La Corte UE conferma l’equo compenso agli editori e rafforza il potere di Agcom contro le piattaforme digitali

La sentenza europea respinge il ricorso di Meta e legittima il sistema italiano sull’utilizzo online dei contenuti giornalistici. In pratica la sentenza rafforza gli editori italiani nelle trattative con le piattaforme digitali riconoscendo alle notizie professionali un valore economico autonomo anche online. L'opinione

Sintesi

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che la normativa italiana sull’equo compenso per l’utilizzo digitale degli articoli giornalistici è compatibile con il diritto europeo. La decisione nasce dal ricorso presentato da Meta contro Agcom (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) nell’ambito della controversia relativa al pagamento agli editori per l’uso online delle notizie sulle piattaforme digitali. La Corte ha riconosciuto che gli editori hanno diritto a una remunerazione equa quando autorizzano l’utilizzo dei propri contenuti e ha confermato la legittimità del ruolo centrale di Agcom nella definizione dei criteri economici, nella vigilanza e nell’applicazione delle sanzioni. La sentenza riconosce inoltre che le piattaforme devono avviare trattative senza penalizzare la visibilità dei contenuti giornalistici e devono fornire agli editori i dati necessari per calcolare il valore economico generato online. In termini pratici il pronunciamento rafforza il potere negoziale degli editori italiani, apre la strada a nuovi accordi economici con i grandi gruppi tecnologici e consolida il principio secondo cui le notizie prodotte professionalmente possiedono un valore economico autonomo anche nell’ecosistema digitale.

Articolo

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha confermato la compatibilità della disciplina italiana sull’equo compenso con la direttiva europea 2019/790 sul diritto d’autore e sui diritti connessi nel mercato digitale, respingendo di fatto le contestazioni avanzate da Meta Platforms Ireland contro il sistema introdotto in Italia attraverso l’articolo 43-bis della legge sul diritto d’autore e i successivi regolamenti Agcom. La decisione, pubblicata il 12 maggio 2026 nella causa C-797/23, rappresenta uno dei più importanti pronunciamenti europei sul rapporto economico tra editori tradizionali e grandi piattaforme digitali.

La vicenda nasce dal recepimento italiano della direttiva europea “Copyright Directive” del 2019, approvata dall’Unione Europea per riequilibrare i rapporti economici tra i grandi operatori digitali e chi produce contenuti editoriali professionali. L’Italia ha recepito tale direttiva nel 2021 introducendo il diritto per gli editori di ottenere un equo compenso quando piattaforme come Meta o Google utilizzano online articoli, anteprime, estratti o contenuti giornalistici. Successivamente Agcom ha adottato nel 2023 il regolamento 3/23/CONS che ha definito criteri economici, modalità di negoziazione, obblighi informativi e poteri sanzionatori. Nello stesso anno l’Autorità ha stabilito i criteri di calcolo del compenso basati sui ricavi pubblicitari ottenuti dalle piattaforme attraverso l’utilizzo delle notizie online, al netto dei benefici economici derivanti agli editori dal traffico generato sui propri siti internet.

Meta aveva contestato davanti al Tar (Tribunale Amministrativo Regionale) del Lazio la compatibilità del sistema italiano con il diritto europeo sostenendo che gli obblighi di trattativa, trasparenza e remunerazione limitassero eccessivamente la libertà d’impresa. Il Tar del Lazio ha quindi rimesso la questione alla Corte di Giustizia europea attraverso il procedimento pregiudiziale previsto dai trattati europei. I Giudici di Lussemburgo hanno però stabilito che gli Stati membri possono introdurre strumenti economici e regolatori per garantire agli editori una remunerazione adeguata purché essa rappresenti il corrispettivo economico dell’autorizzazione concessa alle piattaforme per utilizzare i contenuti giornalistici. La Corte ha inoltre precisato che gli editori restano liberi di negare l’autorizzazione oppure di concederla gratuitamente.

