Mercati in rialzo sulla tregua Usa-Iran, ma debito, Hormuz, Gaza e riarmo restano le vere incognite

Le Borse scommettono sulla diplomazia, mentre petrolio e rendimenti arretrano. Ma Stretto di Hormuz, debito globale, Gaza e corsa alle armi mantengono alto il rischio

Sintesi

La possibile intesa tra USA e Iran (descritta da Axios una testata giornalistica digitale americana fondata nel 2016 e lanciata nel 2017), come un memorandum d’intesa ossia un accordo preliminare di 14 punti, ha alimentato l’ottimismo dei mercati, spingendo Wall Street, Europa e Piazza Affari verso nuovi massimi e facendo arretrare petrolio, spread (differenziale di rendimento tra i titoli di Stato tedeschie e italiani) erendimenti obbligazionari. La trattativa resta però fragile, perché Teheran valuta la proposta con cautela e Donald Trump alterna aperture diplomatiche a minacce di nuovi bombardamenti se l’accordo fallisse. Il nodo centrale resta lo Stretto di Hormuz, passaggio decisivo per petrolio e gas, mentre le scorte energetiche globali sono sotto pressione e gli analisti avvertono che un nuovo blocco potrebbe riaccendere i prezzi. Sullo sfondo pesa il debito mondiale, salito secondo IIF (Institute of International Finance, istituto internazionale della finanza) vicino a 353mila miliardi di dollari a fine marzo 2026, con USA e Cina in prima fila. A Gaza la tregua appare sempre più fragile, perché il disarmo di Hamas è diventato una condizione dirimente e gli aiuti umanitari restano legati a una cornice politica contestata. Intanto il riarmo accelera: in Europa i prestiti SAFE (Security Action for Europe, azione di sicurezza per l’Europa) finanziano acquisti militari per numerosi Stati, mentre Kenya, Lussemburgo, Germania, Francia, Polonia e Italia mostrano forme diverse di indebitamento o nuova spesa per la difesa.

Articolo

La seduta dei mercati internazionali è stata dominata da una speranza ancora provvisoria: un accordo tra USA (Stati Uniti d’America) e Iran potrebbe arrivare prima del viaggio di Donald Trump in Cina, indicato per la metà di maggio. Axios (una testata giornalistica nativa digitale americana fondata nel 2016 diffusa nel 2017 da Jim VandeHei, Mike Allen e Roy Schwartz, ex fondatori e dirigenti di Politico noto giornale statunitense con sede ad Arlington, Virginia, specializzato in politica e notizie governative) ha riferito che Washington e Teheran stanno lavorando a un memorandum d’intesa (accordo preliminare) di una pagina e 14 punti per chiudere la guerra e avviare negoziati più dettagliati sul nucleare, con una possibile moratoria iraniana sull’arricchimento dell’uranio e una graduale rimozione delle sanzioni statunitensi. La stessa ricostruzione segnala però nodi ancora aperti, fra cui la gestione delle scorte iraniane di uranio arricchito e le divisioni interne al potere iraniano.

I mercati hanno letto queste indiscrezioni come un segnale di de-escalation (riduzione della tensione). Le Borse hanno accelerato, Wall Street ha segnato nuovi record, l’Europa ha chiuso in forte rialzo e Milano si è avvicinata a quota 50mila punti, mentre il petrolio Brent è sceso dopo aver sfondato al ribasso la soglia dei 100 dollari al barile durante la seduta. Anche i rendimenti dei titoli di Stato sono arretrati, con sollievo per le attese sull’inflazione e sulle future mosse di Fed (Federal Reserve, banca centrale statunitense) e BCE (Banca centrale europea). L’ottimismo resta tuttavia fragile, perché Trump ha affiancato alla trattativa la minaccia di bombardamenti più intensi se Teheran non accetterà l’intesa, mentre fonti iraniane continuano a parlare di richieste non tutte accettabili.

