Sintesi
Il conflitto nel Golfo è iniziato il 28 febbraio 2026 con gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e si è successivamente propagato alle basi militari, alle rotte energetiche e ai Paesi vicini.

Il 20 luglio gli Houthi hanno annunciato il blocco delle navi dirette verso i porti sauditi e pochi giorni dopo hanno colpito 2 petroliere nel Mar Rosso. Il 28 luglio le forze statunitensi e saudite hanno bombardato in Iraq installazioni attribuite a milizie sostenute da Teheran, provocando la protesta del governo di Baghdad per la violazione della sovranità nazionale.

Il giorno seguente Washington ha comunicato di avere deviato 20 mercantili nell’ambito del nuovo blocco contro l’Iran, mentre Riad ha avviato consultazioni per formare una coalizione internazionale a protezione delle rotte marittime. Un drone ha inoltre provocato un incendio su una nave per lo stoccaggio di gas nel porto egiziano di Damietta, ma l’origine dell’attacco non è stata accertata in modo indipendente.

Donald Trump ha minacciato una dura rappresaglia, pur sostenendo che gli autori delle azioni contro gli Stati Uniti apparterrebbero a una fazione diversa dagli interlocutori impegnati nei negoziati. Benjamin Netanyahu ha confermato la solidità del rapporto con la Casa Bianca e ha annunciato la partecipazione all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York.
La rinnovata tensione ha portato il Brent oltre 90 dollari al barile e ha determinato una pesante chiusura negativa a Wall Street, con il Dow Jones in calo del 2,19%, lo S&P 500 dell’1,52% e il Nasdaq dell’1,74%.
Articolo
La guerra nel Golfo ha avuto origine il 28 febbraio 2026, quando gli Stati Uniti d’America e Israele hanno avviato una campagna militare congiunta contro l’Iran, colpendo infrastrutture strategiche, apparati militari e siti collegati al programma nucleare. Il confronto, inizialmente concentrato sul territorio iraniano, si è progressivamente esteso alle basi occidentali nella regione, ai gruppi armati legati a Teheran e alle vie d’acqua attraverso le quali transita una parte rilevante dell’energia mondiale.
Uno dei passaggi più delicati si è registrato il 20 luglio, quando gli Houthi, movimento armato yemenita sostenuto dall’Iran, hanno proclamato un blocco navale contro le unità dirette verso i porti dell’Arabia Saudita. Il gruppo ha poi attaccato 2 petroliere saudite nel Mar Rosso, utilizzando missili e droni. La minaccia ha interessato soprattutto Bab el-Mandeb (stretto compreso tra lo Yemen e il Corno d’Africa, che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden), una delle principali porte d’accesso al canale di Suez e alle rotte commerciali tra Asia ed Europa. Prima della crisi, attraverso questo passaggio transitavano ogni giorno milioni di barili di petrolio e prodotti raffinati.
La tensione è aumentata il 28 luglio, quando Washington e Riad hanno compiuto attacchi congiunti in Iraq contro depositi, centri logistici e postazioni attribuiti a formazioni filo-iraniane. Il United States Central Command (CENTCOM, Comando centrale degli Stati Uniti) ha sostenuto che l’operazione è stata decisa dopo oltre 30 attacchi con droni diretti dal Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica contro interessi statunitensi e sauditi nell’arco di 72 ore.
Il governo di Baghdad (capitale dell’Iraq) ha condannato i bombardamenti, affermando che soltanto le autorità irachene possono esercitare il diritto di difendere il territorio nazionale. Le installazioni colpite sarebbero state utilizzate da reparti delle Popular Mobilization Forces (PMF, Forze di mobilitazione popolare), struttura formalmente inserita nell’apparato di sicurezza iracheno ma composta anche da fazioni che mantengono rapporti militari e politici con Teheran. L’esecutivo ha annunciato la predisposizione di un piano di sicurezza, mentre il movimento Al-Nujaba (Harakat Hezbollah al-Nujaba, una milizia paramilitare sciita filo-iraniana fondata in Iraq nel 2013) ha minacciato azioni di risposta contro gli autori dei raid.
