Il debito di sopravvivenza può incrinare l’America ? Si spera non avanzi l’idea che la guerra curi le crisi

Debito federale oltre $39.200 miliardi, famiglie sovraindebitate da carte e mutui: tutti nuovi rischi finanziari

Sintesi

Gli Stati Uniti restano la maggiore potenza economica e militare mondiale, ma dietro crescita, occupazione ancora solida e Borsa spinta dall’IA (Intelligenza artificiale) si è consolidata una fragilità fatta di debito pubblico, credito al consumo e tassi elevati. Al 2 giugno 2026 il Treasury (Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti) indica un debito federale totale di $39.222 miliardi, con una ripartizione puramente aritmetica vicina a $291.000 per household (nucleo domestico), mentre il CBO (Congressional Budget Office, ufficio indipendente del Congresso per l’analisi del bilancio) stima per il 2026 un deficit di $1.900 miliardi e interessi netti superiori a $1.000 miliardi. Nel primo trimestre 2026 il debito delle famiglie americane ha raggiunto $18.780 miliardi, con carte di credito a $1.250 miliardi, prestiti auto a $1.690 miliardi e debito studentesco a $1.660 miliardi, mentre le insolvenze sulle carte restano tra i segnali più allarmanti. Il cosiddetto survival debt (debito di sopravvivenza) descrive una fascia crescente di cittadini e piccoli imprenditori costretti a usare credito costoso per spese essenziali, in un contesto aggravato da inflazione, dazi, tensioni energetiche e risparmio personale sceso al 2,6%. Il rischio non è solo un improvviso “lunedì nero”, perché il dollaro resta valuta di riserva mondiale, ma una combinazione più lenta e corrosiva di interessi alti, consumi indeboliti, concentrazione tecnologica, credito privato opaco e mercati meno liquidi. Sul piano normativo e politico, la legge federale Public Law 119-21 del 2025 ha innalzato il tetto del debito a $41.100 miliardi ma ha anche aumentato il disavanzo atteso, mentre una decisione giudiziaria del 2025 ha annullato la regola del CFPB (Consumer Financial Protection Bureau, autorità statunitense di tutela finanziaria dei consumatori) che avrebbe limitato alcune commissioni di ritardo sulle carte di credito. Nel giudizio di economisti italiani come Fabio Panetta e Ignazio Visco, il nodo americano si lega anche agli squilibri globali, al deficit pubblico, al basso risparmio e alla posizione debitoria netta degli Stati Uniti verso il resto del mondo. Si spera non si faccia strada l’equivoco antico che considera la guerra una risposta alle crisi economiche: la spesa bellica può gonfiare il PIL (Prodotto interno lordo), ma distrugge ricchezza reale, sottrae risorse al benessere collettivo e lascia in eredità debito, inflazione e impoverimento.

Articolo

L’idea che una guerra possa risolvere le crisi economiche nasce da un equivoco antico. Durante le grandi mobilitazioni militari lo Stato ordina armi, mezzi, infrastrutture e servizi, la produzione sale, la disoccupazione scende e il PIL (Prodotto interno lordo) può crescere rapidamente. Ma questa crescita è in larga parte contabile e distruttiva, perché assorbe risorse che avrebbero potuto finanziare istruzione, sanità, innovazione civile, manutenzione del territorio e benessere collettivo. La lezione della Grande Depressione del 1929 e della Seconda guerra mondiale viene spesso riassunta in modo sbrigativo come prova dell’efficacia della spesa bellica, mentre il punto reale è diverso: la domanda pubblica può sostenere l’economia, ma quando passa dalla produzione sociale alla distruzione di capitale, città e vite umane lascia debito, inflazione e impoverimento materiale.

È dentro questa cornice che va letto il caso americano ? Gli Stati Uniti sono ancora il centro del sistema finanziario mondiale, emettono la principale valuta di riserva, controllano mercati profondi e mantengono una potenza militare senza pari. Tuttavia, la loro forza convive con un accumulo di passività che non può essere liquidato come semplice statistica. Il dato ufficiale più aggiornato del Treasury (Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti) segnala, al 2 giugno 2026, un debito federale complessivo di $39.222 miliardi, composto da $31.598 miliardi di debito detenuto dal pubblico e $7.624 miliardi di debito intragovernativo. Se questa cifra viene divisa per i 134,79 milioni di household (nuclei domestici) indicati per il 2025 dalla serie Census-FRED (Federal Reserve Economic Data, banca dati economica della Federal Reserve di Saint Louis), la quota teorica arriva a circa $291.000 per nucleo, ma si tratta di una ripartizione aritmetica e non di una passività individuale esigibile.

