Sintesi
Una riflessione che nasce di tutta evidenza da uno sguardo che torna ogni anno nell’Isola e ne riconosce fascino, energia, dolcezza delle relazioni, paesaggi, mare e tradizioni gastronomiche. Subito dopo, però, lo stesso racconto diventa una critica civile verso una terra in cui molti servizi pubblici appaiono carenti, le risposte degli uffici sembrano concessioni e la politica viene avvertita come personalistica, quasi modellata sull’atteggiamento di feudatari che pretendono consenso e controllo. I dati recenti dell’Istat (Istituto nazionale di statistica), nel rapporto BesT (Benessere equo e sostenibile dei territori), confermano che il disagio non è soltanto impressione: nel 2024 il tasso di occupazione dei 20-64enni in Sicilia era al 50,7%, con 16,4 punti in meno rispetto alla media italiana, i NEET (Not in education, employment or training, cioè giovani che non studiano e non lavorano) erano al 25,7%, nel 2023 il Tpl (trasporto pubblico locale) nei capoluoghi offriva 1.704 posti-km per abitante contro 4.623 nazionali e le interruzioni elettriche erano 5,7 per utente, oltre il doppio del dato italiano. Nello stesso quadro emergono anche segnali favorevoli, come la crescita della rete fissa ultraveloce e una soddisfazione per la vita al 55,8%, superiore alla media nazionale, prova che la Sicilia non è un blocco immobile ma un territorio pieno di contraddizioni. Il nodo politico e culturale, allora, non è soltanto domandarsi perché “non funzioni nulla”, espressione generica ma comprensibile come sfogo, ma capire perché la protesta non riesca più spesso a trasformarsi in partecipazione civica seria, presenza consapevole e autonoma, voto responsabile, accesso agli atti, impegno associativo indipendente e richiesta concreta di responsabilità al sistema politico-istituzionale, senza ridursi al ruolo di semplice comparsa o, peggio, di strumento nelle mani del puparo o della pupara di turno.

Articolo
Una lettrice: … vivete in una terra bellissima, io ci vengo ogni anno per il mare, la natura, la cucina e i dolci ma anche le persone sono belle, calde empatiche e mi sento ogni volta ricaricata di energia quando rientro al lavoro, però in Sicilia non funziona nulla, il pubblico non esiste, pare che ti fanno un favore per ogni cosa, i politici si sentono tutti dei Trump, tutti vi lamentano di questo andazzo, ma perché non vi ribellate, come potete accettare queste situazioni che voi stessi dite è sempre stato così.

Lo sguardo di chi arriva da fuori è spesso prezioso perché vede insieme ciò che chi abita un luogo tende a separare. La lettrice che torna ogni anno in Sicilia non descrive una terra respinta, ma una terra amata. Parla del mare, della natura, della cucina, dei dolci, della cordialità delle persone, di quella capacità di accoglienza che fa sentire molti visitatori alleggeriti e ricaricati prima di rientrare nella routine del lavoro. È un giudizio affettuoso, non ostile. Proprio per questo diventa più incisivo quando, dopo l’elogio, arriva la domanda più dura: come può una regione tanto ricca di bellezza convivere con servizi pubblici percepiti come deboli, uffici che sembrano fare un favore per ogni pratica e cittadini che denunciano da anni lo stesso andazzo senza trasformare la protesta in ribellione democratica ?

La frase secondo cui “in Sicilia non funziona nulla” è una chiaramente generalizzazione in quanto nessun territorio può essere raccontato con una formula assoluta. Tuttavia, dentro quell’espressione c’è un malessere riconoscibile. Non riguarda soltanto il ritardo di una pratica, una corsa di autobus saltata, una strada dissestata o una risposta scortese allo sportello. Riguarda la sensazione più profonda che il diritto diventi favore, che il cittadino debba chiedere ciò che dovrebbe ricevere, che la politica venga vissuta come potere personale invece che come servizio pubblico. Da qui nasce anche l’immagine, volutamente provocatoria, dei politici che “si sentono tutti dei Trump”: non tanto un confronto tecnico con il presidente statunitense Donald Trump, quanto la percezione di una politica urlata, autoreferenziale e poco abituata a rendere conto.
