messina, ha definito la vicenda “un fatto gravissimo che non può lasciare indifferenti”, sottolineando come da tempo venga denunciata l’illegalità diffusa nel settore. Analoghe posizioni arrivano dalla CGIL, che parla di “sistema feudale” mascherato da lavoro autonomo, dove i rider risultano formalmente indipendenti ma sostanzialmente subordinati, privi di diritti e costretti a compensi a cottimo.

Il quadro si inserisce in un contesto normativo che negli ultimi anni ha tentato di regolamentare il settore. Qualche mese addietro un’analoga inchiesta c’è stata a Milano. In Italia, interventi legislativi e pronunce giurisprudenziali, tra cui quelle della Corte di Cassazione, hanno progressivamente riconosciuto maggiori tutele ai rider, soprattutto nei casi in cui il rapporto presenti caratteristiche di etero-organizzazione, cioè quando il lavoratore è di fatto coordinato dalla piattaforma.

Parallelamente, un episodio analogo è emerso a Torino, dove la Procura ha avviato un’indagine su un presunto sistema di sfruttamento in centri di lavaggio auto. In questo caso, una donna di 63 anni e i suoi tre figli sarebbero accusati di aver impiegato circa 15 operai in condizioni estreme, con turni di 12 ore giornaliere e compensi pari a 30 euro al giorno, senza pause, ferie o garanzie contrattuali. I lavoratori, secondo le accuse, sarebbero stati controllati tramite telecamere e intimiditi con minacce fisiche, in un contesto di forte vulnerabilità economica.

Questi episodi delineano un fenomeno più ampio e strutturale, in cui innovazione tecnologica e precarietà si intrecciano. Se da un lato le piattaforme digitali promettono efficienza e nuove opportunità occupazionali, dall’altro rischiano di diventare strumenti per aggirare le regole, comprimere i diritti e trasferire sui lavoratori ogni forma di rischio, dalla sicurezza stradale alla stabilità economica.