Iran colpisce mercantili. Usa lanciano missili. UE e Nato: energia e sicurezza. Messinese indagato per spionaggio

Gli attacchi contro 3 navi nello Stretto di Hormuz hanno incrinato la fragile tregua tra Stati Uniti e Iran. Il vertice NATO di Ankara e l’inchiesta italiana sullo spionaggio russo. Allarme per energia, rotte marittime, industria militare e sicurezza nazionale

Sintesi

La nuova crisi è partita martedì 7 luglio 2026, quando l’agenzia marittima britannica UKMTO ha segnalato attacchi contro petroliere e navi commerciali nello Stretto di Hormuz, tra cui la Al Rekayyat, nave legata al Qatar, e la Wedyan, battente bandiera saudita. Gli episodi hanno provocato danni materiali e incendi, senza notizie confermate di vittime, ma hanno fatto salire il livello di rischio per la navigazione e riacceso il timore di interruzioni nei flussi mondiali di gas e petrolio. Nelle stesse ore Washington ha revocato la licenza che consentiva temporaneamente la vendita di greggio e prodotti petroliferi iraniani, poi il CENTCOM ha annunciato raid contro oltre 80 obiettivi iraniani, compresi radar, difese aeree, sistemi antinave e più di 60 imbarcazioni delle Guardie rivoluzionarie. Teheran ha respinto le accuse o le ha definite strumentali, mentre Qatar e Stati Uniti hanno indicato l’Iran come responsabile degli attacchi. La crisi si è sovrapposta al vertice NATO di Ankara, dove l’Alleanza ha presentato nuove iniziative industriali, droni, ricognitori, sistemi di sorveglianza e accordi per produrre in Germania missili ATACMS, mentre in Italia l’arresto di 2 ex appartenenti all’intelligence accusati di spionaggio a favore della Russia ha richiamato l’attenzione sul fronte interno della guerra ibrida. Un legame messinese nell’inchiesta sulle spie russe. Sirene di allarme aereo suonano di nuovo in Bahrein.

Articolo

La vicenda riguarda una nuova fase di tensione nello Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo che collega il Golfo Persico al Golfo dell’Oman e che, da decenni, rappresenta uno dei punti più sensibili dell’economia globale. Non è solo una strettoia geografica: è un corridoio energetico, militare e diplomatico. Prima della guerra iniziata il 28 febbraio 2026 con gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran, secondo studi transitava da quest’area circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas. Per questo ogni colpo sparato nella zona non riguarda soltanto le navi coinvolte, ma incide sui prezzi, sulle alleanze e sulla libertà di navigazione.

L’origine giuridica della contesa moderna risale alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982. La parte dedicata agli stretti usati per la navigazione internazionale prevede che tutte le navi e gli aeromobili godano del diritto di passaggio in transito, inteso come attraversamento continuo e rapido, e stabilisce che gli Stati costieri non debbano ostacolarlo né sospenderlo. La stessa disciplina consente però agli Stati rivieraschi di adottare regole sulla sicurezza della navigazione, purché non abbiano l’effetto pratico di negare o compromettere quel passaggio. È dentro questa zona grigia, tra sovranità costiera e libertà di transito, che Teheran prova da anni a far pesare la propria posizione strategica.

Il nuovo episodio si è sviluppato il 7 luglio 2026. UKMTO (United Kingdom Maritime Trade Operations, centro britannico di raccordo per la sicurezza marittima) ha segnalato una serie di incidenti nell’area, invitando le imbarcazioni alla massima prudenza. L’organismo opera da oltre 25 anni come punto di contatto per la sicurezza delle rotte commerciali e raccoglie informazioni attraverso un sistema volontario di segnalazione nella regione del Medio Oriente e dell’Oceano Indiano. Secondo le ricostruzioni disponibili, 3 navi commerciali sono state colpite o danneggiate durante il transito o nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz.

La più rilevante è la Al Rekayyat, metaniera carica di gas naturale liquefatto e legata agli interessi del Qatar. La nave è stata colpita sul lato sinistro e un incendio in sala macchine ha fatto temere conseguenze più gravi, mentre l’equipaggio risultava al sicuro ed era in fase di evacuazione. Nello stesso contesto è stata danneggiata anche la Wedyan, petroliera saudita, e il CENTCOM (United States Central Command, Comando centrale degli Stati Uniti) ha poi indicato anche la Cyprus Prosperity tra le unità colpite. Il Qatar ha attribuito la responsabilità all’Iran e ha convocato il viceambasciatore iraniano per una protesta formale. Teheran, invece, ha definito le accuse sconcertanti e ha sostenuto che le navi commerciali corrono rischi quando usano rotte non coordinate con l’Iran.

