La mafia sospende le attività per il funerale di un pregiudicato. Regione e Magistratura reagiscono con la legge “liberi di scegliere”. Condannati i fiancheggiatori del boss defunto

Nel 2026 Cosa nostra continua a esercitare pressione sui territori popolari, mentre Istituzioni e Magistratura tentano di spezzare il legame tra criminalità organizzata e nuove generazioni

Sintesi

Nel quartiere Zen di Palermo il funerale del pregiudicato Carmelo Barone ha provocato la sospensione del tradizionale mercatino rionale dopo pressioni e intimidazioni rivolte agli ambulanti, confermando come in alcune aree della Sicilia la cultura mafiosa continui ancora oggi a esercitare controllo sociale sul territorio. L’episodio ha suscitato la dura reazione di politici, istituzioni locali e forze religiose, mentre magistrati e investigatori hanno avviato accertamenti per individuare i responsabili. Parallelamente la Regione Siciliana e la Magistratura minorile stanno promuovendo il progetto “Liberi di scegliere”, nato per offrire ai giovani provenienti da famiglie mafiose percorsi alternativi alla criminalità. Sul fronte giudiziario continuano inoltre le condanne contro i cosiddetti colletti bianchi e i fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro, a dimostrazione di una strategia investigativa che punta a colpire non soltanto i boss mafiosi ma anche la rete di professionisti, imprenditori e complici che per anni ha sostenuto la latitanza del capomafia.

Articolo

La Sicilia del 2026 continua a mostrare il doppio volto di una terra sospesa tra il peso storico della criminalità organizzata e il tentativo delle istituzioni di costruire un’alternativa culturale, sociale e giudiziaria al sistema mafioso. Da un lato permangono episodi che testimoniano la capacità intimidatoria di Cosa nostra nei quartieri popolari. Dall’altro si rafforza l’azione dello Stato, della magistratura e delle realtà civili impegnate nel sottrarre giovani e famiglie all’influenza mafiosa, oltre alla crescente attenzione investigativa verso i cosiddetti “colletti bianchi”, cioè professionisti e figure apparentemente rispettabili che garantiscono sostegno logistico, economico e relazionale ai clan.

L’episodio più discusso degli ultimi giorni si è verificato nel quartiere Zen, acronimo di Zona espansione nord, periferia occidentale di Palermo storicamente segnata da degrado sociale, disoccupazione e forte presenza criminale. In occasione del funerale di Carmelo Barone, 64 anni, pregiudicato coinvolto in passato anche nell’operazione antimafia “Bivio”, un gruppo di giovani a bordo di scooter avrebbe impedito agli ambulanti di allestire il tradizionale mercato rionale di via Luigi Einaudi. Secondo quanto ricostruito, i commercianti sarebbero stati invitati con atteggiamento intimidatorio a sospendere ogni attività per rispetto del defunto. Sui social network i figli di Barone avevano pubblicato un messaggio nel quale annunciavano che, essendo il padre “molto amato e conosciuto”, il mercato non si sarebbe svolto, invitando gli utenti a diffondere l’avviso nel quartiere.

Alla fine il mercatino è stato realmente sospeso e le esequie si sono svolte con un’imponente partecipazione popolare. La bara è stata trasportata a spalla tra palloncini, applausi e fuochi d’artificio, in una scena che ha suscitato forti polemiche istituzionali e mediatiche. Polizia e Carabinieri sono intervenuti nella zona per identificare i soggetti che avrebbero ostacolato gli ambulanti e verificare eventuali responsabilità penali. La vicenda ha immediatamente assunto un valore simbolico, poiché in molti hanno letto nell’accaduto un segnale di persistente controllo mafioso del territorio.

Il deputato regionale Ismaele La Vardera e i consiglieri comunali Giulia Argiroffi e Ugo Forello hanno parlato apertamente di “imposizione con metodo mafioso”, denunciando pubblicamente quanto accaduto. Lo stesso La Vardera ha inviato una lettera al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi chiedendo un rafforzamento straordinario della presenza dello Stato nello Zen, arrivando a invocare anche il possibile intervento dell’Esercito. Il sindaco di Palermo Roberto Lagalla e l’assessore alle Attività produttive Giuliano Forzinetti hanno espresso una netta condanna dell’accaduto, sottolineando il danno economico e sociale subito da decine di famiglie di ambulanti costrette a rinunciare alla giornata di lavoro.

Amareggiato anche don Giovanni Giannalia, parroco della chiesa di San Filippo Neri allo Zen, già vittima nei mesi scorsi di intimidazioni attraverso colpi di arma da fuoco esplosi contro l’edificio religioso. Il sacerdote ha spiegato di non essere stato informato di quanto stava avvenendo all’esterno della chiesa durante il funerale e ha ribadito di non avere mai avuto paura nel proprio impegno pastorale nel quartiere. Le sue parole hanno riportato l’attenzione sul ruolo spesso difficile svolto dalla Chiesa nei territori più esposti all’influenza mafiosa.

