Ci sono notizie che arrivano e fanno male due volte. Una per i fatti in sé. Una perché ci ricordano che il problema esiste, che è vicino, che riguarda le nostre scuole, i nostri ragazzi, le nostre comunità.

La vicenda di bullismo avvenuta durante una gita scolastica dell’Istituto tecnico-professionale “Salvatore Pugliatti” di Furci Siculo, con tre studenti esclusi dagli scrutini finali e indagini avviate dalla Procura, ha riportato al centro del dibattito pubblico una questione che non possiamo continuare a trattare come emergenza occasionale.

È una questione strutturale, culturale, educativa. Per affrontarla abbiamo voluto sentire la voce di chi da anni la studia, la racconta e combatte con strumenti seri: il professor Francesco Pira, Associato di Sociologia dell’Università di Messina, saggista, giornalista e Consigliere Nazionale Ucsi (Unione Cattolica della Stampa Italiana) tra i più impegnati in Italia nella lotta contro il bullismo e il cyberbullismo, è uno degli autorevoli opinionisti della tv nazionale Fatti di Nera canale 122 dove spesso è chiamato a trattare i temi della violenza giovanile nella seguitissima trasmissione Psiche Criminale.

Il professore Pira ha incontrato in due occasioni gli studenti dell’istituto nell’ambito di progetti di prevenzione della violenza giovanile. Quelle visite avevano lasciato un segno. Il suo impegno è riconosciuto anche a livello internazionale. Sta collaborando ad un progetto di ricerca dell’Università di Malaga sulla “famiglia digitale” in Europa e nei Paesi del Mediterraneo. A livello istituzionale: è stato chiamato nel Comitato scientifico dell’Intergruppo per il Digitale presieduto dall’on Naike Gruppioni. Nella scorsa leguslatura è stato in audizione presso la V Commissione dell’Assemblea Regionale Siciliana per contribuire alla definizione di azioni di prevenzione e contrasto rivolte a studenti e famiglie su bullismo e cyberbullismo.
Oggi, di fronte a quanto accaduto, la sua voce è insieme quella dello studioso e dell’uomo che si è detto “addolorato e preoccupato”. Una voce che vale la pena ascoltare con attenzione.
D. In che modo il caso di bullismo avvenuto durante una gita scolastica e le successive sanzioni riflette dinamiche più ampie che lei osserva oggi nelle scuole italiane?
R. «Quello che è accaduto al “Pugliatti” non è un caso isolato e non va letto come tale. È la fotografia di un malessere relazionale che attraversa molte scuole italiane e che emerge con particolare violenza nei momenti in cui il gruppo si trova in spazi non strutturati. Le gite, i corridoi, i momenti di pausa sono spesso i luoghi in cui le gerarchie informali tra pari si manifestano nel modo più violento. Nelle mie ricerche osservo da anni che comportamenti un tempo considerati marginali si sono progressivamente normalizzati: la derisione, l’esclusione, la violenza fisica o verbale sono entrate nel repertorio ordinario di certe dinamiche di gruppo, spesso senza che gli adulti presenti riescano a intercettarle in tempo. Il fatto che gli episodi siano stati documentati con i telefoni cellulari e che quei video abbiano circolato ci dice che siamo in presenza di un meccanismo doppio: bullismo in presenza e cyberbullismo. La rete non genera la violenza, ma la amplifica, la rende permanente, la porta oltre i confini fisici dell’evento. La vittima non smette di essere tale quando rientra a casa: il contenuto digitale la perseguita. Questo è il tratto più insidioso della violenza giovanile contemporanea».
D. Quanto incide il gruppo dei pari nel trasformare episodi isolati in comportamenti di bullismo strutturato e persistente?
R. «Il gruppo dei pari è il motore principale di questi processi. Il bullismo non nasce quasi mai da un singolo individuo isolato: si alimenta di complicità, di silenzi, di spettatori che non intervengono e che con la loro inerzia legittimano ciò che vedono. I ragazzi che hanno documentato quegli episodi con i telefoni, e che forse hanno contribuito a diffondere i video, non sono necessariamente “bulli” nel senso tradizionale del termine: sono però parte di un sistema di relazioni in cui la violenza trova spazio perché nessuno la nomina come tale, nessuno la interrompe, nessuno dice basta. Le mie ricerche mostrano preadolescenti e adolescenti attraversati da un forte senso di smarrimento, sospesi tra bisogno di visibilità e solitudine profonda. In questo vuoto, il gruppo dei pari diventa l’unico riferimento, l’unico spazio in cui esistere. E chi detiene il potere in quel gruppo può usarlo in modo costruttivo o distruttivo. Il problema è che spesso i ragazzi non hanno gli strumenti per riconoscere la differenza tra legame e sopraffazione».
D. Ritiene che misure come l’esclusione dagli scrutini siano realmente educative o rischiano di restare prevalentemente punitive senza agire sulle cause profonde?
R. «La sanzione è necessaria e giusta: manda un segnale chiaro alla comunità scolastica, dice che certi comportamenti hanno conseguenze reali. La dirigente Magaraci ha agito con tempestività e determinazione, e questo va riconosciuto. Ma la sanzione da sola non basta e non può bastare. La recente normativa va nella direzione giusta: i provvedimenti disciplinari devono essere affiancati da percorsi di educazione civica e di riparazione del danno. I ragazzi sanzionati devono essere aiutati a capire cosa hanno fatto, perché era sbagliato, quale impatto ha avuto sulla vittima e sulla comunità. E la vittima deve essere supportata, ascoltata, protetta».
