Guerra Israele/Usa-Iran: energia costosa, borse in caduta e timori per chip e inflazione. Europa in crisi

Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran innesca turbolenze finanziarie globali, spinge petrolio e gas verso nuovi picchi e mette sotto pressione l’economia europea. L’Italia lavora con i partner del formato E4 per la de-escalation mentre il Governo valuta misure contro il caro carburanti e rafforza la difesa nazionale

Sintesi

Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran provoca una forte instabilità economica globale con borse europee in calo e timori per una nuova crisi energetica. L’aumento del prezzo di petrolio e gas incide sull’inflazione e sul rallentamento economico soprattutto in Europa, mentre gli Stati Uniti risentono meno grazie all’autonomia energetica. Il prezzo del greggio già supera i 100 dollari e cresce la tensione internazionale con minacce iraniane contro le infrastrutture energetiche del Golfo. L’escalation rischia di colpire anche la filiera globale dei semiconduttori a causa della carenza di elio e dei problemi logistici nel Golfo Persico. L’Italia e i principali Paesi europei avviano iniziative diplomatiche per ridurre le tensioni mentre il Governo valuta interventi per contenere il caro energia e rafforzare la sicurezza nazionale.

Articolo

L’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran ha generato un violento contraccolpo sui mercati finanziari globali, con una prima settimana di guerra che ha prodotto pesanti perdite soprattutto per l’Europa. Il principale indice azionario del continente, lo Stoxx Europe 600, ha registrato una flessione del 5,5%, cancellando circa 918 miliardi di euro di capitalizzazione. Se a questo dato si aggiunge la contrazione di circa 1.083 miliardi registrata dalle borse statunitensi, il totale della ricchezza finanziaria evaporata raggiunge quasi 2.000 miliardi di euro. La causa principale è la prospettiva di una nuova crisi energetica determinata dall’aumento del prezzo del petrolio e del gas, con il greggio Brent che ha superato prima i 90 dollari al barile e poi la soglia dei 100, mentre il gas naturale ha raggiunto circa 52 euro per megawattora (unità di misura dell’energia elettrica prodotta o consumata) e gli esperti temono, così continuando, prezzi molto più alti.

Il timore dei mercati riguarda soprattutto l’Europa, che rimane fortemente dipendente dalle forniture energetiche del Medio Oriente. L’impennata dei prezzi dell’energia alimenta infatti il rischio di una nuova fase inflazionistica e di un successivo rallentamento economico. Questo doppio shock ha spinto gli investitori a vendere soprattutto i titoli più legati al ciclo economico. L’unico comparto europeo che ha mostrato una certa resistenza è quello petrolifero ed energetico, che ha registrato un incremento intorno all’1,1% grazie ai profitti legati al rialzo delle materie prime.

Diverso il comportamento delle borse statunitensi. L’indice S&P 500 (Standard and Poor’s 500, indice che rappresenta le 500 maggiori società quotate negli Stati Uniti) ha perso circa il 2%, mentre il Nasdaq (mercato azionario tecnologico statunitense) ha limitato la discesa all’1,2%. La maggiore tenuta di Wall Street è dovuta in larga parte alla posizione geografica degli Stati Uniti, lontani dal teatro di guerra, e soprattutto alla loro indipendenza energetica, che riduce l’impatto immediato degli shock sul petrolio e sul gas. Tuttavia anche negli Stati Uniti cresce la preoccupazione per il possibile ritorno dell’inflazione. Secondo stime dell’agenzia Bloomberg, le aspettative sui tagli dei tassi da parte della Federal Reserve, la banca centrale americana nota come Fed (Federal Reserve System), sono scese da 2,5 interventi previsti prima del conflitto a circa 1,8.

In controtendenza appare invece il mercato finanziario israeliano. La borsa di Tel Aviv ha registrato un aumento di circa il 6,13% dall’inizio dei bombardamenti contro Teheran. Gli analisti spiegano questa reazione con diversi fattori: il forte peso delle industrie della difesa nell’indice azionario; la presenza significativa del settore finanziario; la percezione diffusa tra gli investitori, che Israele rappresenti uno Stato relativamente più stabile rispetto ad altri Paesi della regione. Alcuni operatori finanziari guardano già al periodo successivo al conflitto ipotizzando una fase di espansione economica sostenuta dagli investimenti nella sicurezza e nella ricostruzione.

Tra i pochi mercati europei in crescita figura anche quello norvegese di Oslo, sostenuto dall’elevato peso delle compagnie energetiche e petrolifere presenti nell’indice nazionale. Parallelamente si è rafforzato il dollaro statunitense, tornato a essere percepito come “bene rifugio” nelle fasi di instabilità geopolitica. Tuttavia il rendimento dei titoli di Stato americani a 10 anni, i cosiddetti Treasury (obbligazioni emesse dal Tesoro degli Stati Uniti), resta superiore al 4%, segnale che gli investitori mantengono cautela sulla solidità dell’economia americana e sulle politiche economiche dell’amministrazione guidata da Donald Trump.

L’impennata del petrolio è stata accentuata dagli attacchi israeliani contro infrastrutture energetiche iraniane nella capitale Teheran. Secondo l’emittente statunitense Axios, le Forze di Difesa Israeliane, note con l’acronimo IDF (Israel Defense Forces), avrebbero colpito circa 30 depositi petroliferi e strutture logistiche. L’ampiezza dei raid avrebbe provocato irritazione negli Stati Uniti, che temono due effetti negativi: un aumento generalizzato dei prezzi dell’energia e una possibile mobilitazione della popolazione iraniana a sostegno del regime. Negli Stati Uniti il prezzo della benzina ha già registrato un incremento significativo, con il costo medio di un gallone arrivato a circa 3,45 dollari, pari a un aumento del 16%.

