Sintesi
Il 1 giugno 2026, ad Amendolara, in provincia di Cosenza, 4 braccianti migranti sono stati trovati carbonizzati in un minivan in fiamme vicino a un distributore lungo la SS106 (Strada statale 106). Le prime verifiche hanno superato l’ipotesi dell’incendio accidentale e le immagini di videosorveglianza, hanno orientato le indagini verso l’omicidio plurimo, con il fermo di 2 cittadini pachistani accusati dalla Procura di Castrovillari. Gli aggiornamenti successivi hanno corretto le prime informazioni sulle vittime, poi indicate come 3 afghani e 1 pachistano, mentre il sopravvissuto afghano ha riferito di salari trattenuti, richieste di contratto, condizioni abitative degradanti e possibili dinamiche di sfruttamento. Sullo sfondo, lo studio CGIA (Associazione artigiani e piccole imprese Mestre) del 6 giugno 2026, basato su dati ISTAT (Istituto nazionale di statistica) 2023, quantifica il lavoro irregolare in Italia in 77,1 miliardi di euro di valore aggiunto e 2.608.600 occupati non regolari, con Calabria, Campania e Sicilia ai primi posti per incidenza del fenomeno. In agricoltura, silvicoltura e pesca gli irregolari stimati sono 196.100, con un tasso del 20,8 per cento, mentre Enzo Savarino, segretario generale UILA (Unione italiana lavori agroalimentari) Sicilia, ha chiesto più controlli, prevenzione, formazione e una filiera agricola fondata sulla legalità. Il quadro normativo resta centrato sulla legge n. 199 del 2016 e sull’articolo 603-bis del codice penale contro intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, integrato dal Piano nazionale per la lotta al lavoro sommerso 2023-2025, dal decreto legislativo n. 198 del 2021 sulle pratiche commerciali sleali nella filiera agroalimentare, dalla stabilizzazione del Tavolo caporalato nel 2025 e dagli indirizzi del 2026 per una nuova strategia nazionale.

Articolo
La tragedia è emersa il 1 giugno 2026, quando i Vigili del fuoco sono intervenuti intorno alle 13 per spegnere l’incendio di un minivan fermo presso un distributore di carburante lungo il vecchio tracciato della SS106, tra Amendolara e Roseto Capo Spulico. Dentro il mezzo sono stati scoperti 4 corpi carbonizzati. All’inizio gli investigatori hanno valutato anche l’ipotesi di un rogo accidentale, ma lo stato dei luoghi e soprattutto le immagini delle telecamere dell’area di servizio hanno rapidamente spostato l’attenzione verso un delitto volontario. Le indagini sono state affidate alla Squadra mobile di Cosenza, sotto il coordinamento della Procura della Repubblica di Castrovillari. Nelle ore successive, le registrazioni di videosorveglianza hanno consentito agli inquirenti di individuare 2 cittadini pachistani, poi fermati con l’accusa di omicidio plurimo aggravato. Secondo la ricostruzione delle immagini si vedeva persone scendere dal van, versare liquido infiammabile dal portellone posteriore, serrare le uscite e poi allontanarsi dopo la fiammata. Uno dei braccianti è riuscito a salvarsi, pur ferito, fornendo agli investigatori un racconto decisivo sul contesto di lavoro e sulle condizioni in cui vivevano le vittime.

Le prime notizie parlavano genericamente di braccianti di origine pachistana, ma gli aggiornamenti successivi hanno indicato che le vittime erano 3 afghani e 1 pachistano, di età compresa tra 19 e 29 anni. Sono stati identificati come Waseem Khan, Amin Fazal Khogjani, Ullah Ismat Qiemi e Safi Iayjad, mentre il superstite è Mohammad Taj Alamyar, afghano di 35 anni. Il Procuratore Alessandro D’Alessio ha definito l’episodio di “gravità inaudita”, precisando però che movente e contesto erano ancora oggetto di approfondimento nelle prime 48 ore dall’eccidio.