I numeri aiutano a distinguere lo sfogo dalla realtà misurabile. Nel rapporto BesT (Benessere equo e sostenibile dei territori) 2025 dell’Istat (Istituto nazionale di statistica), la Sicilia mostra ritardi importanti nel lavoro e nella qualità di alcuni servizi. Nel 2024 il tasso di occupazione dei 20-64enni era pari al 50,7%, 16,4 punti sotto la media italiana. Nello stesso anno i NEET (Not in education, employment or training, cioè giovani che non studiano e non lavorano) raggiungevano il 25,7%, contro il 15,2% nazionale. Nel 2023 la mancata partecipazione al lavoro era al 29%, più del doppio della media del Paese. Questi dati non spiegano tutto, ma raccontano un contesto in cui molte persone si abituano a considerare normale ciò che normale non dovrebbe essere.
La qualità dei servizi conferma altre criticità. Nel 2023 i posti-km offerti dal Tpl (trasporto pubblico locale) nei comuni capoluogo siciliani erano 1.704 per abitante, circa 1 terzo dell’offerta media nazionale, pari a 4.623. Le interruzioni del servizio elettrico arrivavano a 5,7 per utente, oltre il doppio della media italiana, con una situazione particolarmente pesante nell’area catanese. Anche la raccolta differenziata, pur in miglioramento, restava sotto il dato nazionale. Al tempo stesso, il quadro non è soltanto negativo: nel 2024 la copertura della rete fissa ultraveloce raggiungeva l’81% delle famiglie residenti, con un vantaggio rispetto alla media italiana, e nel 2023 la quota di siciliani soddisfatti per la propria vita era al 55,8%, sopra il dato nazionale del 52,8%. È proprio questa convivenza, tra rilevante energia sociale e certa annosa degenerazione pubblico-politica, a rendere la questione più complessa.
La contraddizione è evidente anche nel Mezzogiorno più ampio. La Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno), nel rapporto 2025 intitolato “Freedom to move, right to stay” (Libertà di muoversi, diritto di restare), segnala una fase di crescita dell’occupazione ma anche la prosecuzione dell’esodo giovanile. Tra il 2021 e il 2024 nel Sud sono stati creati quasi 500 mila posti di lavoro, ma nello stesso periodo 175 mila giovani hanno lasciato il Mezzogiorno in cerca di opportunità. Il problema, quindi, non è solo partire, perché muoversi è una libertà. Il problema è essere costretti a partire perché restare appare una rinuncia.
La domanda della lettrice, allora, colpisce il punto politico più delicato: perché non vi ribellate ? La risposta non può essere liquidata accusando genericamente i siciliani di passività. La rassegnazione nasce spesso da esperienze ripetute di sfiducia, da promesse non mantenute, da procedure lente, da mediazioni opache, da una distanza storica tra cittadino e istituzioni. Quando una persona prova più volte a ottenere risposte e si trova davanti a muri, ritardi e silenzi, finisce spesso per difendersi con il cinismo. Dice “è sempre stato così” non perché lo accetti davvero, ma perché teme che nulla possa cambiare, anche quando prova a impegnarsi.
Ad esempio: la giustizia in Sicilia è notoriamente percepita da molti come un calvario, non solo per la farraginosità e affastellamento di norme e interpretazioni, ma soprattutto per i tempi che si allungano oltre ogni misura civile e umana tanto che in alcuni casi i cittadini preferiscono rivolgersi a “intermediari” illeciti. Anche la sanità diventa fonte di ansia, soprattutto per le lunghe liste di attesa: chi ha disponibilità economica paga per ottenere assistenza in tempi rapidi, mentre altri cercano cure in strutture sanitarie fuori regione, specialmente al Nord. Ma tutto questo, insieme a molto altro, è evidente a chi non voglia o non possa voltarsi dall’altra parte: da anni lo Stato italiano, attraverso Governi di centrodestra e di centrosinistra e con la responsabilità lampante del blasonato Parlamento, tollera o alimenta un sistematico sistema che finisce per tenere gli elettori in una condizione di bisogno e di sottomissione. Ciò che dovrebbe essere garantito come diritto e come dovere democratico viene trasformato in favore, promessa, mediazione e di solito scambio di consenso. È un metodo che richiama logiche di tipo similmafioso, non perché coincida necessariamente con la mafia tradizionale, ma perché utilizza dipendenza, necessità e attesa come strumenti di svilimento e quindi assoggettamento e controllo politico e sociale. In questo modo, da decenni, la politica finisce per frammentare le comunità locali, dividere i cittadini attraverso clientelismo e forme di scambio sociale del consenso, e mantenere il controllo mediante reti di fedelissimi, gregari e pletore di figure opportuniste disposte a servire gli interessi del potere di turno.