L’Iran ha reagito minacciando ritorsioni contro le infrastrutture petrolifere della regione. Il portavoce del comando militare centrale iraniano, Ebrahim Zolfaghari, ha dichiarato alla televisione di Stato che ulteriori attacchi contro impianti energetici iraniani potrebbero portare a rappresaglie nei confronti degli impianti petroliferi dei Paesi del Golfo. Secondo il portavoce, la prosecuzione del conflitto potrebbe spingere il prezzo del petrolio oltre i 200 dollari al barile.

Le tensioni militari stanno producendo effetti anche su un settore strategico dell’economia globale: quello dei semiconduttori. Un attacco iraniano al complesso energetico di Ras Laffan in Qatar, uno dei principali hub mondiali di esportazione di gas naturale liquefatto, ha costretto alla sospensione degli impianti che producono elio. Questo gas, noto al grande pubblico per l’uso nei palloncini, è in realtà fondamentale nella produzione di microchip. L’elio viene utilizzato nelle fabbriche di semiconduttori, chiamate Fab (fabbriche specializzate nella produzione di circuiti integrati), per stabilizzare le temperature durante le fasi di litografia e incisione dei wafer di silicio, ossia i sottili dischi di materiale semiconduttore da cui vengono ricavati i microprocessori.

Il Qatar rappresenta il secondo produttore mondiale di elio dopo gli Stati Uniti e copre circa un terzo dell’offerta globale. Con tre impianti temporaneamente fermi, il prezzo spot dell’elio è aumentato tra il 35% e il 50% nel giro di una settimana. Questo scenario potrebbe creare difficoltà soprattutto in Asia orientale, dove si concentra gran parte della produzione mondiale di chip, in particolare in Corea del Sud e a Taiwan, con aziende leader come Samsung e SK Hynix.

La crisi riguarda anche la logistica energetica globale. Gran parte delle esportazioni di petrolio, gas e prodotti chimici del Golfo Persico passa attraverso lo Stretto di Hormuz, uno dei principali punti di passaggio strategici del commercio marittimo mondiale. Eventuali interruzioni del traffico navale in quell’area potrebbero rallentare l’approvvigionamento di materie prime fondamentali per numerose industrie tecnologiche.

Sul piano politico e diplomatico l’Italia ha assunto una posizione di prudenza. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ribadito che il Paese non è coinvolto direttamente nel conflitto e non intende diventarlo. Roma sta lavorando con i partner europei per favorire una riduzione delle tensioni e valutare la possibilità di riaprire un canale negoziale. In questo contesto è stato riattivato il coordinamento tra Italia, Francia, Germania e Regno Unito nel cosiddetto formato E4, un meccanismo di cooperazione diplomatica tra quattro grandi Stati europei volto a rafforzare le iniziative per la stabilità internazionale.

Il Governo italiano sta inoltre monitorando gli effetti economici del conflitto. Tra le misure allo studio figura l’attivazione del sistema delle “accise mobili”, introdotto con il provvedimento sui carburanti del 2023. Il meccanismo prevede l’utilizzo dell’extra gettito dell’Iva (Imposta sul Valore Aggiunto) generato dall’aumento dei prezzi per ridurre temporaneamente le accise sui carburanti e attenuare l’impatto sui consumatori.

Parallelamente il ministro della Difesa Guido Crosetto ha convocato un vertice straordinario con circa 130 rappresentanti dello Stato maggiore e dell’industria militare nazionale. Alla riunione hanno partecipato il capo di Stato maggiore della Difesa Luciano Portolano e il direttore nazionale degli armamenti Giacinto Ottaviani. L’obiettivo è accelerare il rafforzamento delle capacità di difesa italiane, in particolare nel settore della difesa aerea, attraverso una collaborazione più rapida tra istituzioni e industria.

Nel frattempo il dibattito politico italiano resta acceso. La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha criticato la linea del Governo accusandolo di eccessiva vicinanza alle posizioni dell’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump e chiedendo maggiore chiarezza sull’eventuale utilizzo delle basi militari italiane per operazioni legate al conflitto.

Sul piano storico e diplomatico molti analisti ricordano che una soluzione negoziale al programma nucleare iraniano era stata raggiunta nel 2015 con l’accordo firmato a Vienna noto come JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action, Piano d’Azione Congiunto Globale). L’intesa tra Iran, Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, Germania e Unione europea prevedeva forti limitazioni al programma nucleare iraniano in cambio della revoca delle sanzioni economiche internazionali. L’accordo fu abbandonato unilateralmente dagli Stati Uniti nel 2018 durante la prima presidenza Trump, scelta che molti osservatori indicano oggi come una delle cause dell’attuale escalation. Il conflitto in corso rappresenta quindi non solo una crisi militare ma anche un potenziale shock economico globale. L’incertezza sui mercati energetici, il rischio di nuove tensioni geopolitiche e le possibili ripercussioni sulla catena globale dei semiconduttori alimentano la preoccupazione per una fase di instabilità internazionale che potrebbe incidere profondamente sull’economia mondiale nei prossimi mesi.