Inchiesta su appalti tra Messina e Calabria. Coinvolti 12 imprenditori: sei domiciliari e sei interdittive

Tra le commesse finite sotto esame figurano anche quelle del Cas. Secondo la Dda, una struttura imprenditoriale parallela avrebbe gestito di fatto numerosi appalti pubblici attraverso subappalti non autorizzati. L'opinione

Sintesi

L’indagine si è avviata nel novembre 2021, quando il rappresentante di un consorzio di imprese si è rivolto ai Carabinieri di Gioiosa Marea dopo avere rilevato la presenza ritenuta anomala di Francesco Scirocco (imprenditore di Gioiosa Marea, già condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa riferita alla famiglia dei “Barcellonesi”) nel cantiere pubblico per il risanamento costiero e la difesa dall’erosione tra Santa Margherita e Galati Marina, nella zona sud di Messina. Da quella segnalazione sono partite intercettazioni, verifiche patrimoniali, controlli fiscali e accertamenti protratti fino al 2024.

Secondo la ricostruzione investigativa, attorno a Scirocco si sarebbe sviluppata una sorta di impresa parallela, non formalmente aggiudicataria degli appalti ma capace di occuparsi concretamente di uomini, mezzi, forniture e organizzazione dei cantieri. Un appartamento nel centro storico di Messina sarebbe stato utilizzato come punto operativo, mentre tra i luoghi indicati nelle carte compare anche un capannone nell’area di Tremestieri. Gli inquirenti hanno attribuito un ruolo particolarmente vicino a Scirocco all’ingegnere Domenico Logozzo.
In parole povere, secondo l’accusa, le imprese che risultavano ufficialmente titolari dei lavori non sarebbero state sempre quelle che decidevano realmente come eseguirli.

Le verifiche hanno riguardato commesse in Sicilia e Calabria: gli impianti elettrici, l’illuminazione, le cabine e altre lavorazioni sull’A18 e sull’A20; interventi sui cavalcavia della Messina-Catania; il torrente Pozzo a Brolo; il fiume Belice in contrada Passo Impero a Partanna; il Centro direzionale di Reggio Calabria. Nel materiale di cronaca alla base dell’elaborazione è indicato anche il primo stralcio delle demolizioni degli ex Magazzini Generali e dell’ex Mercato Ittico per l’I-Hub di Messina, appalto la cui esistenza e aggiudicazione risultano dagli atti comunali.

Nei cantieri autostradali l’accusa ha inoltre contestato lavorazioni ritenute difformi: impianti di illuminazione nelle gallerie che non avrebbero rispettato le caratteristiche previste, impermeabilizzanti giudicati non idonei o non accettati dalla direzione lavori e impiego di personale irregolare. Un ulteriore filone riguarda fatture considerate false per circa 377.000 euro relative a forniture di carburante che, secondo gli investigatori, non sarebbero realmente avvenute.

Il 6 agosto 2026 sono state eseguite misure cautelari nei confronti di 12 imprenditori, nell’ambito di un procedimento con 20 indagati. Sono stati disposti 6 arresti domiciliari e 6 divieti temporanei di contrattare con la Pubblica amministrazione. La giudice Arianna Raffa non ha tuttavia condiviso la tesi più grave prospettata dalla Dda: ha escluso, allo stato degli atti, gli elementi necessari per configurare un’associazione di tipo mafioso e ha ritenuto invece sostenibile l’ipotesi di un’associazione per delinquere ordinaria.

Il procedimento resta nella fase cautelare e le accuse devono ancora essere vagliate nel contraddittorio processuale. La difesa di Scirocco ha già annunciato il ricorso al Tribunale del Riesame e ha sottolineato che la gip ha respinto alcune delle contestazioni più pesanti formulate nei suoi confronti.