Il problema non è soltanto la dimensione assoluta del debito, ma il suo costo. Il CBO (Congressional Budget Office, ufficio indipendente del Congresso per l’analisi del bilancio) prevede per l’anno fiscale 2026 un deficit di $1.900 miliardi, destinato a salire a $3.100 miliardi nel 2036, mentre il debito detenuto dal pubblico dovrebbe passare dal 101% del PIL (Prodotto interno lordo) nel 2026 al 120% nel 2036. La voce più insidiosa è quella degli interessi netti, stimati oltre $1.000 miliardi nel 2026 e destinati, secondo le proiezioni, a superare $2.100 miliardi nel 2036. In pratica, una parte crescente del bilancio federale serve non a finanziare nuovi servizi, ma a pagare il prezzo del debito già contratto.

A rendere più pesante il quadro è la politica monetaria. La Fed (Federal Reserve, banca centrale degli Stati Uniti) ha mantenuto nel 2026 il tasso sui federal funds (fondi federali, tasso di riferimento del mercato monetario statunitense) nell’intervallo 3,50%-3,75%, spiegando che l’inflazione resta sopra l’obiettivo e che i rischi legati a energia, tensioni in Medio Oriente e dazi continuano a pesare sui prezzi. Il PCE (Personal Consumption Expenditures, indice dei prezzi dei consumi personali) e il PCE core (indice dei consumi personali al netto di alimentari ed energia) restano osservati speciali, perché un’inflazione persistente impedisce tagli rapidi dei tassi e rende più cari mutui, prestiti, carte di credito e rifinanziamenti pubblici.

La stessa pressione si scarica sulle famiglie. Nel primo trimestre 2026 il debito complessivo dei nuclei americani ha raggiunto $18.780 miliardi. I saldi delle carte di credito sono scesi nel trimestre ma restano a $1.250 miliardi, i prestiti auto sono arrivati a $1.690 miliardi, il debito studentesco a $1.660 miliardi e le altre forme di credito non immobiliare a $562 miliardi. La definizione giornalistica di survival debt (debito di sopravvivenza) fotografa proprio questa condizione: milioni di persone usano strumenti di credito ad alto costo non per investire, ma per affrontare affitti, alimentari, cure mediche, carburante, bollette e spese quotidiane.

Il punto più fragile resta la carta di credito. La Fed (Federal Reserve, banca centrale degli Stati Uniti) indica per il primo trimestre 2026 un tasso medio del 21,00% sulle carte, con il 21,52% per i conti su cui vengono effettivamente applicati interessi. mentre era il 14,60% il dato medio del 2021 ma nel 2022 la media annua indicata dalla banca centrale era già salita al 16,26%. Questo significa che chi entra in ritardo, o paga solo il minimo mensile, può restare intrappolato in una spirale in cui le rate coprono soprattutto interessi e commissioni, lasciando quasi intatto il capitale dovuto.

Anche il mercato immobiliare conferma la stretta. Freddie Mac segnala, al 28 maggio 2026, un tasso medio del 6,53% sui mutui trentennali a tasso fisso, un livello molto più alto rispetto ai minimi del 2021 e sufficiente a ridurre l’accessibilità economica della casa. Nello stesso tempo il tasso di risparmio personale è sceso al 2,6% nell’aprile 2026, dopo il 3,2% di marzo e il 4,3% di gennaio. Questo incrocio tra credito caro, risparmio basso e prezzi ancora elevati spiega perché il disagio non riguardi più soltanto le fasce povere, ma tocchi anche famiglie a reddito medio e professionisti con stipendi formalmente solidi.

