La scuola italiana. L’eredità Gentile e i tempi moderni: rilanciare merito e formazione tecnologica

Dal modello selettivo del 1923 ai divari territoriali rilevati nel 2026, l’economista Boldrini chiede programmi più moderni, valutazioni rigorose, docenti meglio retribuiti. L'opinione

Sintesi

Nel 1923 il primo Governo guidato da Benito Mussolini ha introdotto la riforma elaborata dal ministro Giovanni Gentile. Il nuovo ordinamento ha innalzato formalmente l’obbligo scolastico fino a 14 anni, ha ripristinato la religione cattolica nelle elementari e ha costruito una scuola gerarchica, fondata sulla separazione precoce degli studenti tra percorsi destinati agli studi superiori e indirizzi rivolti all’ingresso nel lavoro.

Il liceo classico è stato collocato al vertice del sistema e ha conservato l’accesso più ampio all’università. Gli altri percorsi hanno offerto opportunità più limitate, riproducendo in larga misura le differenze economiche e sociali delle famiglie. La scuola media unica del 1962 e l’ampliamento dell’accesso universitario del 1969 hanno progressivamente indebolito quella struttura selettiva.

Dal 2022 gli ITS sono stati riorganizzati come componente del sistema terziario professionalizzante, mentre negli anni successivi sono cresciuti corsi, iscritti e laboratori collegati alle imprese. I risultati occupazionali hanno confermato la validità di questi percorsi, pur senza eliminare la distanza tra istruzione, competenze richieste e opportunità disponibili nei diversi territori.

Il 18 giugno 2026 Michele Boldrin, economista, ha sostenuto che la Maturità rappresenta soltanto un passaggio simbolico, perché la prova più difficile comincia quando i diplomati incontrano un Paese segnato da salari deboli, scarsa mobilità sociale, rapporti di favore e insufficienti investimenti nella ricerca. Ha proposto di ridurre il nozionismo, rafforzare le competenze scientifiche, valorizzare il merito, potenziare il tempo pieno e distribuire diversamente le pause scolastiche.

I dati diffusi nel 2026 hanno mostrato alcuni recuperi negli apprendimenti, ma anche persistenti distanze tra Centro-Nord, Mezzogiorno e Isole. La carenza di mense, palestre e strutture adeguate ha continuato a limitare il tempo pieno, soprattutto in Sicilia e nelle altre regioni meridionali.

Nel frattempo sono state rafforzate le restrizioni sull’impiego degli smartphone durante le lezioni ed è entrata in vigore una nuova disciplina sul consenso delle famiglie per le attività scolastiche riguardanti sessualità e affettività. Il confronto tra autonomia educativa, responsabilità dei genitori e necessità di prevenire violenza, dipendenze digitali e discriminazioni è quindi rimasto aperto.

Articolo

“La scuola italiana è ferma al Novecento e il vero esame comincia dopo la Maturità”. Da questa valutazione ha preso avvio l’intervista pubblicata il 18 giugno 2026, nella quale Michele Bernardo Maria Boldrin (economista nato a Padova, comune capoluogo dell’omonima provincia in Veneto, il 20 agosto 1956, naturalizzato statunitense, professore alla Washington University di St. Louis, città del Missouri negli Stati Uniti, e segretario del partito ORA!) ha affrontato il rapporto tra istruzione, lavoro e prospettive delle nuove generazioni. La formazione politica è nata ufficialmente nell’ottobre 2025 insieme ad Alberto Forchielli (imprenditore e presidente della stessa organizzazione), dopo la precedente esperienza dell’economista in Fare per Fermare il Declino.

La riflessione è partita dalla Maturità, considerata un rito importante ma non decisivo. Secondo l’intervistato, la verifica più complessa attende i giovani fuori dalla scuola, quando devono misurarsi con un’economia che cresce lentamente, retribuzioni insufficienti, accessi professionali non sempre trasparenti e un sistema pubblico che fatica a riconoscere capacità, iniziativa e preparazione. La sua analisi ha quindi collegato le debolezze dell’istruzione alle difficoltà strutturali del mercato del lavoro e alla partenza di molti diplomati e laureati verso altri Paesi.