Articolo

L’inchiesta che il 6 agosto 2026 ha portato all’applicazione di 12 misure cautelari tra Sicilia e Calabria ha avuto origine quasi 5 anni prima. Nel novembre 2021 il legale rappresentante di un consorzio edile si è presentato ai Carabinieri di Gioiosa Marea (comune tirrenico della Città metropolitana di Messina) per riferire quanto aveva osservato nel cantiere pubblico destinato al risanamento della costa e alla difesa dall’erosione tra Santa Margherita e Galati Marina (località costiere tirrenica del comune di Messin). A destare preoccupazione era stata soprattutto la presenza di Francesco Scirocco (imprenditore di Gioiosa Marea, già condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa riferita alla famiglia dei “Barcellonesi”), visto frequentemente nell’area dei lavori pur non risultando formalmente titolare dell’appalto. Secondo quanto emerge dall’ordinanza riportata dalla cronaca, quella denuncia non descriveva specifiche minacce o intimidazioni, ma una situazione ritenuta anomala che ha indotto gli investigatori ad approfondire i rapporti tra Scirocco, alcune imprese e Massimo Piscitello.

Da quel primo episodio si è sviluppata l’attività della Dda (Direzione distrettuale antimafia) di Messina, affidata sul piano operativo ai Carabinieri del Nucleo investigativo del Comando provinciale. Intercettazioni telefoniche e ambientali, verifiche bancarie, analisi dei rapporti societari, accertamenti fiscali e controlli economico-finanziari hanno progressivamente ampliato il perimetro dell’indagine fino al 2024. Gli investigatori hanno ipotizzato la presenza di una vera struttura imprenditoriale “ombra”: non una società aggiudicataria visibile nelle gare, ma un’organizzazione che avrebbe assunto materialmente la gestione di appalti formalmente vinti da altre imprese, decidendo personale, mezzi, forniture e modalità esecutive.

Secondo la ricostruzione accusatoria, uno dei punti operativi sarebbe stato un appartamento nel centro storico messinese, utilizzato da Scirocco e Domenico Logozzo (ingegnere originario di Reggio Calabria e destinatario degli arresti domiciliari nel procedimento), indicato nelle carte come uno dei collaboratori più vicini. Un altro riferimento logistico sarebbe stato un capannone nell’area di Tremestieri (zona meridionale del comune di Messina). La Giudice per le indagini preliminari, Arianna Raffa (magistrata del Tribunale di Messina che ha firmato l’ordinanza cautelare) ha ritenuto significativo che Scirocco, pur non potendo partecipare personalmente alle gare richiamate nell’inchiesta, avrebbe continuato, secondo gli elementi raccolti, a inserirsi nella fase di esecuzione servendosi di collaboratori collocati nelle compagini aziendali e di imprenditori disponibili a coinvolgerlo.

Il precedente giudiziario più rilevante risale all’inchiesta che ha portato alla sua condanna definitiva per concorso esterno nella realtà mafiosa dei “Barcellonesi”. Più recentemente, nel luglio 2024, Scirocco è stato arrestato a Milano insieme a Giovanni Bontempo (imprenditore messinese coinvolto in quel distinto procedimento) nell’ambito di un’altra indagine della Dda milanese su società edilizie e appalti, alcuni collegati anche a risorse del Pnrr. Il 6 agosto 2024 il Gip milanese ha poi accolto l’istanza della difesa e ne ha disposto la liberazione. Quella vicenda è autonoma rispetto all’attuale procedimento messinese e non può essere utilizzata per anticiparne l’esito.

Il presunto meccanismo individuato dalla nuova indagine sarebbe stato relativamente semplice: l’impresa risultata vincitrice della gara conservava formalmente il rapporto con l’amministrazione, mentre parti dell’esecuzione sarebbero state trasferite, attraverso subappalti o accordi mascherati, a soggetti collegati alla struttura parallela. Secondo l’accusa, l’obiettivo sarebbe stato aggirare le autorizzazioni della stazione appaltante e consentire alla medesima organizzazione di uomini e mezzi di operare in cantieri aggiudicati a imprese differenti. Le contestazioni formulate a vario titolo comprendono associazione per delinquere, intestazione fittizia di imprese, subappalto illecito, frode nelle pubbliche forniture, autoriciclaggio o riciclaggio in relazione alle singole posizioni.

