Sintesi
La questione nasce dal modo in cui l’Italia ha storicamente mediato il prezzo dell’elettricità tra zone con costi diversi. Dopo l’entrata in esercizio della linea Sorgente-Rizziconi nel 2016 e la crescita delle rinnovabili, la Sicilia è passata da area penalizzata da fonti fossili e rete fragile a territorio decisivo per la produzione pulita. Nel 2024 e nel 2025 il quadro nazionale ha avviato il superamento del vecchio prezzo unico e ha assegnato all’Isola il maggiore obiettivo regionale di nuova potenza rinnovabile al 2030. Nel 2026 Il presidente della Regione Siciliana Renato Schifani ha rilanciato la richiesta di prezzi zonali più bassi per famiglie e imprese, mentre il deputato di MPA Giuseppe Lombardo ha proposto di frenare nuove autorizzazioni finché non arrivino tariffe più eque. Le verifiche mostrano tuttavia che il nodo non è soltanto autorizzare o bloccare: molti gigawatt sono ancora sulla carta, la domanda elettrica cambia rapidamente, la rete va rafforzata e il vantaggio in bolletta dipende da accumuli, interconnessioni e produzione effettiva.

Articolo
Sul tema delle rinnovabili ciascuno può avere una valutazione politica, territoriale o paesaggistica diversa. Sul piano tecnico, però, il punto di partenza è meno opinabile: dove l’elettricità viene prodotta con una quota più alta di fonti a costo marginale basso, come sole e vento, il prezzo all’ingrosso tende a scendere nelle ore in cui quella produzione è abbondante. Il problema nasce quando quel beneficio non arriva in modo chiaro alle bollette di cittadini e imprese. In Italia il vecchio PUN (Prezzo Unico Nazionale) ha avuto proprio questa funzione di mediazione tra aree con costi differenti. Dal 2025, però, il sistema è entrato in una fase di transizione: ARERA (Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente) ha approvato il TIDE (Testo Integrato del Dispacciamento Elettrico) e ha definito le modalità per il superamento graduale del prezzo unico, mentre il GME (Gestore dei Mercati Energetici) calcola il PUN Index GME come indice di riferimento del MGP (Mercato del Giorno Prima).

La vicenda siciliana non nasce oggi. Per anni l’Isola è stata considerata una zona elettrica più costosa, perché la produzione dipendeva in larga parte da centrali termoelettriche e da una rete meno integrata con il resto del Paese. La svolta infrastrutturale più importante è arrivata nel 2016 con l’entrata in esercizio dell’elettrodotto Sorgente-Rizziconi, collegamento tra Sicilia e Calabria lungo circa 105 chilometri, di cui 38 in cavo sottomarino, con una capacità di trasporto fino a 1.100 megawatt. Da quel momento l’integrazione dell’Isola con la rete nazionale è aumentata e il sistema ha potuto assorbire meglio la crescita delle fonti pulite, anche se non tutti i problemi di congestione, accumulo e adeguamento della rete sono stati risolti.

In questo quadro si inserisce la richiesta del presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, secondo cui la Sicilia deve poter pagare un prezzo zonale più coerente con il proprio contributo energetico. Il ragionamento è lineare: se nell’Isola si produce sempre più energia da rinnovabili e se in molte ore il prezzo locale dell’elettricità all’ingrosso è più basso, quel vantaggio non dovrebbe restare assorbito da una media nazionale che risente ancora del caro-gas e della maggiore dipendenza di altre aree da fonti fossili. Il 3 luglio 2026 Schifani ha rivendicato la piena applicazione dei prezzi zonali e ha richiamato l’apertura del presidente di ARERA, Nicola Dell’Acqua, sul superamento progressivo del prezzo unico nazionale.
La tesi del Governo regionale ha una base concreta, ma non esaurisce l’intera questione. Il vecchio sistema ha funzionato per anni anche in senso opposto: quando la Sicilia aveva costi più alti, le altre zone contribuivano alla media nazionale. Oggi l’Isola chiede di non essere più penalizzata proprio nel momento in cui la crescita delle rinnovabili potrebbe trasformarla da territorio periferico a piattaforma energetica strategica. È qui che nasce la resistenza politica e industriale del Nord, perché una Sicilia con energia più conveniente potrebbe diventare più attrattiva per imprese energivore e nuovi investimenti. Questo timore non cancella la legittimità della rivendicazione siciliana, ma impone di costruire una risposta solida, non solo polemica.