L’episodio dello Zen ha rilanciato il dibattito sull’effettiva capacità dello Stato di presidiare alcune periferie urbane della Sicilia. Numerosi osservatori sottolineano come, in quartieri di Palermo, Catania, Messina o Agrigento, permangano ancora forme di controllo sociale fondate sulla paura, sul consenso e sull’omertà. La chiusura di un mercato rionale per il funerale di un pregiudicato viene infatti interpretata da molti come il simbolo di una sovranità parallela esercitata dalla criminalità organizzata attraverso il prestigio criminale e la pressione psicologica sul territorio.

Parallelamente però emergono anche segnali di reazione istituzionale e culturale. A Catania si è svolto nei giorni scorsi un incontro dedicato al progetto “Liberi di scegliere”, iniziativa nata nel Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria grazie all’intuizione del Giudice Roberto Di Bella e successivamente estesa anche ad altre realtà italiane. Il programma punta a offrire ai minori provenienti da famiglie mafiose un percorso educativo e sociale alternativo alla criminalità organizzata, sottraendoli a contesti familiari dominati dalla cultura mafiosa.

Nel corso del confronto pubblico il presidente della Regione Siciliana Renato Schifani ha definito il progetto una delle principali occasioni di riscatto per il futuro della Sicilia. Schifani ha spiegato che la legalità deve diventare per i giovani la scelta più semplice, naturale e conveniente, spezzando quelle “catene invisibili” che per decenni hanno condizionato il destino di intere famiglie. Schifani ha inoltre ricordato l’istituzione di una cabina di regia regionale che coinvolge Magistratura, scuole, servizi sociali, Asp (Azienda sanitaria provinciale), prefetture, università e Comuni, annunciando lo stanziamento iniziale di circa 3 milioni di euro destinati all’attuazione della legge regionale collegata al progetto.

Il presidente del Tribunale per i minorenni Roberto Di Bella ha sottolineato come il nuovo impianto normativo consenta finalmente di offrire un’alternativa concreta ai ragazzi cresciuti in ambienti devianti. Alla manifestazione hanno preso parte anche la senatrice del Partito Democratico Enza Rando e la deputata di Fratelli d’Italia Chiara Colosimo, promotrici a livello nazionale della legge ispirata al progetto. Secondo Rando la norma permette non soltanto ai giovani, ma anche alle madri appartenenti a contesti mafiosi, di schierarsi apertamente dalla parte dello Stato senza sentirsi sole o abbandonate.

Sul piano giuridico il progetto “Liberi di scegliere” rappresenta una delle più recenti evoluzioni della legislazione antimafia italiana. L’iniziativa si inserisce infatti nel solco delle norme sulla tutela dei minori previste dal Tribunale per i minorenni e delle misure di prevenzione introdotte dal Codice antimafia, decreto legislativo 159 del 2011, che negli ultimi anni è stato progressivamente ampliato anche sul versante della prevenzione sociale oltre che repressiva.

Accanto all’intervento educativo continua inoltre il rafforzamento dell’azione giudiziaria contro i cosiddetti complici “insospettabili” della mafia. A Trapani la Corte d’appello di Palermo ha confermato pesanti condanne nei confronti di alcuni soggetti accusati di avere favorito la lunga latitanza di Matteo Messina Denaro, storico capo di Cosa nostra arrestato il 16 gennaio 2023 dopo oltre 30 anni di fuga. L’architetto Massimo Gentile è stato condannato a 8 anni e 6 mesi per associazione mafiosa, mentre il tecnico radiologo Cosimo Leone ha ricevuto una pena di 8 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

Secondo la Direzione distrettuale antimafia, Dda (Direzione distrettuale antimafia) di Palermo, Gentile avrebbe prestato la propria identità al boss consentendogli di acquistare autovetture e motocicli durante la latitanza. Leone, invece, avrebbe assistito Messina Denaro durante le cure mediche e il ricovero nell’ospedale Abele Ajello di Mazara del Vallo nel novembre 2020, quando il capomafia era già gravemente malato. Le sentenze confermano la linea della magistratura italiana orientata a colpire non soltanto i vertici mafiosi ma anche quella rete di professionisti, tecnici, imprenditori e soggetti apparentemente lontani dalla criminalità che rende possibile la sopravvivenza operativa delle organizzazioni mafiose.

La Sicilia si trova così davanti a una sfida complessa e decisiva. Da una parte restano territori dove il consenso mafioso continua a manifestarsi attraverso rituali pubblici, intimidazioni e silenzi collettivi. Dall’altra cresce la consapevolezza che il contrasto alle mafie non possa limitarsi agli arresti o alle operazioni repressive, ma debba coinvolgere educazione, cultura, welfare, scuola e inclusione sociale. È in questo equilibrio fragile tra repressione e prevenzione che si gioca una delle partite più importanti del futuro dell’Isola e dell’intero Paese.