Tra i lavori esaminati figurano quelli del Cas (Consorzio per le autostrade siciliane) relativi alla manutenzione degli impianti elettrici, dell’illuminazione, delle cabine e della ventilazione delle gallerie lungo l’A18 Siracusa-Gela, l’A18 Messina-Catania e l’A20 Messina-Palermo fino a Villafranca Tirrena (comune tirrenico della Città metropolitana di Messina). L’esistenza dell’accordo quadro risulta anche dalla documentazione amministrativa dell’Ente, che riporta il codice di gara 932450374B e, nel luglio 2024, un provvedimento di risoluzione del contratto e del primo applicativo. L’inchiesta ha inoltre interessato lavorazioni sui cavalcavia della Messina-Catania.

L’accusa non si è limitata a ricostruire chi avrebbe effettivamente controllato i cantieri. Nei lavori autostradali sono state contestate anche condotte ritenute potenzialmente pericolose per la sicurezza pubblica: alcuni impianti di illuminazione delle gallerie non avrebbero rispettato le caratteristiche indicate dal capitolato, mentre sui cavalcavia sarebbero stati utilizzati materiali impermeabilizzanti considerati qualitativamente inferiori o non accettati dalla direzione dei lavori. Gli investigatori hanno inoltre segnalato un ricorso sistematico a lavoratori che sarebbero stati impiegati irregolarmente. Si tratta, anche in questo caso, di contestazioni ancora da provare nel processo.

A Brolo (comune tirrenico della Città metropolitana di Messina) è finito sotto esame l’intervento sul canale di scolo delle acque meteoriche denominato torrente Pozzo. Dagli atti regionali: il Comune aveva presentato il progetto nel settembre 2022 e l’Autorità di bacino aveva esaminato opere destinate a ridurre il rischio di esondazione nella parte occidentale dell’abitato, comprendenti pulizia e riprofilatura, bonifiche, una vasca di laminazione e un percorso alternativo per il deflusso delle acque. Nel maggio 2024 è stata autorizzata anche una perizia di variante. Un nuovo finanziamento regionale annunciato nel 2026 per ulteriori opere sullo stesso torrente costituisce invece un intervento successivo e non va automaticamente identificato con la commessa oggetto dell’indagine.

Nel trapanese l’attenzione si è concentrata sulla pulitura e sul miglioramento idraulico di un tratto del fiume Belice in contrada Passo Impero, nel territorio di Partanna (comune del libero consorzio comunale di Trapani). Il Dipartimento regionale tecnico ha approvato il relativo contratto il 27 luglio 2023 con il decreto 1172. Dagli atti emerge un progetto complessivo da 150.000 euro. È importante non confonderlo con l’altro intervento sul medesimo corso d’acqua, in contrada Marchese, approvato nello stesso periodo con un diverso provvedimento.

In Calabria gli accertamenti hanno riguardato le opere di abbattimento dei consumi energetici del Centro direzionale di Reggio Calabria. La documentazione dell’Amministrazione comunale conferma che l’intervento, identificato nel programma metropolitano con il codice RC 6.1.3.A.2, era inserito tra le misure di efficientamento energetico del complesso direzionale. Gli atti di programmazione del PON Metro (Programma operativo nazionale Città metropolitane) indicavano risorse per 5,2 milioni di euro destinate al riefficientamento energetico del Cedir.

