Sintesi
Le tensioni geopolitiche legate al conflitto in Medio Oriente hanno generato una fase negativa sui mercati finanziari globali con ribassi diffusi e aumento dei rendimenti obbligazionari. Il rialzo del petrolio dovuto alla crisi nello Stretto di Hormuz ha riacceso i timori inflazionistici e modificato le aspettative sulle politiche monetarie. Le banche centrali hanno mantenuto un atteggiamento prudente mentre i mercati hanno anticipato un irrigidimento delle condizioni finanziarie. Le materie prime hanno mostrato dinamiche divergenti con il crollo di oro e rame e l’impennata del greggio. Le dichiarazioni dell’Agenzia internazionale dell’energia segnalano una crisi senza precedenti con effetti potenzialmente strutturali sull’economia globale. In Europa riemerge il dibattito sul nucleare come risposta strategica alla dipendenza energetica mentre i Governi adottano misure fiscali per contenere l’impatto su famiglie e imprese.

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La settimana finanziaria si è chiusa con un arretramento generalizzato dei mercati globali, caratterizzato da vendite simultanee su azioni, obbligazioni e materie prime, in un contesto dominato dall’intensificarsi del conflitto in Medio Oriente. L’eccezione è rappresentata dal petrolio, con il Wti (West Texas Intermediate, greggio statunitense) vicino ai 100 dollari e il Brent oltre i 110, spinti dalle tensioni nello Stretto di Hormuz. Le principali piazze europee hanno registrato ribassi nella settimana marcati, con Francoforte in flessione fino al -4,5% e Milano al -3,3%, mentre i rendimenti obbligazionari sono cresciuti rapidamente, con il Treasury americano (titoli di Stato emessi dal governo federale degli Stati Uniti per finanziare il debito pubblico e la spesa) a 10 anni al 4,38% e il BTp (Buoni del Tesoro poliennali) italiano al 3,96%, in aumento di circa 70 punti base rispetto ai livelli precedenti agli attacchi in Iran.

L’origine di questo movimento sincronizzato risiede nell’attivazione di una dinamica di “risk off” (riduzione dell’esposizione al rischio), alimentata dall’escalation militare. Il petrolio rappresenta il fulcro di questa spirale: l’aumento delle quotazioni, superiore al 70% dall’inizio dell’anno, ha riacceso le pressioni inflazionistiche, costringendo gli investitori a rivedere le aspettative su tassi e politiche monetarie. Il conseguente aumento dei rendimenti ha determinato una revisione dei multipli azionari, con un incremento del costo del capitale e una compressione dei margini, traducendosi in un calo diffuso dei listini.

Sul fronte delle materie prime, il quadro appare eterogeneo e per certi versi anomalo. L’oro, tradizionale bene rifugio, ha registrato la peggiore performance dal 1983, perdendo circa il 16% e scendendo da quota 5.500 a 4.504 dollari l’oncia, penalizzato dalla forza del dollaro e dall’aumento dei tassi reali. Parallelamente, il rame, noto come “Dr Copper” per la sua capacità di anticipare il ciclo economico, ha ceduto il 7%, segnando la peggiore settimana dall’aprile 2025, segnale di aspettative di rallentamento economico globale.
Le Borse europee risultano le più colpite, con una perdita complessiva di capitalizzazione pari a circa 1.700 miliardi dall’inizio del conflitto. Negli Stati Uniti, invece, la contrazione è stata più contenuta, con Wall Street in calo dell’1,5% settimanale, sostenuta dalla maggiore autonomia energetica e dalla distanza geografica dal teatro bellico.
Nel comparto obbligazionario, le tensioni sono diffuse su scala globale. Lo spread tra BTp e Bund (titoli di Stato tedeschi) ha raggiunto i 92 punti base, riflettendo vendite significative sul debito italiano anche per effetto dello smontaggio delle strategie di carry trade (operazioni speculative basate sul differenziale dei tassi). Il rendimento del Bund decennale ha superato il 3%, livello che non si registrava dal 2011.
Le banche centrali, tra cui la Fed (Federal Reserve, banca centrale degli Stati Uniti), la Bce (Banca centrale europea) e la Bank of Japan, hanno mantenuto invariati i tassi adottando un approccio attendista. Tuttavia, i mercati hanno anticipato un possibile irrigidimento delle condizioni finanziarie, spingendo verso l’alto i rendimenti sia a breve sia a lungo termine. Il disallineamento tra tassi ufficiali e rendimenti di mercato è evidente, con il Bund biennale al 2,69% e i Treasury a due anni al 3,9%, livelli superiori ai rispettivi tassi ufficiali.
Le implicazioni sull’economia reale sono rilevanti: credito più oneroso per famiglie e imprese e rischio concreto di rallentamento economico. Il confronto con precedenti shock, come quello legato ai dazi commerciali annunciati da Donald Trump, evidenzia una differenza sostanziale: mentre le tensioni commerciali possono essere modificate rapidamente, un conflitto armato presenta dinamiche più complesse e difficilmente controllabili.
In questo contesto si inseriscono le dichiarazioni di Fatih Birol, direttore dell’Aie (Agenzia internazionale dell’energia), che ha definito l’attuale crisi come la più grave minaccia alla sicurezza energetica globale mai registrata. Secondo Birol, la perdita di offerta energetica supera quella delle crisi petrolifere degli anni 70 e della recente crisi del gas legata alla guerra in Ucraina, con impatti su petrolio, gas naturale liquefatto (Gnl), fertilizzanti e altri materiali strategici.
Le misure adottate finora, tra cui il rilascio di 400 milioni di barili di scorte strategiche, si sono rivelate insufficienti a stabilizzare i prezzi. L’Aie ha proposto interventi sul lato della domanda, come riduzione dei consumi e incentivi allo smart working (lavoro agile), ma la soluzione strutturale resta il ripristino dei flussi energetici attraverso lo Stretto di Hormuz.
Sul piano geopolitico, la situazione nel Golfo Persico evidenzia un rafforzamento della presenza militare statunitense, nonostante la retorica di riduzione dell’impegno. Operazioni come “Operation Epic Fury” mirano a contenere le capacità militari iraniane e garantire la libertà di navigazione, mentre Teheran minaccia ritorsioni anche fuori dall’area regionale.
Parallelamente, in Europa si riaccende il dibattito sulla sovranità energetica. La dipendenza dalle importazioni, superiore al 50%, e l’aumento dei prezzi hanno riportato al centro il tema del nucleare. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha definito un errore strategico l’abbandono di questa fonte, mentre il presidente francese Emmanuel Macron ha ribadito il ruolo chiave dell’energia nucleare per garantire indipendenza e decarbonizzazione.
Nel frattempo, diversi governi europei, come anche quello italiano, stanno adottando misure fiscali per contenere l’impatto della crisi. In Spagna, l’esecutivo guidato da Pedro Sánchez ha stanziato 5.000 milioni di euro per ridurre l’Iva (Imposta sul valore aggiunto) su carburanti ed energia al 10%, rafforzare i sussidi e sostenere famiglie e imprese.
Il quadro complessivo delineato evidenzia una crisi sistemica in cui finanza, energia e geopolitica si intrecciano. L’evoluzione dipenderà dalla durata del conflitto e dalla capacità delle istituzioni internazionali di coordinare risposte efficaci. In assenza di una stabilizzazione rapida, il rischio è quello di un impatto strutturale sull’economia globale, con effetti persistenti su inflazione, crescita e stabilità finanziaria.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