In ordine cronologico il quadro degli atti e dei passaggi principali: il 28 febbraio 2026 viene indicato dalle fonti internazionali come l’avvio della guerra USA-Israele contro l’Iran; nei mesi successivi il blocco di fatto dello Stretto di Hormuz altera rotte, assicurazioni, trasporti e prezzi energetici; ad aprile emergono la sospensione e la revisione di Project Freedom (progetto libertà), missione statunitense di protezione navale; il 6 maggio Axios diffonde le indiscrezioni sul memorandum d’intesa USA-Iran; nello stesso giorno Reuters e altre fonti riferiscono nuove tensioni navali, inclusa l’azione contro la petroliera iraniana Hasna, colpita e fermata mentre tentava di violare il blocco; il 7 maggio l’attenzione si sposta sulla possibile risposta iraniana, sulla visita di Trump in Cina e sul ruolo di Pechino, che considera Teheran un partner strategico e sostiene il diritto iraniano all’uso pacifico dell’energia nucleare.

Lo Stretto di Hormuz resta la leva decisiva. Prima della guerra vi transitava circa un quinto del petrolio e del gas mondiale, e una riapertura piena non sarebbe automatica neppure in caso di accordo. La Guardia rivoluzionaria iraniana ha parlato di nuove procedure per garantire il passaggio sicuro delle navi, ma la normalizzazione dei flussi richiederebbe tempo, fiducia, coperture assicurative e sicurezza militare. Per questo il ribasso del greggio può essere letto più come anticipo finanziario che come dato strutturale. Le scorte globali, secondo le ricostruzioni citate dagli operatori, restano sotto pressione e un nuovo shock su Hormuz potrebbe riportare il petrolio verso livelli molto più alti.

La prudenza è condivisa anche da diversi osservatori italiani. ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale) ha descritto Hormuz come uno stress test (prova di resistenza) per Europa, energia e interdipendenze globali, mentre il Centro studi di Confindustria ha collegato la guerra contro l’Iran a rallentamento della domanda mondiale, aumento dei costi di trasporto, rincari energetici e perdita di fiducia. Questi elementi spiegano perché la reazione euforica delle Borse non cancelli i rischi dell’economia reale.

Il secondo fronte è il debito. Il Global Debt Monitor (monitoraggio globale del debito) dell’IIF (Institute of International Finance, istituto internazionale della finanza) ha stimato che il debito mondiale abbia raggiunto a fine marzo 2026 quasi 353mila miliardi di dollari, con un aumento di 4.400 miliardi nel primo trimestre e circa 25mila miliardi negli ultimi 12 mesi. Reuters (una delle più grandi e prestigiose agenzie di stampa internazionali al mondo, con sede a Londra) riferisce che la crescita è stata trainata soprattutto dal debito pubblico statunitense e dall’indebitamento delle società cinesi, mentre il rapporto debito/PIL (prodotto interno lordo) globale resta vicino al 305%.

La fotografia è meno rassicurante di quanto suggeriscano gli spread compressi. Negli USA il debito federale supera livelli che gli osservatori considerano difficili da sostenere nel lungo periodo, mentre in Cina pesa la leva finanziaria delle imprese, spesso controllate dallo Stato. In Europa il debito pubblico medio è più contenuto, ma Paesi come Italia, Francia, Belgio, Portogallo e Spagna devono conciliare conti pubblici già fragili con l’aumento della spesa militare. L’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) ha segnalato che l’espansione della difesa richiederà ulteriori sforzi proprio in alcuni Paesi ad alto debito.

Sul piano geopolitico, la Cina appare centrale. Pechino ha ricevuto il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e ha ribadito l’urgenza di una cessazione completa delle ostilità, ma anche la propria vicinanza strategica a Teheran. Per la Cina la stabilità dell’Iran e la riapertura di Hormuz sono vitali, perché Pechino è da anni il principale acquirente di greggio iraniano e il maggiore partner commerciale della Repubblica islamica. Il viaggio di Trump da Xi Jinping assume quindi un valore che supera il dossier bilaterale USA-Cina: riguarda energia, navigazione, Taiwan, rapporti con Mosca e futuro equilibrio del Golfo.