Un ulteriore capitolo del materiale giudiziario-giornalistico riguarda il primo stralcio del progetto I-Hub, cioè Innovation Hub (polo dell’innovazione), per la demolizione degli ex Magazzini Generali e dell’ex Mercato Ittico di Messina. Su questo punto gli atti amministrativi sono chiari almeno sull’esistenza della commessa: il Comune ha bandito una procedura con importo a base di gara di 1.184.244,72 euro e l’appalto è stato aggiudicato nel 2023 al Consorzio Stabile Real Italy Scarl per 812.492,16 euro oltre Iva. I lavori sono stati consegnati il 7 giugno e le demolizioni sono cominciate nel settembre successivo. Secondo il materiale di partenza, Scirocco e Logozzo avrebbero cercato di inserirsi nell’esecuzione nonostante la gara fosse già stata aggiudicata, riuscendovi successivamente in seguito a contrasti tra altri protagonisti dei lavori.

Il 17 luglio 2026 il Comune ha effettuato un sopralluogo nell’ex scalo ferroviario della “Piccola Velocità” di via Santa Cecilia, individuato come nuova area per il polo tecnologico. La scelta è stata motivata dall’Amministrazione con la volontà di salvaguardare il waterfront (fronte mare) e lasciare alla fruizione pubblica gli spazi costieri interessati dalla precedente impostazione. In sostanza, la decisione del Comune del 2026 di spostare l’I-Hub nella nuova area di via Santa Cecilia riguarda il futuro del progetto, ma non cambia ciò che era già accaduto con l’appalto di demolizione affidato nel 2023. Quindi, se gli investigatori stanno esaminando quel vecchio appalto per capire se vi siano state irregolarità, il successivo cambio di sede dell’I-Hub non cancella, modifica o rende diverso quel contratto già stipulato. Il vecchio appalto resta quello originario, con le sue procedure, i suoi affidamenti e gli eventuali fatti oggetto d’indagine.

Un altro segmento dell’indagine riguarda circa 377.000 euro di fatture per carburante che gli investigatori considerano relative a forniture inesistenti. Secondo la ricostruzione accusatoria, le somme sarebbero state bonificate al gestore di una stazione di servizio e successivamente restituite in contanti, trattenendo una percentuale. Parte del denaro sarebbe stata utilizzata anche per pagamenti non regolarizzati della manodopera. È su questo circuito finanziario che si innestano alcune delle contestazioni in materia di riciclaggio o autoriciclaggio.

Il 6 agosto 2026, dopo gli interrogatori preventivi effettuati per 16 dei 20 indagati, sono state eseguite le misure disposte dalla Gip. Ai domiciliari sono finiti Francesco Scirocco; Gaetano Busà (imprenditore messinese, 50 anni); Basile Calandra Sebastianella (imprenditrice messinese, 60 anni); Domenico Logozzo; Michele Caruso Scaffidi (imprenditore di Patti, comune tirrenico della Città metropolitana di Messina, 58 anni); Carmelo Munafò (imprenditore di Barcellona Pozzo di Gotto, comune tirrenico della Città metropolitana di Messina, 46 anni). Il divieto temporaneo di contrattare con la Pubblica amministrazione ha riguardato Angelo Barbetta (imprenditore di Cosenza, 44 anni); Emanuele Bonfiglio (imprenditore messinese, 50 anni); Giovanni Iacquinta, indicato in altre fonti anche come Iaquinta (imprenditore di San Giovanni in Fiore, comune della provincia di Cosenza, 34 anni); Saverio Iaquinta (imprenditore dello stesso centro calabrese, 62 anni); Massimo Piscitello (imprenditore di Sant’Agata di Militello, comune tirrenico della Città metropolitana di Messina, 50 anni); Carmine Sepe (imprenditore di Napoli, 46 anni). Secondo gli inquirenti, i primi 6 avrebbero ricoperto funzioni di promozione o gestione di fatto del presunto sodalizio, mentre agli altri 6 è attribuito un contributo esterno al sistema ipotizzato. Gli indagati complessivi indicati sarebbero 20.