L’origine storica del problema è stata individuata nell’impostazione introdotta nel 1923 da Giovanni Gentile (filosofo idealista e ministro della Pubblica istruzione nel primo Governo fascista) durante la presidenza di Benito Mussolini (capo del Governo e leader del Partito nazionale fascista). Non si è trattato di un unico provvedimento, ma di una serie coordinata di regi decreti che hanno riorganizzato i diversi ordini scolastici. Il capo del fascismo l’ha celebrata con la formula, rimasta famosa, della riforma più fascista tra quelle approvate dal suo esecutivo.

Il nuovo ordinamento ha portato formalmente l’obbligo scolastico fino a 14 anni e ha reintrodotto nelle elementari l’insegnamento obbligatorio della religione cattolica. Dopo i primi 5 anni gli alunni venivano indirizzati verso strade differenti, attraverso un sistema che attribuiva maggiore prestigio alla formazione classica e umanistica rispetto alle discipline tecniche, scientifiche e applicate. Nel grado secondario l’insegnamento religioso non è stato invece imposto nello stesso modo, ma poteva essere organizzato su richiesta e secondo condizioni definite.

Il ginnasio e il liceo classico hanno occupato il vertice della gerarchia scolastica. Lo studio del latino, del greco, della filosofia, della storia e della letteratura era considerato lo strumento principale per formare le future classi dirigenti e consentiva l’ingresso in tutte le facoltà universitarie. Gli istituti tecnici, magistrali, complementari e professionali preparavano invece all’insegnamento elementare, alle attività amministrative, produttive o manuali, offrendo possibilità universitarie ridotte oppure del tutto escluse.

Quella costruzione non dichiarava formalmente di voler separare ricchi e poveri, ma produceva una selezione fortemente collegata alla condizione sociale. Le famiglie con maggiori disponibilità potevano sostenere studi lunghi e non immediatamente remunerativi, mentre gli studenti dei ceti popolari venivano più spesso indirizzati verso una preparazione breve e un rapido inserimento lavorativo. La scelta compiuta al termine delle elementari diventava per molti quasi irreversibile.

La struttura gentiliana è sopravvissuta, con modifiche e adattamenti, anche dopo la caduta del fascismo. Una svolta decisiva è arrivata con l’istituzione della scuola media unica obbligatoria alla fine del 1962, che ha sostituito i differenti percorsi inferiori e ha rinviato la prima scelta rilevante al termine degli studi comuni. Nel 1969 è stato poi ampliato l’accesso all’università per i diplomati delle scuole secondarie superiori, riducendo un’altra delle principali barriere ereditate dal vecchio ordinamento.

Secondo Boldrin, tuttavia, alcuni presupposti culturali di quella scuola sono rimasti riconoscibili: la superiorità attribuita alla conoscenza teorica, il peso eccessivo della memorizzazione, la difficoltà di adeguare rapidamente programmi e metodi didattici ai mutamenti scientifici e tecnologici. La cultura umanistica non dovrebbe essere ridimensionata, ma affiancata da pensiero critico, logica, metodo sperimentale e competenze STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics, cioè scienza, tecnologia, ingegneria e matematica).

L’economista ha invitato anche a ragionare “out of the box (fuori dagli schemi)”, ampliando gli ITS (Istituti tecnologici superiori) e collegandoli direttamente ai distretti produttivi, alle imprese e alle caratteristiche economiche dei territori. La riforma del 2022 ha trasformato questi istituti in ITS Academy e li ha inseriti nel sistema terziario di istruzione tecnologica superiore, rafforzando laboratori, tirocini aziendali e formazione applicata.

I dati disponibili hanno sostenuto almeno in parte questa indicazione. Il monitoraggio pubblicato nel 2026 ha esaminato 506 corsi conclusi nel 2024; gli studenti sono stati 13.195; i diplomati 9.991; gli occupati rilevati dopo un anno 7.964, pari a circa l’80%; nel 92,8% dei casi il lavoro è risultato coerente con il percorso seguito. All’inizio del 2026 erano inoltre operative 149 fondazioni con oltre 40.000 iscritti attivi.