Il 29 luglio il comando statunitense ha dichiarato di avere deviato 20 navi mercantili, reso inutilizzabili 2 imbarcazioni e abbordato altre 2 unità durante la nuova fase del blocco imposto contro l’Iran. I dati si riferiscono alle operazioni più recenti e non al numero complessivo degli interventi compiuti dall’inizio del conflitto. Lo Stretto di Hormuz (braccio di mare tra Iran e Oman che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman) rappresenta una delle arterie energetiche più importanti al mondo e la sua chiusura, anche parziale, costringe petroliere e mercantili a sospendere il viaggio, invertire la rotta o attendere nuove disposizioni.
L’Arabia Saudita ha contemporaneamente avviato consultazioni per costituire una coalizione internazionale destinata a proteggere la navigazione nel Mar Rosso dagli attacchi degli Houthi. Secondo le informazioni diffuse dalla stampa regionale, circa 50 Paesi sarebbero stati invitati a valutare l’adesione. L’iniziativa, tuttavia, non è ancora diventata una missione militare operativa e rimane nella fase preparatoria.
I ribelli yemeniti avrebbero anche valutato l’introduzione di pedaggi per il passaggio delle navi nel Mar Rosso e a Bab el-Mandeb. Il governo yemenita riconosciuto a livello internazionale ha invece definito il progetto un tentativo di trasformare un corridoio strategico in una fonte stabile di finanziamento per le attività militari del movimento. La combinazione del blocco iraniano a Hormuz e delle minacce lungo la rotta del Mar Rosso ha quindi creato il rischio, senza precedenti nella storia recente, di una contemporanea paralisi delle 2 principali porte marittime del petrolio mediorientale.
Un altro episodio è avvenuto nel porto di Damietta (città egiziana situata nel delta del Nilo), dove un drone avrebbe colpito la Energos Winter, unità statunitense utilizzata per lo stoccaggio di gas naturale liquefatto. Le fiamme si sono successivamente estese alla Gaslog Salem. Le autorità egiziane hanno confermato l’incendio, senza però attribuirne ufficialmente la responsabilità all’Iran o a una sua formazione alleata, e non sono state segnalate vittime.
Donald Trump ha annunciato una risposta militare particolarmente dura. Parlando alla Casa Bianca, ha dichiarato che gli autori degli attacchi apparterrebbero a una fazione diversa rispetto a quella con cui Washington sta trattando e che sarebbero già arrivate delle scuse, aggiungendo tuttavia che gli Stati Uniti li avrebbero comunque “colpiti un pochettino”. Riferendosi all’episodio di Damietta, ha affermato che la rappresaglia sarebbe stata molto pesante, lasciando contemporaneamente aperta la possibilità di raggiungere un’intesa negoziale.
Il capo della Casa Bianca ha inoltre chiesto al Congresso di affiancare alle sanzioni nuove tariffe doganali contro i Paesi che continuano a intrattenere rapporti economici con Teheran. La proposta è stata collegata al disegno di legge sulle misure contro la Russia, ma non risulta ancora trasformata in una disposizione definitivamente approvata ed efficace.
Le autorità iraniane hanno ribadito che il Paese continuerà a difendere il proprio territorio e il sistema della Repubblica islamica. Il generale Abdolrahim Hatami (comandante in capo dell’esercito iraniano) ha promesso resistenza fino “all’ultimo respiro”. Secondo fonti consultate dall’agenzia Reuters, Teheran dovrebbe inoltre ricevere entro alcune settimane fino a 400 Man-Portable Air-Defence Systems (MANPADS, sistemi portatili di difesa antiaerea) di fabbricazione cinese. La notizia non ha ricevuto una conferma ufficiale e Pechino ne ha contestato l’attendibilità.