Uno dei nodi più rilevanti dell’ordinanza riguarda la natura stessa del gruppo. La Dda aveva prospettato un’associazione riconducibile all’articolo 416-bis del Codice penale, cioè un’organizzazione di tipo mafioso che, nell’impostazione accusatoria, sarebbe stata collegata alla famiglia dei “Barcellonesi” e avrebbe mirato anche al controllo diretto o indiretto delle attività economiche e degli appalti pubblici. La Gip non ha condiviso questa ricostruzione. Pur considerando consistenti gli elementi relativi alla presunta organizzazione per la gestione illecita delle commesse, ha ritenuto mancanti, allo stato degli atti, quelle caratteristiche ulteriori necessarie a trasformare l’associazione ordinaria prevista dall’articolo 416 in un sodalizio mafioso.

La distinzione è sostanziale. La Giudice non ha affermato che il sistema descritto dagli investigatori non esistesse, ma che non risultasse provato, con la gravità indiziaria richiesta in questa fase, un collegamento diretto dell’attuale organizzazione con il clan barcellonese e l’impiego del metodo mafioso richiesto dalla norma. Nella stessa ordinanza, secondo quanto riportato dalla stampa, viene tuttavia evidenziato come la precedente storia giudiziaria di Scirocco e la notorietà del suo peso criminale fossero conosciute da diversi interlocutori e come ciò non gli avrebbe impedito, secondo l’ipotesi cautelare, di continuare a muoversi nel settore degli appalti pubblici.

Sul versante difensivo Nino Favazzo (avvocato di Scirocco) ha sottolineato che la Gip non ha riconosciuto la matrice mafiosa prospettata dall’accusa e, per alcune contestazioni riferite al suo assistito, non ha accolto le richieste cautelari formulate dalla Procura. La difesa ha annunciato l’impugnazione davanti al Tribunale del Riesame, che sarà quindi chiamato a riesaminare il quadro indiziario e le esigenze cautelari.

Sul piano normativo è necessario distinguere il subappalto regolare da quello illecito. Il decreto legislativo 36 del 2023, cioè l’attuale Codice dei contratti pubblici, ammette il subappalto ma l’articolo 119 continua a richiedere l’autorizzazione della stazione appaltante, la qualificazione del subappaltatore e l’indicazione delle prestazioni da affidare a terzi. La stessa norma consente alle Amministrazioni di limitare ulteriori subappalti quando siano necessarie maggiori garanzie sul controllo dei cantieri, sulla sicurezza dei lavoratori o sulla prevenzione delle infiltrazioni criminali. Di conseguenza, ciò che viene contestato nell’inchiesta messinese non è l’esistenza del subappalto in quanto tale, ma l’eventuale aggiramento delle regole e delle autorizzazioni previste.

Anche la giurisprudenza recente ha continuato a richiamare la necessità di trasparenza. Il Consiglio di Stato, con la sentenza 9770 dell’11 dicembre 2025, ha chiarito, in una diversa vicenda amministrativa, che quando un concorrente deve utilizzare il cosiddetto subappalto necessario per supplire alla mancanza di specifiche qualificazioni, l’intenzione deve essere manifestata già nella gara. La Corte di Cassazione civile, con l’ordinanza 14471 del 15 maggio 2026, occupandosi di un caso differente e risalente nella disciplina applicabile, ha sottolineato che la funzione delle regole autorizzative non è meramente burocratica, ma serve anche a impedire che l’esecuzione delle opere venga trasferita a imprese collegate alla criminalità. Nessuna delle 2 decisioni riguarda direttamente l’inchiesta di Messina, ma entrambe aiutano a comprendere la funzione dei controlli sui soggetti che entrano effettivamente nei cantieri pubblici.

