Sintesi
L’attentato contro Sigfrido Ranucci risale alla sera del 16 ottobre 2025, quando un ordigno esplose davanti alla sua abitazione di Pomezia, distruggendo le auto del giornalista e della figlia e danneggiando il muro perimetrale. Dopo mesi di indagini, il 30 giugno 2026 i Carabinieri hanno eseguito 4 misure cautelari nei confronti dei presunti esecutori materiali, contestando l’uso dell’esplosivo, la minaccia e il danneggiamento aggravati dal metodo mafioso. Il 6 luglio 2026 è emerso un nuovo passaggio: Valter Lavitola, imprenditore ed ex giornalista-editore, è indagato come presunto mandante, mentre gli inquirenti hanno sequestrato cellulare e computer per chiarire il movente. L’accusa resta in fase d’indagine e non costituisce una condanna, ma il fascicolo conferma la gravità di un attacco interpretato dalle istituzioni come un colpo alla libertà di stampa.

Articolo
La vicenda comincia nella sera del 16 ottobre 2025, a Pomezia, nella frazione costiera Torvaianica a Sud di Roma, quando un ordigno viene fatto esplodere davanti al cancello dell’abitazione di Sigfrido Ranucci, giornalista Rai e conduttore di Report, programma di giornalismo investigativo. La deflagrazione distrugge 2 auto parcheggiate davanti alla casa, tra cui quella della figlia, e danneggia il muro perimetrale. La stessa redazione del programma riferisce che la potenza dell’esplosione avrebbe potuto uccidere chiunque fosse passato in quel momento, mentre sul posto intervengono Carabinieri, Digos (Divisione investigazioni generali e operazioni speciali), vigili del fuoco e polizia scientifica.

Fin dalle prime ore, la Procura di Roma apre un fascicolo affidato alla Direzione distrettuale antimafia, poiché l’episodio viene letto non come un semplice danneggiamento, ma come una possibile intimidazione contro un giornalista già esposto a minacce per il suo lavoro. Il 17 ottobre 2025 arrivarono anche le reazioni istituzionali: Sergio Mattarella esprime “severa condanna”, Giorgia Meloni parla di un grave atto intimidatorio e Matteo Piantedosi annuncia il rafforzamento delle misure di protezione. Anche Elly Schlein, la Rai, la CGIL e altri rappresentanti pubblici indicano l’attentato come un’aggressione alla libertà di informazione.

Il primo snodo investigativo rilevante arriva il 30 giugno 2026, quando i Carabinieri del Comando provinciale di Roma, con il supporto dei reparti territoriali competenti, eseguono nelle province di Napoli e Avellino un’ordinanza del Gip nei confronti di 4 persone: 3 finiscono in carcere e 1 agli arresti domiciliari. Le accuse riguardano, a vario titolo, detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, con l’aggravante di aver agito in più di 5 persone e con modalità di tipo mafioso.
Secondo la ricostruzione degli investigatori, l’inchiesta ha incrociato immagini di videosorveglianza pubblica e privata, rilievi tecnico-scientifici e tabulati telefonici. Gli accertamenti avrebbero permesso di seguire una Fiat 500 X noleggiata in Campania e di collegarne il percorso agli spostamenti dei telefoni ritenuti in uso al gruppo, sia nel giorno dell’attentato sia in una fase precedente di sopralluogo. I tecnici hanno inoltre individuato nell’ordigno una carica detonante composta da gelatina da cava, materiale esplosivo obsoleto ma ad alto potenziale distruttivo.
I nomi emersi nell’ordinanza sono quelli di Pellegrino D’Avino, Marika De Filippi, Saverio Mutone e Antonio Passariello, fermati tra l’area napoletana e quella avellinese. Per gli inquirenti il gruppo avrebbe agito su commissione, ricevendo alcune migliaia di euro da un intermediario indicato nelle intercettazioni come “quello”. La stessa ricostruzione ipotizza un sostegno esterno ai presunti esecutori, attraverso denaro, schede telefoniche dedicate, assistenza legale e un possibile piano di fuga all’estero.
Il 6 luglio 2026 emerge il nuovo elemento dell’indagine: Valter Lavitola viene iscritto nel registro degli indagati come presunto mandante dell’attentato. L’imprenditore ed ex giornalista-editore, in passato coinvolto in altre vicende giudiziarie, è sottoposto a perquisizione domiciliare dai Carabinieri dei Nuclei investigativi di Roma e Frascati su mandato dei pubblici ministeri della DDA capitolina. Durante l’attività vengono sequestrati cellulare e computer, con l’obiettivo di cercare elementi sul movente e sui rapporti che potrebbero collegarlo al gruppo ritenuto responsabile dell’azione dinamitarda.
Il punto ancora aperto è proprio il perché dell’attentato. Al momento, secondo le fonti giudiziarie riportate dalle agenzie e dalla stampa, non ci sono certezze sul movente. Gli investigatori stanno verificando eventuali contatti, rapporti pregressi e collegamenti indiretti. Nel 2023 Il Riformista pubblicò una foto che ritraeva Lavitola e Ranucci nello stesso ristorante romano dell’imprenditore, circostanza oggi riletta dagli organi di stampa alla luce della nuova ipotesi investigativa, ma che da sola non prova il movente né una responsabilità penale.
Sul piano giuridico, la contestazione del metodo mafioso richiama l’articolo 416-bis.1 del codice penale, che prevede un aggravamento di pena quando un reato viene commesso avvalendosi delle condizioni di intimidazione tipiche dell’associazione mafiosa oppure con lo scopo di agevolarne l’attività. Nel caso Ranucci, l’aggravante viene collegata dagli inquirenti alla natura intimidatoria, alla potenza dell’ordigno, alla possibile azione su mandato e alla capacità del gesto di evocare un messaggio violento verso il giornalista e la sua attività professionale. La giurisprudenza recente continua a distinguere il metodo mafioso, legato alle modalità oggettive dell’azione, dalla finalità di agevolazione mafiosa, che richiede invece una verifica più rigorosa dell’intenzione di favorire un sodalizio criminale.
Lavitola e gli altri indagati restano, allo stato, persone sottoposte a indagine e valgono per tutti la presunzione di innocenza e il necessario vaglio del Giudice. Tuttavia, la sequenza degli atti mostra un’indagine che si è progressivamente spostata dalla scena materiale dell’esplosione alla possibile catena di comando: prima il fatto del 16 ottobre 2025, poi gli accertamenti tecnici su auto, telefoni, telecamere ed esplosivo, quindi le 4 misure cautelari del 30 giugno 2026 e infine l’iscrizione di Lavitola come presunto mandante. Il nodo decisivo resta la prova del movente, perché solo da lì sarà possibile capire se l’attentato sia stato una ritorsione personale, un’azione commissionata per intimidire Report o un episodio inserito in un contesto criminale più largo.
Nota
Ai fini dell’esercizio del diritto di cronaca, costituzionalmente garantito e nel rispetto dei diritti dell’indagato, in considerazione dell’attuale fase preliminare, la persona è da presumersi innocente fino alla sentenza irrevocabile che ne accerti la colpevolezza.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









