Lavoro al Sud. Occupazione sotto la media nazionale. Calabria, Campania e Sicilia le più svantaggiate

Ancora una volta l'ennesima insufficienza italiana di Governi e Parlamenti, nazionali e regionali, di invertire questa annosa tendenza e malgrado pure i 200 miliardi del Pnrr di questi ultimi anni

Sintesi

Il quadro del lavoro nel Mezzogiorno, secondo l’analisi del Centro Studi delle Camere di commercio Guglielmo Tagliacarne, continua a evidenziare un divario consistente rispetto al resto del Paese. Campania, Calabria e Sicilia registrano i tassi occupazionali più contenuti sia nella popolazione generale sia tra i giovani. Le province meridionali restano nella parte bassa delle graduatorie nazionali mentre Sardegna e Puglia mostrano risultati più positivi negli ingressi occupazionali. Persistono inoltre criticità collegate alla qualità delle assunzioni e alla difficoltà nel reperire figure professionali adeguate. Le recenti analisi confermano un mercato del lavoro ancora poco dinamico, nonostante alcuni segnali di miglioramento in specifici territori e settori. La situazione alimenta inevitabilmente una critica verso la Politica italiana nazionale e regionale, poiché nonostante gli ingenti finanziamenti, compresi i circa 200 miliardi di euro del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), non si registrano ancora risultati tali da invertire in modo netto una tendenza storica che continua a riproporsi.

Articolo

Il mercato occupazionale del Mezzogiorno continua a manifestare una capacità di crescita inferiore rispetto alla media italiana e conferma una distanza strutturale che negli anni continua a caratterizzare gran parte delle regioni meridionali. I dati più recenti diffusi da Centro Studi Tagliacarne evidenziano come Campania, Calabria e Sicilia restino i territori con le maggiori difficoltà occupazionali del Paese.

Seguendo un ordine cronologico dei dati disponibili emerge che il tasso di occupazione nella fascia compresa tra 15 e 64 anni, che rappresenta il rapporto tra persone occupate e popolazione in età lavorativa, si attesta a livello nazionale al 62,5%. Tutte le regioni del Mezzogiorno considerate nell’analisi rimangono sotto questa soglia. La Calabria registra il dato più contenuto con il 46,4%. Segue la Campania con il 46,7%. Successivamente compare la Sicilia con il 47,3%. Valori intermedi vengono rilevati in Puglia con il 51,0%. Dati relativamente più elevati si osservano in Basilicata con il 57,4%, in Molise con il 57,9% e in Sardegna con il 58,2%.

L’esame territoriale mostra una situazione altrettanto complessa. Tutte le province del Sud risultano collocate nella seconda metà della graduatoria nazionale. I migliori risultati dell’area vengono registrati da Cagliari con il 62,9%, Isernia con il 58,6% e Nuoro con il 58,3%. Nelle ultime posizioni dell’intera classifica italiana si trovano invece Taranto con il 39,7%, Reggio Calabria con il 42,1% e Barletta-Andria-Trani con il 43,5%.

Ancora più marcata appare la distanza quando si osserva il tasso di occupazione giovanile nella fascia tra 15 e 34 anni. La media italiana raggiunge il 43,9%, ma il Mezzogiorno continua a collocarsi ampiamente sotto tale valore. La Campania presenta il dato più ridotto dell’intero Paese con il 30,2%, seguita dalla Calabria con il 30,3% e dalla Sicilia con il 30,9%. Situazioni relativamente più favorevoli si registrano in Puglia con il 35,0%, Basilicata con il 35,8%, Sardegna con il 38,4% e Molise con il 39,7%.

Per valutare la capacità di assorbimento del sistema occupazionale viene considerato anche il numero delle entrate nel mercato del lavoro ogni 100 residenti tra 15 e 64 anni. Nel Mezzogiorno il dato complessivo raggiunge 14,2 mentre la media italiana si colloca a 15,6. Sardegna e Puglia rappresentano le realtà con le performance più elevate rispettivamente con 16,5 e 16,2 ingressi ogni 100 residenti. Seguono Basilicata con 14,7, Campania con 13,7, Calabria con 13,4 e Molise con 12,4.

Anche la qualità delle assunzioni mostra differenze territoriali. L’indicatore utilizzato considera il livello medio di inquadramento professionale delle nuove entrate e assegna valori più elevati ai profili maggiormente qualificati. Il Mezzogiorno registra un valore medio di 3,31 contro il 3,49 nazionale. Le regioni che si avvicinano maggiormente al dato italiano sono Sardegna con 3,47 e Campania con 3,45. Valori intermedi vengono osservati in Sicilia con 3,35 e Molise con 3,33. Risultati più bassi emergono in Puglia con 3,16, Calabria con 3,12 e Basilicata con 2,91.

Un ulteriore elemento riguarda la quota di occupazioni considerate di difficile reperimento, definizione che identifica la difficoltà delle imprese nel trovare lavoratori con competenze adeguate alle esigenze richieste. Il Mezzogiorno presenta un’incidenza del 42,3%, inferiore alla media nazionale del 47,0%. Le percentuali più alte si registrano in Molise con il 46,4%, Sardegna con il 46,3%, Calabria con il 44,1%, Basilicata con il 43,9%, Campania con il 42,4%, Sicilia con il 42,0% e Puglia con il 39,9%.

Sul piano normativo, negli ultimi anni le principali misure introdotte per ridurre il divario occupazionale nel Sud hanno riguardato gli incentivi alle assunzioni giovanili, il rafforzamento delle politiche attive del lavoro e gli interventi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), con investimenti rivolti alla formazione professionale, alla digitalizzazione e alle infrastrutture territoriali. La giurisprudenza più recente continua inoltre a ribadire il principio della parità di accesso al lavoro e della tutela contro discriminazioni territoriali e sociali.

Tra le valutazioni autorevoli emerse negli ultimi mesi, economisti e osservatori italiani sottolineano come il problema non riguardi esclusivamente la quantità delle opportunità lavorative disponibili ma anche la qualità delle posizioni offerte, il livello retributivo e il fenomeno del disallineamento tra competenze richieste e professionalità disponibili, definito mismatch (disallineamento tra domanda e offerta di competenze lavorative). L’analisi più recente suggerisce che, accanto alle fragilità strutturali, alcuni territori meridionali mostrano segnali di progressivo rafforzamento che potrebbero contribuire a una riduzione del divario nel medio periodo.

Il quadro occupazionale del Mezzogiorno conferma una fragilità che si trascina da decenni e che continua a penalizzare soprattutto Calabria, Campania e Sicilia. I dati del Centro Studi delle Camere di commercio Guglielmo Tagliacarne mostrano un divario che non riguarda soltanto il numero dei posti di lavoro ma anche la qualità delle opportunità offerte, la capacità di attrarre investimenti e la possibilità per i giovani di costruire prospettive stabili nel proprio territorio. La situazione alimenta inevitabilmente una critica verso la politica nazionale e regionale, poiché nonostante gli ingenti finanziamenti, compresi i circa 200 miliardi di euro del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), non si registrano ancora risultati tali da invertire in modo netto una tendenza storica che continua a riproporsi.