Industria italiana ancora in flessione: energia e costi frenano la competitività

Produzione in calo per il 3° anno consecutivo, auto e tessile in forte difficoltà, Confindustria chiede la sospensione dell’Ets (Sistema di scambio delle emissioni)

Sintesi

La produzione industriale italiana chiude il 2025 in diminuzione dello 0,2% con un arretramento mensile dello 0,4% a dicembre e un rimbalzo annuo influenzato dal confronto con un dicembre 2024 particolarmente debole. Il comparto auto registra un recupero mensile ma su base annua segna un crollo del 20% con volumi ai minimi dal 1955. Tessile e mezzi di trasporto restano tra i settori più penalizzati mentre farmaceutica e alimentare tengono grazie all’export. Il fatturato manifatturiero cresce solo dello 0,2% attestandosi a 1122 miliardi senza compensare il calo dell’anno precedente. Anche le principali economie europee mostrano segnali negativi. Confindustria sollecita la sospensione dell’Ets ritenuto responsabile dell’aumento dei costi energetici e chiede una revisione della politica di decarbonizzazione. Il Governo lavora a un decreto energia per ridurre le bollette intervenendo su Ets, oneri e incentivi alle rinnovabili.

Articolo

L’industria italiana conclude il 2025 con il segno meno per il 3° anno consecutivo. Secondo l’ultima rilevazione Istat (Istituto nazionale di statistica), a dicembre si registra una flessione congiunturale dello 0,4%, mentre il confronto tendenziale mostra un incremento medio del 3,2% condizionato però dal paragone con dicembre 2024, mese caratterizzato da una contrazione prossima a 7 punti percentuali e da un tracollo della produzione automobilistica. Su base annua il bilancio resta negativo con una riduzione complessiva dello 0,2%, che diventa circa 0,5% considerando la sola manifattura al netto dell’attività estrattiva.

Il settore delle autovetture evidenzia a dicembre un rimbalzo del 35% con 22 mila unità prodotte, più del doppio rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, ma il recupero non modifica il quadro generale. Secondo Anfia (Associazione nazionale filiera industria automobilistica), nel 2025 l’output si attesta a 238 mila vetture, il 20% in meno rispetto al 2024 che aveva già segnato un crollo del 43%. Per ritrovare livelli inferiori occorre tornare al 1955 quando la produzione fu pari a 231 mila unità, in un contesto però di crescita espansiva. Nel 1989, anno record, l’Italia sfiorava 2 milioni di auto, mentre oggi i volumi rappresentano circa il 12% di quel picco.

Nel quadro settoriale, tessile-abbigliamento e mezzi di trasporto risultano tra i comparti più deboli con cali nell’ordine di 5 punti percentuali nel 2025. In controtendenza si collocano farmaceutica e alimentare, comparti anticiclici sostenuti dall’export lungo tutto l’anno. Le stime di Prometeia e Intesa Sanpaolo indicano per la manifattura ricavi complessivi pari a 1122 miliardi nel 2025 con una crescita dello 0,2%, valore che non consente di recuperare la perdita del 2024 ma mantiene il sistema vicino ai massimi del 2022 e oltre 200 miliardi sopra i livelli pre-Covid con un differenziale positivo superiore a 23 punti percentuali, che sale verso quota 40 per i settori più performanti.

Il contesto europeo non appare più solido. A dicembre Spagna registra -2,5%, Francia -0,7% e Germania -1,9%. Berlino chiude l’anno con un calo dello 0,6% pur mostrando una ripresa dell’auto con +17% a dicembre e 4,15 milioni di veicoli prodotti nel 2025, +2% sull’anno precedente ma lontani dai quasi 6 milioni dei periodi migliori. Il divario tedesco rispetto ai picchi storici resta inferiore al 30%, mentre quello italiano risulta molto più ampio.

Sul fronte energetico si intensifica la pressione di Confindustria che chiede la sospensione temporanea dell’Ets (Emission trading system, Sistema di scambio delle emissioni) per manifattura, produzione termoelettrica a gas, trasporto marittimo, edifici e mobilità, oltre allo stop dell’Ets2 prima della sua entrata in vigore e alla sospensione dell’Ets marittimo. Il presidente Emanuele Orsini sostiene che l’attuale configurazione del meccanismo abbia trasformato uno strumento di decarbonizzazione in un veicolo di speculazione finanziaria aggravando il costo dell’energia. Secondo l’associazione solo il 25% delle emissioni globali è coperto da sistemi Ets e quello europeo risulta il più oneroso. Dal 1990 le emissioni mondiali sono cresciute del 70% trainate dalla Cina le cui emissioni cumulative superano quelle dell’Unione europea (UE, Unione europea). Settori come acciaio, chimica e ceramica rischiano di perdere competitività senza un intervento rapido.

L’EU ETS (European Union Emissions Trading System) è il principale strumento dell’Unione Europea per combattere il cambiamento climatico, basato sul principio “chi inquina paga”. Funziona così: l’UE fissa un tetto massimo alle emissioni di gas serra di grandi industrie, centrali elettriche e compagnie aeree, assegnando o vendendo quote di emissione (1 quota = 1 tonnellata di CO₂). Le aziende che emettono meno del consentito possono vendere le quote in eccesso, mentre chi supera il limite deve acquistarne altre. Anno dopo anno il tetto si riduce, rendendo le quote più scarse e costose: questo spinge le imprese a investire in tecnologie pulite e rinnovabili per contenere i costi. Dal 2027, un nuovo sistema (ETS 2) estenderà il meccanismo anche a riscaldamento ed edilizia. In sintesi, è un mercato del carbonio per ridurre le emissioni.

In parallelo, il Governo lavora a un decreto energia in fase di definizione finale presso il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica guidato da Gilberto Pichetto Fratin. Il provvedimento dovrebbe valere tra 2 e 3 miliardi per attenuare le bollette intervenendo sull’impatto dell’Ets che incide per 25-30 euro per megawattora sul prezzo del gas e quindi sull’energia pagata da imprese e famiglie. Tra le ipotesi allo studio vi sono un contributo straordinario di 115 euro nel 2026 per le famiglie vulnerabili per un costo di circa 315 milioni, una riduzione degli oneri Asos (una componente della bolletta elettrica italiana) finanziata con 500 milioni annui, la vendita del gas acquistato da Gse (Gestore dei servizi energetici) e Snam (Società nazionale metanodotti) nel 2022 per oltre 2 miliardi di metri cubi destinata a ridurre le bollette dei gasivori, misure sui Ppa (Power purchase agreement, contratti di acquisto di energia a lungo termine) con priorità alle Pmi (Piccole e medie imprese) e interventi per superare la saturazione virtuale della rete Terna. Restano aperti i nodi sugli incentivi alle rinnovabili e sul Cbam (Carbon border adjustment mechanism, Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere).

Il quadro complessivo evidenzia una manifattura in affanno compressa tra domanda debole e costi energetici elevati, con la necessità di una strategia industriale ed energetica coordinata che coniughi riduzione delle emissioni di CO2 e competitività internazionale in un contesto geopolitico mutato e sempre più competitivo.