Sul piano diplomatico, Benjamin Netanyahu (primo ministro israeliano e leader del Likud, il principale partito politico di centro-destra e nazional-liberale di Israele) ha definito l’incontro del 28 luglio con Trump uno dei migliori colloqui avuti con il presidente statunitense. Ha inoltre confermato l’intenzione di recarsi a New York per intervenire a settembre davanti all’Assemblea generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU). Il viaggio potrebbe riaprire il confronto sul mandato di arresto emesso il 21 novembre 2024 dalla Corte penale internazionale nei confronti del capo del governo israeliano. Gli Stati Uniti non hanno ratificato lo Statuto di Roma e non sono uno Stato parte della Corte, circostanza che rende politicamente e giuridicamente diversa la posizione americana rispetto a quella dei Paesi che hanno aderito al trattato. Il premier ha accusato Zohran Mamdani (sindaco democratico di New York) che aveva minacciato di farlo arrestare, di alimentare l’odio nei confronti di Israele.
Ulteriori interrogativi sono derivati dall’accordo sul nucleare civile sottoscritto il 22 luglio tra Washington e Riad. L’intesa, ancora sottoposta all’esame del Congresso, ha previsto condizioni che potrebbero consentire all’Arabia Saudita di sviluppare sul proprio territorio attività collegate al ciclo del combustibile. Critici ed esperti di non proliferazione hanno segnalato il rischio che concessioni troppo ampie possano incoraggiare una competizione regionale nel settore nucleare. Trump ha successivamente collegato la conclusione definitiva dell’accordo all’ingresso saudita negli Accordi di Abramo, il processo di normalizzazione dei rapporti con Israele.
Le conseguenze economiche si sono manifestate rapidamente. Dopo avere superato quota 100 dollari il 23 luglio, in seguito agli attacchi nel Mar Rosso, il Brent (greggio di riferimento estratto nel Mare del Nord) ha chiuso ieri 29 luglio a 90,74 dollari al barile. Il West Texas Intermediate (WTI, qualità statunitense di riferimento) si è attestato a 84,46 dollari. Il nuovo rialzo è stato alimentato dalla ripresa delle ostilità e dalla possibilità di un’interruzione contemporanea dei passaggi di Hormuz e Bab el-Mandeb.
Wall Street ha terminato le contrattazioni in forte calo, nonostante un iniziale tentativo di recupero seguito alla decisione della Federal Reserve (banca centrale degli Stati Uniti) di mantenere il tasso di riferimento tra il 3,50% e il 3,75%. Il Dow Jones ha perso il 2,19%, lo Standard & Poor’s 500 l’1,52% e il Nasdaq, indice nel quale hanno particolare peso le società tecnologiche, l’1,74%. Le vendite hanno interessato anche diversi gruppi dell’intelligenza artificiale e dei microprocessori.
La ricerca di rendimenti più elevati e i timori per una nuova spinta inflazionistica hanno fatto salire anche i tassi dei Treasury (titoli del Tesoro statunitense). Il rendimento decennale è aumentato di circa 7 punti base, raggiungendo il 4,677%, mentre quello trentennale ha superato marginalmente il 5,20%, livello che non si osservava dal 2007. Il dollaro si è invece indebolito rispetto alle principali valute: l’euro è salito a 1,1451 dollari, mentre la moneta americana si è portata a 163,46 yen.
L’Istituto per gli studi di politica internazionale ha osservato che la crisi di Hormuz e la riduzione delle forniture di carburanti raffinati stanno ampliando le differenze tra i prezzi delle diverse qualità di greggio e aumentando i costi per le economie importatrici. Lorenzo Borga (analista dell’istituto italiano) ha evidenziato che dallo stretto transita normalmente circa un quarto del petrolio trasportato via mare e quasi un quinto del commercio mondiale di gas naturale liquefatto. Carlo Cottarelli (economista ed ex commissario alla revisione della spesa pubblica) aveva già avvertito che una chiusura prolungata potrebbe provocare un nuovo shock energetico, alimentare l’inflazione e accrescere il rischio di recessione.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.