Il 4 giugno, un nuovo elemento è arrivato dal decreto del GIP che ha disposto il carcere per i 2 indagati. Secondo quanto appreso, la lite sarebbe nata perché le vittime si erano lamentate di dover vivere in 10 in una stanzae secondo quanto riferito dal soparavvissuto, si erano ribellati e volevano un contratto. Sempre secondo questa ricostruzione, non sarebbero stati pagati da aprile. Gli indagati, comparsi davanti al Giudice, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.
La vicenda ha riacceso l’attenzione sul caporalato, cioè il sistema illecito di reclutamento, controllo e sfruttamento della manodopera, spesso fondato su salari bassissimi, trasporti imposti, alloggi degradanti, ricatti e assenza di tutele. Gli investigatori non hanno chiuso le verifiche a una sola pista, ma il racconto del superstite e il contesto agricolo della Sibaritide hanno riportato al centro il tema della vulnerabilità dei braccianti stranieri, impiegati in campagne dove il bisogno di lavoro, la precarietà dei documenti e la dipendenza da intermediari possono trasformarsi in strumenti di pressione.
Il quadro economico conferma che il problema non è episodico. Nello studio diffuso il 6 giugno 2026, la CGIA di Mestre ha stimato che nel 2023 il valore aggiunto prodotto dal lavoro irregolare in Italia sia stato pari a 77,1 miliardi di euro, con 27,5 miliardi concentrati nel Mezzogiorno, 19,4 nel Nordovest, 16,5 nel Centro e 13,7 nel Nordest. Su 2.608.600 occupati non regolari, 979.500 risultano nel Sud, 634.000 nel Nordovest, 572.300 nel Centro e 422.800 nel Nordest.
La propensione al lavoro nero, vede in testa la Calabria con l’8,3 per cento, seguita dalla Campania con il 7 per cento, dalla Sicilia con il 6,4 per cento e dalla Puglia con il 6,3 per cento, contro una media italiana del 4 per cento. Anche il tasso di irregolarità, cioè il rapporto tra occupati non regolari e totale degli occupati, colloca il Sud ai livelli più alti: Calabria al 17,9 per cento, Campania al 14,4 per cento e Sicilia al 14 per cento, rispetto a una media nazionale del 10 per cento.
Per settori, la quota più grave resta quella dei servizi domestici e familiari, con 615.200 lavoratori irregolari e un tasso del 48,8 per cento. Seguono agricoltura, silvicoltura e pesca con 196.100 persone e il 20,8 per cento, attività artistiche e di intrattenimento con 225.300 irregolari e il 20,3 per cento, alloggio e ristorazione con 261.200 lavoratori fuori regola e il 14,4 per cento, costruzioni con 210.000 e l’11,8 per cento. Nel rapporto, la CGIA sottolinea anche l’evoluzione del fenomeno verso logistica, assistenza domiciliare e forme di “caporalato digitale”, nelle quali piattaforme, software e algoritmi possono organizzare e condizionare l’accesso al lavoro.
Sul caso di Amendolara, la stessa analisi inserisce l’eccidio nel più ampio scenario dello sfruttamento agricolo e richiama 3 fattori ricorrenti: impiego intensivo di manodopera per brevi periodi e in aree isolate; trasporti e alloggi inadeguati; posizione giuridica precaria o irregolare di diversi lavoratori migranti. Il documento collega inoltre la pressione sui piccoli produttori al potere contrattuale di pochi grandi committenti della filiera agroalimentare, che può comprimere i margini e favorire scorciatoie illegali sui salari.
In Sicilia, Enzo Savarino segretario generale UILA, ha letto quei numeri come conferma di denunce già avanzate dal sindacato. Ha parlato di migliaia di lavoratrici e lavoratori agricoli senza contratto e senza tutele, sostenendo che non bastano repressione, magistratura e forze dell’ordine quando i territori sono attraversati da paura e omertà. La richiesta rivolta a politica, imprese e parti sociali è quella di rafforzare controlli, formazione, prevenzione, enti bilaterali e agricoltura di qualità, così da rendere meno conveniente lo sfruttamento e più stabile il lavoro regolare.
Le reazioni istituzionali hanno avuto toni duri. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato di barbarie e ha chiesto piena luce sulle responsabilità, mentre in Senato è stato osservato un minuto di silenzio. Il questore di Cosenza Antonio Borelli ha definito il fatto di “crudeltà inenarrabile” e ha rivendicato la rapidità dell’intervento investigativo, con l’identificazione e il rintraccio degli indagati in poche ore.
Sul piano normativo, il punto di svolta resta la legge n. 199 del 2016, che ha rafforzato l’articolo 603-bis del codice penale sull’intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro. La Cassazione, con la sentenza n. 28199 del 2025, ha ribadito che dopo la riforma non risponde solo il caporale, ma anche chi utilizza, assume o impiega manodopera in condizioni di sfruttamento approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori. In sostanza, il datore di lavoro può essere chiamato a rispondere autonomamente quando trae vantaggio da quel sistema, anche senza la mediazione diretta di un reclutatore esterno. La sequenza degli atti pubblici mostra un percorso ancora aperto. Nel 2020 è stato approvato il Piano triennale di contrasto allo sfruttamento lavorativo in agricoltura e al caporalato. Nel 2021 è entrato in vigore il decreto legislativo n. 198, che ha recepito la direttiva UE (Unione europea) 2019/633 contro le pratiche commerciali sleali nella filiera agricola e alimentare. Nel 2022 è stato adottato il Piano nazionale per la lotta al lavoro sommerso 2023-2025, poi aggiornato nel 2023 con misure per favorire l’impiego regolare di lavoratori stranieri in agricoltura, contrastare gli insediamenti abusivi e promuovere politiche attive del lavoro. Nel 2025 il Tavolo caporalato (l’organismo nazionale istituito presso il Ministero del Lavoro che riunisce istituzioni, sindacati, associazioni datoriali e terzo settore per definire le strategie di contrasto allo sfruttamento lavorativo e all’intermediazione illecita di manodopera, tutelando i lavoratori e promuovendo l’inclusione sociale) è stato reso permanente e nel febbraio 2026 il Ministero del Lavoro ha avviato i lavori per una nuova strategia nazionale contro lo sfruttamento agricolo.
Il nodo, dunque, non è soltanto repressivo. Amendolara consegna alla cronaca 4 morti, 1 superstite e 2 indagati che dovranno essere giudicati nel rispetto della presunzione di innocenza, ma consegna anche un tema politico, economico e sociale: finché lavoro nero, ricatti abitativi, trasporti informali, salari trattenuti e filiere al massimo ribasso resteranno parte del sistema produttivo, la legge continuerà a intervenire dopo la violenza, quando invece la sfida più difficile è impedirle di maturare nei campi.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.







