Intelligenza artificiale e produttività. Europa e Italia in ritardo strutturale: il divario con gli Stati Uniti si amplia

Uno studio internazionale certifica il ritardo nell’adozione dell’intelligenza artificiale e nella produttività. Il problema non è solo tecnologico ma anche culturale e organizzativo, mentre cresce il rischio di dipendenza economica e perdita di competitività

Sintesi

L’Europa e l’Italia risultano in ritardo nell’adozione dell’intelligenza artificiale rispetto agli Stati Uniti con un divario significativo in termini di utilizzo e produttività. I dati mostrano una minore integrazione dell’IA nel lavoro e nei processi aziendali con l’Italia tra gli ultimi Paesi europei. Le cause sono legate a fattori culturali, organizzativi e manageriali più che tecnologici. Le politiche attuali risultano insufficienti senza una trasformazione strutturale del sistema produttivo. Gli esperti indicano la necessità di investire in competenze digitali e innovazione culturale e tecnologica per evitare una perdita definitiva di competitività.

Articolo

All’inizio del 2026 il divario nell’adozione dell’intelligenza artificiale generativa sul lavoro tra Stati Uniti ed Europa rimane marcato, con l’Italia fanalino di coda nel contesto europeo. Circa il 43% dei lavoratori americani utilizza regolarmente GenAI, contro il 32% della media europea e appena il 26% in Italia. Non solo l’accesso è inferiore, ma anche l’intensità d’uso: negli USA l’IA occupa il 5,2% delle ore lavorative, mentre in Italia, Germania e Francia si ferma a circa un terzo di quel valore. Questo significa che il sistema produttivo americano non solo adotta prima la tecnologia, ma la integra in modo più profondo nei processi quotidiani. Nonostante le aziende italiane abbiano triplicato l’adozione negli ultimi due anni, persistono forti ritardi tra le PMI (solo l’1,4% delle imprese sotto i 50 dipendenti la usa in modo strutturato), scarsa competenza percepita (solo il 33% degli italiani si sente preparato) e diffusa preoccupazione per la privacy (65% dei lavoratori).

Il quadro emerge con chiarezza dallo studio “Mind the Gap: AI Adoption in Europe and the U.S.” (Attenzione al divario: adozione dell’intelligenza artificiale in Europa e negli Stati Uniti), presentato nel marzo 2026 nell’ambito della conferenza Brookings Institution. La ricerca, firmata da Alexander Bick, Adam Blandin, David Deming, Nicola Fuchs-Schündeln e Jonas Jessen, documenta un divario rilevante nell’adozione dell’IA (intelligenza artificiale).

Il divario si riflette anche sulla produttività. Tra il 1995 e il 2025 la produttività oraria è cresciuta dell’85% negli Stati Uniti contro il 29% dell’Eurozona, configurando una frattura strutturale più che una semplice differenza congiunturale. Le cause non sono attribuibili a fattori casuali ma a una difficoltà persistente nell’interpretare e sfruttare la trasformazione digitale.

La questione cronologicamente è stata dibattuta: il 27 marzo 2026 alla conferenza della Brookings Institution (un evento organizzato da uno dei più prestigiosi e antichi think tank, centro di ricerca e analisi politica, senza scopo di lucro al mondo, fondato nel 1916 e con sede a Washington). Nei mesi precedenti il dibattito si era già intensificato in Italia anche grazie a iniziative come il manifesto “re-Made in Italy”, promosso da Marco Bentivogli (attivista e sindacalista italiano, è stato sindacalista leader dei metalmeccanici della CISL) che propone una revisione del modello produttivo nazionale integrando manifattura e digitale. Parallelamente, le politiche legate a Industria 5.0 (programma di incentivi alla trasformazione tecnologica e sostenibile delle imprese) hanno cercato di stimolare l’innovazione, ma con risultati nella Penisola ancora limitati sul piano strutturale.

Le analisi indicano che circa il 55% del divario può essere spiegato da fattori come istruzione, struttura industriale e dimensione delle imprese. Tuttavia, la restante parte dipende direttamente dalla qualità manageriale e dalla capacità delle organizzazioni di rinnovarsi. In molte realtà europee, e italiane in particolare, la tecnologia è disponibile ma non viene realmente integrata nei processi produttivi, perché ciò richiederebbe cambiamenti concettuali profondi nelle gerarchie, nelle responsabilità e nei modelli decisionali.

Il problema assume quindi una dimensione culturale. L’Europa appare ancorata a modelli produttivi tradizionali, mentre l’economia globale si muove verso sistemi basati su dati, algoritmi e capacità predittive. Pur mantenendo eccellenze nella manifattura tradizionale, l’Italia, rischia di diventare marginale in un contesto dominato dalla cosiddetta “algo-manifattura”, ovvero l’integrazione tra produzione fisica e sistemi digitali avanzati.

Secondo le più recenti analisi e commenti autorevoli, il ritardo non può essere colmato esclusivamente con incentivi economici. È necessario un intervento organico che comprenda formazione manageriale e digitale, rafforzamento delle competenze, maggiore integrazione tra giovani talenti e imprese e una riduzione della frammentazione del sistema produttivo. Serve inoltre una strategia industriale chiara, capace di orientare investimenti e specializzazioni, accompagnata da un sistema finanziario in grado di sostenere la trasformazione.

Il rischio, evidenziato da numerosi osservatori, è che senza un cambiamento profondo l’Europa e l’Italia restino ancorate a un modello produttivo superato, incapace di competere in un’economia sempre più guidata dall’intelligenza artificiale. In questo scenario, il ritardo non rappresenta soltanto un problema economico, ma una questione strategica destinata a incidere sul futuro della competitività e dell’autonomia industriale del continente.