La posizione di Giuseppe Lombardo, deputato regionale del Mpa (Movimento per l’Autonomia), si colloca dentro questa tensione. Il suo argomento è che la Sicilia avrebbe già raggiunto o superato il livello di autorizzazioni richiesto dal MASE (Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica) per il 2030 e che, nonostante questo, famiglie e imprese non vedono benefici proporzionati in bolletta. Da qui la proposta politica di sospendere nuove autorizzazioni finché non sarà applicato un prezzo zonale più giusto. Lombardo ha precisato che il partito non è contrario alle rinnovabili, richiamando anche misure regionali per il fotovoltaico domestico e sostenendo che il vero nodo riguarda tariffe, rete e programmazione.
Il punto da considerare, però, è il significato dell’obiettivo assegnato alla Sicilia. Il decreto sulle aree idonee del 21 giugno 2024, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 2 luglio 2024, ripartisce tra le Regioni una potenza aggiuntiva nazionale di 80 gigawatt al 2030 e assegna alla Sicilia 10.485 megawatt. Quella cifra è un obiettivo minimo, non un tetto massimo. Lo stesso decreto indica criteri per individuare aree idonee e non idonee, privilegiando superfici già costruite, capannoni, parcheggi, zone industriali, artigianali e logistiche, aree compromesse o non utilizzabili per altri scopi.
Per questo il dato sulle autorizzazioni va letto con cautela. Un impianto autorizzato non è automaticamente un impianto costruito, connesso alla rete e capace di produrre energia. Secondo le ricostruzioni più recenti, in Sicilia vi sarebbero circa 3 gigawatt effettivamente attivi, oltre 10 gigawatt autorizzati e circa 30 gigawatt in fase istruttoria. Questa distanza tra carta e realtà è decisiva: alcuni progetti possono fermarsi per difficoltà finanziarie, altri possono essere oggetto di passaggi societari speculativi, altri ancora possono restare bloccati per carenza di personale amministrativo, tempi autorizzativi, opposizioni locali, connessioni non disponibili o mancanza di sistemi di accumulo.
La soluzione, dunque, non può essere un blocco generalizzato. Se la Sicilia fermasse le nuove rinnovabili mentre attende una riforma tariffaria incerta nei tempi, rischierebbe di indebolire proprio l’argomento con cui chiede bollette più basse: produrre più energia pulita di quanta ne consuma, stabilizzare il sistema e contribuire a ridurre il prezzo nazionale. Una Regione che domanda il riconoscimento del prezzo zonale deve presentarsi con impianti funzionanti, rete adeguata, accumuli distribuiti e una pianificazione credibile. Altrimenti il vantaggio resta teorico e si espone all’obiezione di chi sostiene che le autorizzazioni non bastano a generare beneficio reale.
La terza via è quindi diversa, sia dal via libera disordinato, sia dal veto preventivo. La Sicilia dovrebbe accelerare gli impianti realmente compatibili con i territori, puntando prima su tetti di abitazioni e aziende, aree industriali, superfici dismesse, parcheggi, cave non più attive, siti degradati e agrivoltaico verticale, cioè produzione agricola affiancata da pannelli solari disposti in modo da limitare il consumo di suolo. A questo va aggiunto un piano serio di incentivi a fondo perduto per le famiglie, perché la transizione non può pesare solo sui grandi operatori industriali e non può lasciare fuori chi vive in condomini, centri storici o aree interne.
Il tema degli accumuli è altrettanto centrale. Il grafico quotidiano dei prezzi elettrici mostra spesso che nelle ore centrali della giornata, quando sole e vento sono disponibili, il prezzo siciliano scende in modo significativo. La sera e la notte, quando il fotovoltaico cala e la domanda resta alta, il sistema torna a dipendere maggiormente dal gas. Senza batterie, pompaggi e altre forme di storage (accumulo), l’energia prodotta in eccesso non diventa una riserva per le ore più costose. Per questo ARERA, nella Relazione annuale 2026, ha richiamato il peso ancora elevato del gas nella formazione del prezzo italiano e l’esigenza di disaccoppiare il costo dell’energia rinnovabile da quello delle fonti fossili.
Anche gli effetti immediati in bolletta vanno spiegati senza slogan. Il prezzo zonale può essere uno strumento di giustizia territoriale, ma non basta da solo a garantire tagli consistenti e automatici. Il senso politico della battaglia resta, ma la riduzione stabile delle bollette dipende da 3 condizioni connesse: più produzione rinnovabile effettiva, rete capace di trasportarla e accumuli in grado di renderla utilizzabile quando serve.