Uno dei passaggi più rilevanti della sentenza riguarda il ruolo di Agcom. La Corte ha ritenuto legittimo che l’Autorità italiana possa definire criteri economici di riferimento, vigilare sulle trattative, chiedere documentazione alle piattaforme e imporre sanzioni amministrative in caso di mancata collaborazione. Questo significa che Agcom conserva il potere di intervenire quando le parti non trovano un accordo sul valore economico delle pubblicazioni giornalistiche utilizzate online. La disciplina italiana prevede inoltre che le piattaforme non possano ridurre artificialmente la visibilità delle notizie durante le trattative economiche e che debbano mettere a disposizione degli editori tutti i dati necessari per comprendere quanto valore pubblicitario generino i contenuti giornalistici.

La Corte europea ha riconosciuto che tali obblighi incidono sulla libertà d’impresa delle grandi piattaforme tecnologiche ma ha stabilito che questa limitazione risulta proporzionata e giustificata perché tutela il pluralismo dell’informazione, il diritto d’autore e la sostenibilità economica dell’editoria professionale. Secondo i Giudici europei gli editori si trovano infatti in una posizione negoziale debole rispetto ai colossi digitali poiché soltanto le piattaforme possiedono i dati completi sui ricavi pubblicitari generati dall’utilizzo online delle notizie. Proprio per questo motivo gli obblighi di trasparenza e negoziazione vengono considerati necessari per ristabilire un equilibrio economico nel mercato digitale.

Sul piano pratico la sentenza produrrà effetti molto concreti. Le piattaforme digitali che utilizzano contenuti giornalistici dovranno avviare trattative economiche più strutturate con gli editori italiani e potranno essere soggette a controlli e sanzioni se rifiuteranno di collaborare o non forniranno i dati richiesti. La normativa italiana prevede infatti sanzioni amministrative fino all’1% del fatturato realizzato sul mercato nazionale nell’ultimo esercizio chiuso prima della contestazione. Questo rafforza notevolmente il potere contrattuale degli editori, soprattutto dei grandi gruppi editoriali ma anche delle realtà giornalistiche territoriali che potranno chiedere una quota dei ricavi generati dalla diffusione online delle notizie.

In termini economici il pronunciamento potrebbe aprire una nuova stagione di accordi commerciali tra editori e piattaforme digitali simili a quelli già avviati in Francia, Germania e Australia. Le aziende tecnologiche potrebbero decidere di stipulare contratti preventivi per evitare lunghi contenziosi oppure potrebbero ridurre l’utilizzo diretto delle notizie nei propri servizi digitali. Tuttavia la Corte ha chiarito che nessun pagamento è dovuto quando le piattaforme non utilizzano pubblicazioni giornalistiche, principio che tutela la libertà imprenditoriale evitando automatismi generalizzati.

La decisione ha ricevuto immediati commenti favorevoli da parte della Fieg (Federazione Italiana Editori Giornali), della Fnsi (Federazione Nazionale della Stampa Italiana) e di diversi esponenti politici italiani. Anche Agcom ha parlato di una decisione che rende l’Italia “apripista in Europa” nel riequilibrio tra piattaforme tecnologiche e sistema editoriale. Meta ha invece dichiarato che analizzerà il contenuto della sentenza ribadendo che nessun pagamento può essere imposto quando non vi sia utilizzo delle notizie.

L’opinione

“Meta ha invece dichiarato che analizzerà il contenuto della sentenza ribadendo che nessun pagamento può essere imposto quando non vi sia utilizzo delle notizie”. L’Europa è troppo in ritardo nel mondo internet, avrebbe dovuto già avere sue piattaforme, social, moneta digitale e intelligenza artificiale. Siamo nel 2026 e non quando il sole girava intorno alla terra. Da Bruxelles, a Roma fino a Palermo (almeno per chi ancora può e vuole vedere e senza appartenenze o assili a prescindere) nel “vecchio continente” appare da u po’ di tempo carente la coscienza e il senso del doveroso dovere, mentre di tutta evidenza impererebbe la dissonanza cognitiva.

L’Europa avrebbe dovuto sviluppare proprie grandi piattaforme digitali e sistemi di intelligenza artificiale, equivalenti europei di Google, Amazon, Meta o OpenAI, per non dipendere tecnologicamente da Stati Uniti e Cina. I 27 Paesi che compongono l’Unione Europea e i circa complessivi 450 milioni di abitanti si sarebbero oggi sentiti più uniti e appartenenti ad un’unica potenziale Federazione. Ma forse (una congettura) è ciò che ostacola da sempre qualche genere di mercimonio politico europeo a favore delle superpotenze.