Nel Golfo Persico, intanto, gli Emirati Arabi Uniti hanno consolidato il loro asse con Israele dopo gli Accordi di Abramo del 2020 (intese diplomatiche storiche, intermediate dagli Stati Uniti e firmati a Washington sotto la guida del primo mandato del presidente Donald Trump) che hanno normalizzato le relazioni tra Israele, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, e successivamente Marocco e Sudan), mentre l’Arabia Saudita cerca di mantenere una linea più autonoma. Abu Dhabi,  capitale degli Emirati Arabi Uniti, ha trasformato la normalizzazione con Israele in cooperazione tecnologica, militare e commerciale, ma questa scelta la espone alla reazione iraniana. Riad capitale nonché primo polo finanziario dell’Arabia Saudita e Abu Dhabi, condividono una postura anti-iraniana, ma competono su Yemen, OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries, organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio), tecnologia, investimenti e leadership regionale. La guerra ha reso questa rivalità più visibile.

Intanto a Gaza, la tregua è ancora più fragile. Il Times of Israel ha riferito che il Board of Peace (Consiglio per la pace), organismo guidato dagli USA per la gestione postbellica della Striscia, non intenderebbe imporre a Israele il rispetto di alcuni termini del cessate il fuoco se Hamas non accettasse il quadro sul disarmo. Nella lettera attribuita a Nickolay Mladenov (ex ministro della Difesa della Bulgaria e ora direttore generale “designato” del Consiglio di Pace che sarà presieduto da Donald Trump) che, probabilmente, la prossima settimana renderà ufficiali le nomine di tutto il boarde al funzionario statunitense Aryeh Lightstone (imprenditore e rabbino, creatore di Gaza Humanitarian Foundation l’organismo privato, piuttosto criticato, sostenuto da Tel Aviv e Washington che ha sostituito le agenzie Onu nella distribuzione delle derrate alimentari nella Striscia), il mancato assenso di Hamas renderebbe nulli gli impegni collegati a stop degli attacchi, ingresso degli aiuti e altre parti della prima fase.

La testata +972 Magazine (una testata giornalistica online indipendente, fondata nel 2010 e gestita da un collettivo di giornalisti e blogger israeliani e palestinesi. Con sede a Tel Aviv) ha descritto la proposta come una trappola negoziale, poiché prevede la consegna progressiva delle armi pesanti e personali, la distruzione di tunnel e infrastrutture militari e solo in un secondo momento un ritiro israeliano parziale. Secondo la ricostruzione, Israele manterrebbe inizialmente il controllo di ampie parti della Striscia e arretrerebbe solo dopo verifiche sul disarmo. Hamas giudica la proposta inaccettabile, mentre Israele lega la sicurezza futura alla neutralizzazione militare del movimento.

La situazione umanitaria resta drammatica. Gli attacchi non sono cessati del tutto, gli aiuti entrano con difficoltà e la popolazione civile continua a subire fame, distruzione e collasso sanitario. La detenzione di attivisti della Flotilla (flottiglia, convoglio navale civile) diretta a Gaza ha aggravato le tensioni diplomatiche con Spagna e Brasile: Reuters ha riferito che un tribunale israeliano ha prorogato la detenzione di due attivisti, Saif Abu Keshek e Thiago Avila, intercettati durante una missione umanitaria.

Nel frattempo c’è una generale corsa agli armamenti. Per l’Italia, il quadro giuridico sulle armi resta legato soprattutto alla legge 185/1990, che disciplina esportazione, importazione e transito di materiali d’armamento. Pagella Politica (il primo e principale sito italiano di fact-checking, verifica dei fatti, fondato nel 2012, dedicato esclusivamente alla verifica delle dichiarazioni dei politici) ha ricostruito che nel 2025, come nel 2024, l’Italia non avrebbe approvato nuove licenze di esportazione di armi verso Israele dopo il 7 ottobre 2023, ma avrebbe continuato a registrare importazioni militari da Israele e trasferimenti collegati a licenze precedenti. Avvenire (un quotidiano italiano cattolico a diffusione nazionale fondato il 4 dicembre 1968 a Milano) e altre fonti hanno indicato che nel 2025 risultano movimentati verso Israele materiali militari italiani per oltre 22,6 milioni di euro legati a licenze anteriori alla sospensione.