Sul tema del merito, Boldrin ha distinto l’uguaglianza delle opportunità dall’uniformità dei risultati. Una scuola realmente inclusiva dovrebbe garantire a tutti strumenti, sostegni e condizioni di partenza adeguati, senza rinunciare a verifiche serie. A suo giudizio, l’abbassamento generalizzato delle aspettative danneggia soprattutto gli studenti provenienti dalle famiglie meno abbienti, in quanto priva la scuola della sua funzione di mobilità sociale.

In questa prospettiva ha difeso le valutazioni standardizzate e ha proposto di potenziare le prove INVALSI (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione), utilizzandole per conoscere le difficoltà e non per costruire classifiche punitive. I risultati del 2026 hanno indicato un recupero parziale: al termine della scuola media ha raggiunto il livello previsto il 57% degli studenti in italiano e il 55% in matematica; nell’ultimo anno delle superiori la quota adeguata in matematica è salita al 52%; nel Sud e nelle Isole si è fermata al 41%, mantenendo una distanza consistente rispetto alle regioni settentrionali.

La meritocrazia, nella sua proposta, dovrebbe riguardare anche il personale. Gli insegnanti capaci di aggiornarsi, assumere responsabilità, seguire gli studenti e contribuire ai risultati dell’istituto dovrebbero ricevere stipendi più elevati. L’attuale progressione economica resta invece collegata principalmente all’anzianità, con scarse possibilità di carriera professionale all’interno della docenza.

Il confronto internazionale ha confermato una condizione economica debole. Secondo l’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), nel 2024 la retribuzione effettiva degli insegnanti della primaria italiana è risultata inferiore del 33% rispetto a quella degli altri lavoratori laureati a tempo pieno, mentre dal 2015 il valore reale degli stipendi è diminuito del 4,4%. L’accordo economico sottoscritto nel luglio 2026 ha previsto per i docenti un aumento medio lordo di circa 143 euro mensili per 13 mensilità, con decorrenza dal gennaio 2027, lasciando ancora da definire una parte degli aspetti normativi.

Un’altra critica ha riguardato il calendario scolastico. La lunga sospensione estiva deriva anche da una società nella quale l’agricoltura aveva un peso molto superiore e il contributo familiare dei ragazzi risultava necessario durante alcuni periodi dell’anno. Oggi una chiusura concentrata tra giugno e settembre può aggravare la perdita di apprendimenti e trasferire sulle famiglie il costo dell’assistenza, con conseguenze più pesanti per i nuclei a basso reddito e per l’occupazione femminile.

La comparazione richiede però una precisazione. Considerando tutte le interruzioni dell’anno, in Italia le vacanze scolastiche ammontano mediamente a 13,8 settimane, rispetto alle 13,5 della media OCSE. L’anomalia riguarda quindi soprattutto la concentrazione della pausa e la limitata presenza di servizi estivi, più che il numero complessivo delle settimane senza lezione.

Per l’economista, il tempo pieno costituisce una forma essenziale di protezione sociale contemporanea, soprattutto nel Mezzogiorno. Mantenere gli istituti aperti nel pomeriggio permetterebbe di offrire sostegno nello studio, attività artistiche, musica, sport e occasioni di socializzazione, riducendo il peso delle disuguaglianze familiari. Questo modello richiederebbe mense, palestre, aule utilizzabili, personale sufficiente e una revisione dell’organizzazione del lavoro dei docenti, accompagnata da retribuzioni adeguate.

Le strutture disponibili mostrano quanto sia difficile realizzarlo in modo uniforme. A livello nazionale soltanto il 36,5% degli edifici scolastici dispone di una mensa. In Sicilia la percentuale scende al 14,4%, rendendo molto più complessa nell’Isola l’estensione dell’orario pomeridiano. Il ricorso alle associazioni sportive e al Terzo settore potrebbe integrare l’offerta, ma non può sostituire gli investimenti pubblici necessari.