Eppure proprio qui si decide la differenza tra lamentela e cittadinanza. Ribellarsi, in democrazia, non significa solo scendere in piazza, anche se a volte la protesta pubblica è necessaria. Significa partecipare alle assemblee, controllare gli atti, usare l’accesso civico, chiedere tempi certi, pretendere trasparenza, sostenere associazioni serie, votare valutando programmi e risultati, non appartenenze o simpatie. Significa non accettare più che un diritto venga presentato come cortesia. Significa anche smettere di assolvere il piccolo favore quando conviene e denunciarlo soltanto quando danneggia.
Sul piano normativo, gli strumenti esistono da tempo seppure appaiono come ufficiosamente rimossi. L’articolo 97 della Costituzione impone alla Pubblica amministrazione buon andamento e imparzialità. Il d.lgs. 82/2005, cioè il Cad (Codice dell’amministrazione digitale), organizza il diritto dei cittadini a usare servizi digitali accessibili ed efficaci. Il d.lgs. 33/2013, noto come decreto trasparenza, riconosce l’accesso civico e consente di chiedere documenti, informazioni e dati alle amministrazioni. Non sono formule astratte: sono leve concrete, spesso poco utilizzate, che permettono di trasformare la protesta in controllo documentato.
Negli ultimi anni il tema dei divari territoriali è tornato anche dentro il confronto istituzionale sull’autonomia differenziata. Il Pnrr ha aperto una possibilità. Banca d’Italia, nelle Considerazioni finali del 2026, ha osservato che il Piano ha inciso anche sul funzionamento delle amministrazioni pubbliche, introducendo procedure più orientate agli obiettivi, iter semplificati e risorse preassegnate. È un passaggio decisivo, ma se i soldi arrivano e ancora la macchina amministrativa resta lenta, disordinata o poco trasparente, lo sviluppo si disperde. Se invece la spesa diventa occasione per migliorare competenze, controlli, tempi e responsabilità, allora anche una parte della sfiducia può essere rovesciata.
Resta il piano culturale, che forse è il più difficile. Il presidente della repubblica Sergio Mattarella, inaugurando Agrigento Capitale italiana della cultura 2025, ha ricordato il valore della Sicilia come terra di civiltà, conoscenza e dialogo. Quel richiamo non riguarda solo musei, templi o paesaggi. Riguarda il modo in cui una comunità decide di guardarsi. Una terra non vive soltanto della bellezza che eredita, ma della cura che riesce a praticare. Il mare, i dolci, l’empatia e l’accoglienza non possono bastare se il cittadino continua a sentirsi suddito davanti allo sportello, spettatore davanti alla politica e cliente davanti a chi dovrebbe amministrare nell’interesse generale.
La lettrice, dunque, nel celebrare la Sicilia anche con evidente trasporto la provoca, poiché la ama da ospite e non capisce come chi la vive ogni giorno possa accettare tanto scarto tra ciò che l’Isola è e ciò che potrebbe essere. La risposta non può essere una difesa d’ufficio né un’autoflagellazione. La risposta più seria è riconoscere che la bellezza non assolve i disservizi, che la storia non giustifica l’immobilismo e che la lamentela, senza azione, diventa parte del problema. La Sicilia non ha bisogno di cittadini che si abituino al “si è sempre fatto così”, ma di persone che trasformino quella frase nel suo contrario: non deve più andare così. Ma ciò lo si deve innanzitutto pretendere nell’urna: dai politici, dai deputati siciliani europei, nazionali, regionali fino ai consiglieri del più piccolo Comune e senza distinzione di età, estrazione, titolo e genere. Diversamente e in apparenza, con un Pnrr, fondi di coesione e tanti soldi, cambierà sempre tutto per non cambiare nulla, continuerà l’ennesima spartizione individualista e di appartenenza. Però lo Stato ci aiuti con leggi deliberate anche per i cittadini e non come a volte sembrerebbe il contrario. Non bastano le trite oratorie e gli slogan delle solenni occasioni o eventi.
Immagine realizzata con Ia.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