D. Quanto pesano oggi i contesti extrascolastici, come le gite, nell’emersione di dinamiche relazionali che in aula restano più contenute?
R. «In aula esistono regole esplicite, una presenza adulta strutturata che, anche quando non è sufficiente, esercita comunque una funzione regolatrice. Fuori dall’aula, in contesti informali come una gita, queste strutture si allentano. Il gruppo si riorganizza secondo gerarchie proprie, spesso più rigide e più crudeli di quelle che si manifestano in classe. È in questi spazi che emergono con chiarezza i ruoli: chi comanda, chi segue, chi viene escluso, chi viene preso di mira. Non è un caso che molti episodi gravi di bullismo avvengano proprio durante le gite, i campi scuola, i momenti extracurriculari. Questo non significa che bisogna rinunciare a queste esperienze: significa che bisogna prepararsi meglio. Docenti accompagnatori formati a riconoscere segnali di disagio, protocolli chiari su come intervenire, spazi di ascolto garantiti anche in contesti informali».
D. Quali strumenti concreti dovrebbero avere docenti e dirigenti per prevenire e intercettare precocemente situazioni di esclusione e aggressione tra studenti?
R. «Prima di tutto formazione: continua, seria, aggiornata. Un docente che non conosce le dinamiche del cyberbullismo, che non sa riconoscere i segnali di un ragazzo che sta soffrendo, che non ha strumenti per mediare un conflitto, non può fare prevenzione efficace per quanto sia animato da buona volontà. Poi protocolli chiari: ogni scuola dovrebbe avere un piano di prevenzione sempre operativo. Referenti formati, sportelli di ascolto accessibili, canali sicuri attraverso cui gli studenti possano segnalare situazioni difficili senza temere ritorsioni. E poi alleanza con le famiglie: i genitori devono essere coinvolti, non informati a posteriori. Una vera “Scuola per Genitori” che li aiuti a comprendere i linguaggi digitali dei figli, a riconoscere i segnali di disagio, a dialogare senza giudicare. Infine, e forse soprattutto, occorre lavorare sul clima di classe: un gruppo che si rispetta, che sa gestire i conflitti, che ha sviluppato empatia e senso critico è la risposta più efficace al bullismo. Non si costruisce in un giorno, ma si costruisce».
D. Alla luce della sua esperienza, quali interventi risultano davvero efficaci per interrompere la recidiva e ricostruire il tessuto relazionale tra pari?
R. «Gli interventi che funzionano sono quelli che agiscono sul gruppo, non solo sul singolo. Lavorare solo con il bullo o solo con la vittima è insufficiente: bisogna intervenire sul sistema di relazioni che ha reso possibile quella violenza. I programmi di mediazione tra pari, quando ben condotti, hanno risultati significativi: i ragazzi imparano a riconoscere e a nominare le emozioni, a gestire il conflitto e a costruire alleanze basate sul rispetto. Il teatro sociale, le attività creative condivise, i laboratori di educazione emotiva sono strumenti preziosi, spesso sottovalutati. Sul fronte della recidiva, è fondamentale il follow-up: non basta un intervento una tantum. Servono percorsi continuativi, con monitoraggio nel tempo, con la disponibilità a tornare sui temi quando emergono nuove situazioni. E serve coinvolgere tutta la comunità educante: insegnanti, genitori, operatori del territorio».
Il professor Pira parla con la precisione dello studioso e con la passione di chi crede che le cose possano cambiare, se si lavora con serietà e continuità. Casi come questo accadono quotidianamente, in molte scuole, spesso nel silenzio. Il silenzio è il complice più fedele del cyberbullismo e del bullismo. Rompere quel silenzio, dare voce alle vittime, formare gli adulti, costruire comunità educanti davvero consapevoli: questa è la strada. Mi torna in mente una frase di Nelson Mandela: “L’educazione è l’arma più potente che puoi usare per cambiare il mondo”. Ebbene, quella stessa arma deve essere rivolta anche contro la violenza che nasce tra i banchi e viaggia sui telefoni. Non è un compito della scuola soltanto: è una responsabilità di tutti noi. Di ogni genitore, di ogni insegnante, di ogni adulto che ha a cuore il futuro di questi ragazzi. Perché un ragazzo che fa del male a un altro ha bisogno di essere fermato, certo, ma soprattutto ha bisogno di capire. E un ragazzo che subisce ha bisogno di sapere che non è solo. Mai.
Mariella Musso©Tutti i diritti riservati
Vice direttrice di Mediterranea24, giornalista pubblicista. Docente di Musica e di Sostegno nella scuola pubblica e docente a contratto presso l’Università degli Studi di Palermo per la formazione degli insegnanti specializzandi sul sostegno. Laureata in Psicologia Comportamentale e Cognitiva Applicata, con una solida formazione accademica in ambito musicale e tecnologico. Coreografa e professionista della danza, ha maturato una lunga esperienza nella didattica artistica e coreutica. Ha lavorato come corrispondente e giornalista televisiva per la TV regionale, curando servizi e approfondimenti per Futura Production su Messina e la Costa Ionica. Scrittrice, è autrice del romanzo contemporaneo Ghost Love – Tra noi niente eppure tutto. Si occupa di cultura, educazione, inclusione e territorio.