I campanelli d’allarme si vedono nelle insolvenze. La Federal Reserve Bank of New York (banca della Federal Reserve di New York) indica che nel primo trimestre 2026 il 4,8% del debito complessivo delle famiglie si trovava in qualche fase di ritardo, mentre le procedure di bancarotta sono state 124.000. Le ricostruzioni di addetti del settore sui dati della stessa banca centrale hanno evidenziato per le carte di credito un passaggio verso arretrati gravi, oltre 90 giorni, al 13,12%, il livello più alto in circa 15 anni. È qui che il survival debt (debito di sopravvivenza) diventa una questione macroeconomica: una carta usata per comprare beni essenziali può trasformarsi in anticamera di default (insolvenza) quando il reddito non cresce alla stessa velocità degli interessi.

La crisi è anche politica. La parola affordability (accessibilità economica) è diventata una formula centrale nella campagna democratica contro Donald Trump in vista delle elezioni di midterm (elezioni di metà mandato) del 2026, poiché il malessere sui prezzi non si esaurisce nei grandi centri urbani e attraversa aree suburbane, città industriali, Stati contesi e zone rurali. Il problema per la Casa Bianca non è soltanto il livello del PIL (Prodotto interno lordo), ma la percezione quotidiana di un’economia nella quale lavoro e crescita non bastano più a garantire sicurezza finanziaria. In questo senso il debito delle famiglie diventa terreno elettorale, perché misura quanto costa vivere prima ancora di quanto cresce l’economia.

Sui mercati finanziari il rischio corre lungo 2 binari. Il primo riguarda la concentrazione tecnologica e l’IA (Intelligenza artificiale). Investitori critici come Michael Burry hanno paragonato l’entusiasmo per l’IA alla bolla dot-com (bolla delle società internet dei primi anni 2000), mentre altri operatori, come Dan Loeb, sostengono che le grandi piattaforme tecnologiche abbiano utili e cassa sufficienti per finanziare gli investimenti senza ripetere lo stesso schema speculativo. La lettura più prudente è che l’IA (Intelligenza artificiale) non è necessariamente una moda destinata a crollare, poiché ha basi reali e utilità concreta. Il rischio, però, è che molti investitori la stiano pagando troppo cara, immaginando guadagni enormi e immediati. In parole semplici: se le aspettative sull’IA risultassero esagerate, le azioni delle grandi aziende tecnologiche potrebbero scendere molto. E siccome molti fondi investono tutti sugli stessi pochi colossi, una loro caduta potrebbe trascinare giù una parte importante dei mercati.

Il secondo binario è il credito privato. Qui si inserisce l’analisi attribuita ad Andy Sowerby, responsabile dell’International Client Group (gruppo clienti internazionali) di Allspring Global Investments, società nata dallo scorporo di Wells Fargo Asset Management e orientata alla gestione attiva su mercati quotati. Secondo questa impostazione, il pendolo si sta spostando dai mercati privati a quelli pubblici, in quanto la liquidità torna ad avere valore e perché il private debt (debito privato, finanziamenti non quotati) ha prosperato soprattutto nell’epoca dei tassi a zero. In sostanza significa che gli investitori stanno tornando a preferire mercati più trasparenti e facili da vendere, come Borsa e obbligazioni quotate, invece di investimenti privati più opachi e difficili da liquidare. In parole semplici: quando i tassi erano bassissimi, il debito privato rendeva di più e sembrava conveniente. Ora che i tassi sono alti, non è più così speciale. I prodotti “semi-liquidi” sono comodi quando ci entri, ma quando vuoi uscire e riprendere i soldi possono diventare lenti, complicati o bloccati.

Questa critica non è isolata. Il FSB (Financial Stability Board, organismo internazionale per la stabilità finanziaria) stima che il mercato globale del private credit (credito privato) valesse tra $1.500 e $2.000 miliardi alla fine del 2024 e segnala vulnerabilità legate a qualità dei debitori, opacità delle valutazioni, leva finanziaria, legami con le banche e fondi con finestre di rimborso potenzialmente fragili. La Bank of England (banca centrale del Regno Unito) ha poi ricordato che gli asset (attività finanziarie) dei mercati privati sono cresciuti di circa 6 volte fino a circa $18.000 miliardi nel 2025, mentre il peggioramento di alcuni casi aziendali e le richieste di rimborso in fondi retail (al dettaglio) hanno riacceso il tema della liquidità. In parole semplici: molti soldi sono finiti in prestiti e fondi poco trasparenti. Se chi ha ricevuto i prestiti non riesce a pagare, o se tanti investitori chiedono indietro i soldi insieme, questi fondi potrebbero avere difficoltà a restituirli subito.