La corsa agli armamenti è il terzo grande pilastro della crisi. Il SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute, istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma) ha stimato che la spesa militare mondiale nel 2025 abbia raggiunto 2.887 miliardi di dollari, con un aumento reale del 2,9% sul 2024, una crescita del 14% in Europa e dell’8,1% in Asia e Oceania. Gli USA, la Cina e la Russia hanno rappresentato insieme il 51% della spesa globale.

Dall’inizio del 2026 nel mondo risultano collegamenti a prestiti, nuovo debito o titoli destinati, per la cosiddeta difesa. Nell’UE (Unione europea), il programma SAFE (Security Action for Europe, azione di sicurezza per l’Europa) prevede fino a 150 miliardi di euro di prestiti a lungo termine e a condizioni competitive per acquisti militari: la prima ondata approvata il 15 gennaio 2026 riguarda Belgio, Bulgaria, Danimarca, Spagna, Croazia, Cipro, Portogallo e Romania; la seconda ondata del 26 gennaio 2026 riguarda Estonia, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Finlandia; l’Italia è indicata con 14,9 miliardi di euro di prestiti SAFE, destinati anche a difesa aerea, antimissile e sistemi anti-drone; la Polonia è il principale beneficiario, con 43,7 miliardi di euro per difesa aerea e missilistica, artiglieria, munizioni, droni, sistemi anti-drone, logistica, cybersicurezza e infrastrutture militari; il Lussemburgo ha emesso nel 2026 un Defence Bond (obbligazione per la difesa) rivolto anche al pubblico; la Lituania ha collocato Defence Bonds (obbligazioni per la difesa) per 15 milioni di euro tra 31 marzo e 14 aprile 2026; la Germania prepara un bilancio 2027 con nuovo indebitamento vicino a 196,5 miliardi di euro e una forte crescita della spesa per difesa; la Francia ha annunciato 36 miliardi di euro aggiuntivi entro il 2030 per riarmo, deterrenza nucleare, missili e droni; il Kenya ha ottenuto un prestito sostenuto da Israele da 6,1 miliardi di scellini kenioti per acquistare il sistema SPYDER (Surface-to-air Python and Derby, sistema missilistico terra-aria Python e Derby) contro aerei, elicotteri, droni e munizioni guidate.

Il caso del Kenya è emblematico perché unisce debito, sicurezza regionale e tecnologia israeliana. Business Daily Africa (un quotidiano economico in lingua inglese, con sede a Nairobi, Kenya e Fondato nel 2007), ha riferito che Nairobi ha ottenuto un prestito da 6,1 miliardi di scellini per acquistare un sistema di difesa aerea israeliano, in un contesto di timori per al-Shabaab, Houthi (movimento armato yemenita filo-iraniano) e possibile contagio della guerra nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa.

Il quadro finale è quindi in atto meno lineare di quanto suggeriscano i listini. I mercati prezzano la pace prima che la pace esista, il petrolio arretra prima che Hormuz sia davvero sicuro, gli spread scendono mentre il debito globale segna un record e gli Stati aumentano la spesa militare proprio quando i bilanci pubblici sono più esposti. La possibile intesa USA-Iran può ridurre il rischio immediato, ma non cancella le fratture di fondo: energia fragile, Gaza senza soluzione stabile, Medio Oriente polarizzato, Europa in riarmo, finanza pubblica sotto pressione e un sistema internazionale che continua a cercare sicurezza attraverso nuovo debito e nuove armi.