Il risultato del referendum non racconta soltanto la bocciatura di una riforma. Racconta, soprattutto, lo stato d’animo di un Paese che da tempo ha smesso di riporre fiducia nei propri rappresentanti. La vittoria del NO non è stata un voto tecnico, né ideologico: è stata una reazione. Una risposta misurata ma netta verso una classe politica percepita come distante e poco credibile.

Gli italiani non hanno ignorato il tema. Sanno bene che la magistratura necessita di una riforma seria e moderna. Ma non ritengono che l’attuale classe politica sia in grado di affrontarla con trasparenza e competenza. La sfiducia non riguarda il contenuto, ma chi lo propone.

L’astensionismo degli ultimi anni è stato male interpretato, non è stato semplice disinteresse, ma una forma di protesta che la politica ha preferito non leggere. I proponitori della riforma contavano proprio su un elettorato apatico e poco partecipativo.

È la seconda volta che una riforma sostanzialmente identica viene riproposta dopo essere già stata respinta in un precedente referendum, bocciato con un’affluenza alle urne molto bassa.
Nonostante i costi significativi che ogni consultazione comporta — un impegno economico rilevante in un periodo di difficoltà per molte famiglie — si è scelto di ripresentare lo stesso impianto, come se il giudizio espresso in passato non avesse peso. Questo atteggiamento è stato percepito da molti cittadini come una mancanza di considerazione verso la loro sovrana opinione, un gesto di scarso rispetto, una sorta di offesa all’intelligenza degli elettori, trattati come se non ricordassero o non comprendessero.
Gli italiani, invece, hanno partecipato. Non per sostenere un progetto alternativo, ma per esprimere un rifiuto chiaro. Non per cambiare, ma per ribadire che la fiducia nelle istituzioni politiche è insufficiente per affidare loro una riforma così delicata.
Negli ultimi anni il Paese ha dimostrato più volte di desiderare cambiamenti profondi. Ma oggi prevale una sensazione diversa: che l’impegno sia inutile, perché “questo o quello è identico” e nulla cambia davvero. La disillusione è diventata struttura. E quando la fiducia crolla, ogni proposta — anche quelle necessarie — viene percepita come sospetta.
Il referendum non ha bocciato l’idea di riformare la giustizia. Ha bocciato chi voleva farlo.
E’ un No ai politici.
E questo è il vero messaggio : finché non si ricostruirà un rapporto di credibilità tra istituzioni e cittadini, nessuna riforma potrà passare. Non perché gli italiani non vogliano cambiare, ma perché non credono a chi promette il cambiamento.
Santina Calabrò