La conseguenza immediata è stata economica e politica. I mercati hanno reagito al rischio di nuove interruzioni nei traffici energetici: il gas europeo è salito sopra i 46 euro al MWh il 7 luglio e il giorno successivo si è spinto verso 48 euro al MWh, mentre anche il petrolio ha registrato rialzi. Trading Economics ha collegato il movimento alla nuova tensione mediorientale, agli attacchi alle navi mercantili e alla decisione americana di revocare la licenza che permetteva all’Iran di vendere petrolio.

Il provvedimento del 7 luglio 2026 della l’OFAC (Office of Foreign Assets Control, ufficio del Tesoro statunitense per il controllo degli asset esteri) revoca la General License X e la sostituisce con la General License X1, cioè con un’autorizzazione limitata alla chiusura ordinata delle operazioni avviate dopo la licenza del 21 giugno 2026 sulla produzione, consegna e vendita di greggio, prodotti petrolchimici e prodotti petroliferi di origine iraniana. Reuters (un’agenzia di stampa britannica di proprietà della multinazionale canadese Thomson Reuters) ha riferito che la licenza precedente avrebbe consentito vendite fino al 21 agosto, mentre la revoca concede tempo fino al 17 luglio per chiudere le transazioni.

La risposta militare americana è arrivata subito dopo. Il CENTCOM ha annunciato di avere colpito oltre 80 obiettivi iraniani con munizioni di precisione, presentando l’operazione come reazione agli attacchi contro le navi commerciali. Tra gli obiettivi indicati figurano sistemi di difesa aerea, reti di comando e controllo, radar costieri, capacità missilistiche antinave e più di 60 piccole imbarcazioni dell’IRGC (Islamic Revolutionary Guard Corps, Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica) nello Stretto di Hormuz e nelle sue vicinanze. Washington ha definito gli attacchi iraniani una violazione del cessate il fuoco e un danno alla libertà di navigazione. Intanto in Bahrein risuonano per la seconda volta le sirene di allarme missilistico dopo che l’Iran ha già preso di mira il regno in risposta ai precedenti attacchi aerei degli Stati Uniti.

L’Iran ha replicato accusando gli Stati Uniti di aggressione e di violazione dell’intesa provvisoria raggiunta a giugno. Il comando militare iraniano ha promesso una risposta dura e il ministero degli Esteri ha sostenuto che Washington si sarebbe assunta la responsabilità delle conseguenze. La crisi è resa ancora più delicata dal calendario interno iraniano: in quelle ore erano in corso le esequie di massa dell’ex guida suprema Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio 2026 nel primo giorno della guerra insieme ad alcuni familiari, secondo la ricostruzione Reuters.

Il dossier Hormuz è arrivato mentre ad Ankara si svolgeva il vertice della NATO (North Atlantic Treaty Organization, Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord). Lì il segretario generale Mark Rutte ha presentato nuove acquisizioni e nuove iniziative industriali, parlando della necessità di trasformare gli impegni di spesa in capacità operative. La NATO ha annunciato la consegna del 10º Airbus A330 MRTT, l’acquisto di droni Northrop Grumman Triton per la sorveglianza marittima e la scelta congiunta dei velivoli Saab GlobalEye per modernizzare le capacità di allarme e controllo aereo. Lo stesso forum ha riunito ministri, funzionari e rappresentanti di oltre 100 aziende, con l’obiettivo di accelerare produzione, innovazione e cooperazione industriale.

In questo quadro si inserisce anche l’accordo tra Lockheed Martin e Rheinmetall per produrre in Germania missili ATACMS (Army Tactical Missile System, sistema missilistico tattico dell’Esercito). Il memorandum firmato il 7 luglio 2026 ad Ankara prevede la creazione di un polo europeo nello stabilimento Rheinmetall di Unterlüß, nel nord della Germania, e segnerebbe la prima fabbricazione di questo missile balistico a corto raggio fuori dagli Stati Uniti. La scelta riflette la pressione esercitata dai conflitti in Ucraina e Medio Oriente sugli arsenali occidentali e la volontà di ridurre i tempi di rifornimento.