La scuola è stata indicata anche come il più efficace strumento di integrazione. I figli degli immigrati partecipano già alla vita sociale e produttiva del Paese, ma chi arriva senza conoscere l’italiano ha bisogno di alfabetizzazione intensiva e sostegni tempestivi. La formazione di classi separate o fortemente concentrate rischia invece di rallentare gli apprendimenti e consolidare l’emarginazione.

Gli studenti con cittadinanza non italiana sono stati oltre 826.000 e hanno rappresentato il 9,4% della popolazione scolastica. Le rilevazioni hanno mostrato difficoltà particolarmente elevate tra i ragazzi nati all’estero: il 75% non ha raggiunto competenze sufficienti nella lettura e il 67,6% nella matematica. Tra le seconde generazioni le percentuali sono diminuite, ma sono rimaste rispettivamente al 57,2% e al 52,6%, confermando l’importanza della frequenza continuativa, della lingua e della vita scolastica condivisa.

Sulle reti sociali digitali e sugli smartphone, Boldrin ha respinto sia il permissivismo sia i divieti privi di spiegazioni. La scuola dovrebbe insegnare come funzionano gli algoritmi, la raccolta dei dati, i meccanismi capaci di creare dipendenza, la diffusione delle informazioni false e le conseguenze della violenza in rete. L’educazione civica digitale dovrebbe quindi trasformare il telefono da elemento di distrazione in oggetto di conoscenza critica.

Dal giugno 2025 il divieto di utilizzare gli smartphone durante le attività didattiche è stato esteso anche alle scuole superiori, salvo gli impieghi espressamente autorizzati per finalità educative, inclusive o sanitarie. Un monitoraggio ministeriale pubblicato nel marzo 2026 ha rilevato che oltre il 90% degli istituti aveva già recepito la disposizione.

L’educazione sessuo-affettiva dovrebbe invece affrontare rispetto, consenso, prevenzione sanitaria, diritti e doveri, con l’intervento di psicologi e medici qualificati e con un confronto trasparente con le famiglie. Dal 7 luglio 2026 è però entrata in vigore una disciplina che richiede il consenso informato scritto dei genitori per le attività non curriculari riguardanti sessualità e affettività nelle scuole medie e superiori. In mancanza dell’autorizzazione devono essere predisposte attività alternative, mentre tali progetti non possono essere organizzati nella scuola dell’infanzia e nella primaria al di fuori delle indicazioni nazionali.

La fuga dei giovani ha completato il ragionamento. Nel 2024 circa 25.000 italiani tra 25 e 34 anni con un livello d’istruzione elevato si sono trasferiti all’estero, mentre poco più di 4.000 sono rientrati, determinando una perdita netta prossima a 21.000 persone qualificate. Nello stesso anno soltanto il 25,1% dei giovani tra 20 e 34 anni possedeva un titolo terziario, con una distanza di 11,3 punti dalla media dell’Unione europea.

Secondo l’intervistato, incentivi temporanei per il rientro non possono sostituire una politica economica stabile. Servirebbero mercati più aperti, riduzione del peso fiscale sul lavoro, giustizia civile più rapida, amministrazioni meno lente, maggiori investimenti nella ricerca universitaria e assegnazione delle risorse sulla base della qualità verificata. Si tratta di una proposta politica liberale, coerente con l’orientamento di ORA!, e non di una conclusione condivisa da tutte le forze sociali.

L’opinione

Come ripeto da anni nei miei articoli, occorre anche introdurre nella scuola dell’obbligo una materia autonoma, importante quanto l’italiano, denominata (ad esempio) “Diritti e doveri” e affidata a laureati in giurisprudenza, affinché almeno i nostri ragazzi acquisiscano conoscenza e consapevolezza delle regole reali del vivere civile, delle norme e dei principali orientamenti giurisprudenziali, imparando così a comprendere il linguaggio e la portata di provvedimenti normativi e dispositivi giudiziari.