Il tema si inserisce inoltre nel Piano nazionale anticorruzione 2026-2028, approvato il 28 gennaio 2026 dall’Anac (Autorità nazionale anticorruzione). Giuseppe Busìa (presidente dell’Anac) ha indicato nella prevenzione, nella trasparenza e nel corretto impiego delle risorse pubbliche strumenti necessari non soltanto per rispettare la legalità, ma per migliorare concretamente l’efficienza delle Amministrazioni. Il Piano ha introdotto una strategia triennale destinata agli enti pubblici proprio per rafforzare programmazione, controlli e integrità amministrativa.

Sul caso è intervenuto anche Anthony Barbagallo (segretario regionale del Partito democratico in Sicilia), secondo il quale l’inchiesta rappresenterebbe un ulteriore segnale dell’interesse della criminalità per le risorse pubbliche e, in particolare, per i subappalti. Barbagallo ha attribuito una maggiore vulnerabilità del sistema alla riforma del Codice dei contratti promossa dal ministro Matteo Salvini (ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti e leader della Lega). Si tratta però di una valutazione politica, che va distinta dagli accertamenti giudiziari: l’ordinanza messinese non ha stabilito alcun rapporto causale tra la riforma del 2023 e i reati contestati, mentre la normativa vigente continua espressamente a subordinare il subappalto all’autorizzazione e mantiene strumenti rivolti alla prevenzione delle infiltrazioni criminali.

Nota

L’inchiesta si trova dunque in una fase ancora iniziale sul piano processuale. L’ordinanza cautelare fotografa un quadro indiziario, non una sentenza: le responsabilità individuali, la reale esistenza del sistema contestato, la partecipazione dei singoli, la natura dei subappalti, le presunte frodi e i movimenti finanziari dovranno essere verificati nelle successive fasi del procedimento. La stessa decisione della Gip, che ha ridimensionato la qualificazione mafiosa proposta dalla Dda, dimostra quanto sia necessario distinguere tra ipotesi accusatorie, elementi cautelari e fatti definitivamente accertati.

L’opinione

L’imprenditore in Italia e specialmente in Sicilia, si trova spesso davanti a un bivio perverso: se paga una mazzetta o entra a far parte di sodalizi, anche non mafiosi, finalizzati alla spartizione di affari e appalti, diventa parte di un sistema illecito e commette un reato; se invece rifiuta di adeguarsi a queste logiche, rischia di essere emarginato, di perdere opportunità di lavoro e, nei casi più gravi, persino di fallire. È il riflesso di una cultura che, dagli scranni più alti fino all’ultimo ufficio del più piccolo e periferico ente pubblico, passando anche per associazioni di categoria, ordini e realtà professionali e sindacali, conserva ancora comportamenti e meccanismi che richiamano logiche mafiose, estorsive e feudali.

Chi rifiuta di adeguarsi finisce per scontrarsi con un sistema sedimentato da decenni, difficile da scalfire e spesso capace di isolare chi non accetta determinate regole non scritte. E può anche accadere che il cittadino o l’imprenditore si ritrovi davanti a quella stessa Magistratura italiana, e in particolare siciliana, che una certa rappresentazione pubblica descrive come necessariamente al di sopra delle parti e rigidamente ancorata all’applicazione della legge, mentre il dibattito pubblico ha mostrato più volte quanto sia indispensabile mantenere alta l’attenzione anche sulle possibili relazioni, vicinanze o condizionamenti che possono svilupparsi nei sistemi di potere distrettuale, talvolta dietro realtà associative apparentemente benemerite o altri contesti sociali formalmente irreprensibili.

Il problema è che in Italia continuiamo troppo spesso a raccontarci favole nei convegni, passerelle istituzionali, celebrazioni e solenni discorsi di fine anno, mentre sotto questa rappresentazione ufficiale può sopravvivere una realtà molto più deteriorata: un intreccio di convenienze, omertà, dipendenze e rapporti di forza che rende estremamente difficile, per chi vuole restarne fuori, competere e lavorare davvero ad armi pari.