Sempre ad Ankara, un alto funzionario del Pentagono ha confermato il progetto di un centro europeo per la manutenzione dei PAC-3 (Patriot Advanced Capability-3, intercettori avanzati del sistema Patriot), senza indicare ancora il Paese ospitante. Germania, Paesi Bassi, Polonia e Svezia partecipano al progetto con Lockheed Martin. L’obiettivo dichiarato è aumentare la disponibilità dei missili, abbreviare i tempi di riparazione e rafforzare la prontezza operativa dell’Alleanza. Washington non esclude, in prospettiva, la produzione fuori dai confini statunitensi.

Il filo che collega Hormuz, Ankara e Roma è la sicurezza. Mentre il fronte marittimo mostra quanto il controllo di una rotta possa incidere sull’economia mondiale, in Italia un’inchiesta ha riportato in primo piano il rischio di infiltrazioni e spionaggio. Il 7 luglio 2026 sono finiti agli arresti domiciliari 2 ex appartenenti all’AISI (Agenzia informazioni e sicurezza interna), G. R. P. e V. D. P. accusati a vario titolo di spionaggio e accesso abusivo a sistemi informatici. Secondo l’inchiesta, partita da una segnalazione dell’intelligence italiana e poi sviluppata dal ROS (Raggruppamento operativo speciale) dei Carabinieri, sarebbero state trasmesse informazioni riservate a un presunto agente russo coperto da immunità diplomatica.

Gli investigatori contestano anche il coinvolgimento di altre 5 persone, tra cui 4 militari, accusate a vario titolo di procacciamento di notizie concernenti la sicurezza dello Stato, spionaggio politico o militare, rivelazione di segreti di Stato e rivelazione di notizie vietate alla divulgazione. Gli atti riferiscono di pizzini, telefoni nascosti, schede di memoria occultate e denaro contante. Tra gli indagati compare anche S. R. messinese, elemento che crea un legame territoriale con la Sicilia.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha ringraziato magistratura e investigatori, affermando che non può esserci tolleranza verso chi compromette o mette a rischio la sicurezza della Repubblica. La nota ufficiale del ministero sottolinea la tutela della sicurezza nazionale, delle informazioni classificate e delle istituzioni come interesse primario dello Stato. La vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno ha invece richiamato i metodi del KGB (Komitet gosudarstvennoj bezopasnosti, ex comitato sovietico per la sicurezza dello Stato), sostenendo che la guerra fredda informativa non sia mai davvero finita.

Sul piano normativo italiano, la cornice resta quella dei delitti contro la sicurezza dello Stato previsti dal Codice penale, con riferimento alle ipotesi di procacciamento di notizie riservate, spionaggio politico o militare e rivelazione di segreti. A questo si aggiunge la legge 124/2007, che ha riformato il Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica e ha disciplinato il segreto di Stato e l’architettura dell’intelligence. Non risultano, allo stato delle fonti consultate, nuove leggi italiane approvate nelle ultime ore direttamente collegate a questa specifica inchiesta. Sul versante giurisprudenziale più recente e vicino al tema della segretezza, la Cassazione, con la sentenza 6873 depositata il 20 febbraio 2026, ha distinto la violazione delle modalità di accesso da una vera rivelazione di segreto d’ufficio, precisando che non ogni irregolarità nella comunicazione di un atto integra automaticamente il reato se l’atto era conoscibile dal titolare del diritto.

La cronologia degli eventi mostra dunque una progressione precisa. Prima gli attacchi del 7 luglio contro le navi nello Stretto di Hormuz, parallelamente la revoca della licenza petrolifera iraniana da parte dell’OFAC, quindi i raid statunitensi contro oltre 80 obiettivi e, in parallelo, il vertice NATO di Ankara con il rafforzamento dell’industria militare europea e transatlantica. Nello stesso giorno, l’inchiesta italiana sul presunto spionaggio a favore della Russia ha ricordato che la sicurezza non passa solo da mari, missili e petroliere, ma anche dalla protezione delle informazioni, dei sistemi informatici e delle istituzioni. La partita aperta non interessa soltanto l’Iran o lo Stretto di Hormuz bensì una buona parte di mondo: riguarda l’equilibrio tra energia, diritto internazionale, deterrenza militare e vulnerabilità interne delle democrazie occidentali.