La posizione di Sowerby sulla gestione attiva si collega a questo scenario. Nel reddito fisso, cioè nel mercato obbligazionario, gli indici possono risultare “difettosi” perché danno maggiore peso proprio agli emittenti più indebitati, siano essi Stati o imprese. Nell’azionario, invece, molti ETF (Exchange Traded Fund, fondi negoziati in Borsa) e strumenti passivi assomigliano ormai a portafogli growth (crescita) a grande capitalizzazione, fortemente dipendenti dal settore tecnologico. Da qui la preferenza per strategie bottom-up (dal basso verso l’alto, fondate sulla selezione dei singoli titoli), mid-cap (società a media capitalizzazione), mercati emergenti, obbligazionario multisettoriale e scadenze brevi, con l’obiettivo di generare income (reddito periodico o flussi cedolari) e contenere la volatilità dei tassi. In parole semplici: nelle obbligazioni si finisce spesso per dare più peso a chi ha più debiti in quanto la percentuale della rendita è superiore poiché maggiore è il rischio; nelle azioni molti fondi puntano troppo sui grandi colossi tecnologici. Per questo alcuni preferiscono scegliere singoli titoli, società medie, mercati emergenti e obbligazioni a breve termine, così da cercare reddito e ridurre i rischi.

La parte più controversa riguarda il fattore umano nell’era dell’IA (Intelligenza artificiale). I modelli possono accelerare analisi, controlli e selezione dei titoli, ma non sembra ancora sostituiscano del tutto il giudizio su eventi improvvisi, governance (sistema di governo societario), dimissioni dei vertici, crisi operative, incendi, catastrofi naturali o rischi assicurativi localizzati. L’uomo al timone, in questa visione, non è un ritorno al passato, ma un correttivo alla convinzione che tutto possa essere ridotto a dati storici e correlazioni automatiche.

I commenti italiani più autorevoli rafforzano la lettura strutturale del problema. Nelle Considerazioni finali del 2026, Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, ha collegato gli squilibri globali anche al disavanzo pubblico americano e al basso risparmio delle famiglie statunitensi, ricordando che la posizione debitoria netta degli Stati Uniti verso l’estero è arrivata a circa il 90% del PIL (Prodotto interno lordo). Panetta ha anche osservato che il peso dei dazi ricade in larga parte su consumatori e imprese americane, quindi proprio sui soggetti già esposti a caro prezzi e credito costoso. Ignazio Visco, già governatore della Banca d’Italia, ha espresso una preoccupazione analoga parlando degli Stati Uniti come grande debitore dell’economia mondiale, con una posizione finanziaria netta negativa che rende il dollaro e i tassi americani un tema globale, non soltanto nazionale.

Sul piano normativo, il 2025 ha segnato 2 passaggi rilevanti. La Public Law 119-21, legge federale firmata il 4 luglio 2025, ha innalzato il debt ceiling (tetto del debito, limite legale all’indebitamento federale) di $5.000 miliardi, portandolo a $41.100 miliardi, ma il CBO (Congressional Budget Office, ufficio indipendente del Congresso per l’analisi del bilancio) ha stimato che la stessa legge aumenti il deficit federale di $3.400 miliardi nel periodo 2025-2034, per effetto di minori entrate superiori ai tagli di spesa. Sul credito al consumo, una decisione federale dell’aprile 2025 ha annullato la regola del CFPB (Consumer Financial Protection Bureau, autorità statunitense di tutela finanziaria dei consumatori) che riduceva a $8 alcune late fees (commissioni di ritardo) sulle carte di credito, ritenendo la norma incompatibile con il CARD Act (Credit Card Accountability Responsibility and Disclosure Act, legge statunitense del 2009 sulle carte di credito). Ciò significa che negli Stati Uniti è stata cancellata una regola che voleva limitare a $8 alcune multe per chi paga in ritardo la carta di credito. In parole semplici: le banche e le società delle carte possono continuare ad applicare commissioni di ritardo più alte, perché un tribunale ha stabilito che quel limite non era compatibile con la legge vigente. Il nodo resta politico, fiscale e finanziario, mentre famiglie, imprese e mercati continuano a misurare ogni mese il prezzo concreto del denaro caro.