Il collegamento con il resto del Paese è un altro passaggio decisivo. Terna sta realizzando il Tyrrhenian Link, grande infrastruttura elettrica sottomarina che collegherà Sicilia, Campania e Sardegna. Il ramo est tra Campania e Sicilia è indicato come in entrata in esercizio nel 2026, mentre il completamento complessivo dell’opera è previsto successivamente. Questo collegamento consentirà all’Isola di esportare più energia verso il continente e di contribuire all’abbassamento del prezzo nazionale, ma funzionerà davvero solo se la produzione rinnovabile sarà concreta e non solo autorizzata.
I numeri della rete confermano che la partita non è marginale. Terna ha indicato per la Sicilia un fabbisogno di nuova potenza rinnovabile pari a circa 10,48 gigawatt al 2030 e, al 30 giugno 2025, richieste di connessione in alta tensione per impianti rinnovabili pari a circa 81 gigawatt, oltre a richieste molto rilevanti per sistemi di accumulo. Questi dati mostrano 2 cose: l’interesse degli operatori per l’Isola è enorme, ma proprio per questo serve una regia pubblica capace di distinguere i progetti solidi da quelli solo finanziari, i siti adatti da quelli fragili, gli impianti utili alla rete da quelli destinati a rimanere fermi.
Il quadro normativo recente spinge nella stessa direzione. Il D.Lgs. 190/2024, cioè il Testo Unico sulle FER (Fonti Energetiche Rinnovabili), è entrato in vigore il 30 dicembre 2024 e ha riordinato i regimi amministrativi per costruzione ed esercizio degli impianti. La Regione Siciliana, nel 2026, ha annunciato interventi per velocizzare la PAUR (Provvedimento Autorizzatorio Unico Regionale), con l’obiettivo di ridurre i tempi delle procedure. La semplificazione, però, non può significare assenza di controllo: deve servire a chiudere prima le pratiche buone e a respingere con chiarezza quelle incompatibili.
Anche la giurisprudenza recente aiuta a delimitare il campo. La Corte costituzionale, con la sentenza n. 134 del 2025, ha ribadito che una Regione non può trasformare le aree non idonee in divieti assoluti e generalizzati. Con la sentenza n. 184 del 2025, riferita alla Sardegna, ha chiarito che l’inidoneità di un’area non equivale necessariamente a divieto insuperabile, ma può incidere sul procedimento e sulle condizioni autorizzative. Con la sentenza n. 88 del 2026 la Corte costituzionale ha chiarito che un’amministrazione pubblica non può decidere da sola di non applicare una legge regionale ancora valida solo perché la considera illegittima, a stabilire se quella legge è contraria alla Costituzione deve essere sempre la Consulta. Sul versante regionale, il TAR Sicilia, con la sentenza n. 1369 del 2026, ha annullato un provvedimento dello Stato su un impianto agro-fotovoltaico, ricordando che prima di autorizzare opere di questo tipo bisogna valutare bene il paesaggio, gli effetti complessivi sul territorio e la correttezza dell’istruttoria. Queste decisioni indicano una linea di equilibrio: le rinnovabili vanno favorite perché sono essenziali per sicurezza energetica, decarbonizzazione e riduzione dei prezzi, ma non possono essere imposte ovunque senza valutare paesaggio, agricoltura, comunità locali e qualità dei progetti. Allo stesso tempo, una Regione non può usare la tutela del territorio come blocco indistinto, perché rischierebbe di contraddire gli obiettivi nazionali ed europei. La pianificazione deve essere selettiva, non punitiva.
Per questo la battaglia siciliana sul prezzo zonale è giusta se diventa una strategia. Il presidente della Regione Siciliana ha ragione quando sostiene che l’Isola non può produrre energia utile al Paese senza ottenere ritorni concreti. Lombardo coglie un nodo reale quando denuncia l’assenza di benefici visibili per famiglie e imprese. Ma il modo più efficace per ottenere quei benefici non è fermare la transizione: è governarla meglio, imponendo tempi certi, aree corrette, accumuli obbligatori dove necessari, connessioni reali, controlli contro la speculazione e vantaggi diretti per i cittadini. La Sicilia se produrrà più elettricità pulita, se la conserverà nelle ore di surplus e se la esporterà attraverso reti adeguate, potrà chiedere il prezzo zonale non come favore politico, ma come conseguenza tecnica ed economica. A quel punto la rivendicazione non potrà più apparire come un confronto tra Sud e Nord, ma come il riconoscimento di un principio semplice: chi sostiene il sistema con energia più pulita, più economica e meglio distribuita deve vedere quel contributo riflesso nelle bollette di famiglie e imprese.
Immagine parzialmente realizzata con Ia.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









