Giustizia in Italia: l’Anm riapre il confronto su credibilità, carriere e riforme

Dopo il referendum costituzionale sulla giustizia, magistratura e politica tornano a discutere di correnti, meritocrazia, processi lunghi e riforme ancora sospese

Sintesi

La Magistratura italiana riapre il confronto interno dopo il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 che ha respinto la riforma della giustizia promossa dal Governo Meloni e dal ministro Carlo Nordio. L’Associazione nazionale magistrati (Anm) ha affrontato nell’assemblea tenuta in Cassazione i nodi ancora irrisolti del sistema giudiziario italiano. Il nuovo presidente Giuseppe Tango ha chiesto maggiore credibilità, trasparenza e contrasto alle logiche correntizie. Il segretario Rocco Maruotti ha ricordato i problemi strutturali della giustizia italiana tra processi troppo lunghi, carenza di personale, insufficienza di risorse tecnologiche e condizioni critiche delle carceri. Il Consiglio superiore della magistratura (Csm) viene chiamato a introdurre criteri più rigidi e verificabili nelle nomine dei dirigenti giudiziari. Restano aperti anche i temi della separazione delle carriere, delle impugnazioni delle sentenze e delle valutazioni professionali dei magistrati. Negli ultimi mesi il dibattito è stato alimentato anche dalle dichiarazioni del ministro Nordio sul caso Garlasco e sulla possibilità di modificare il sistema delle assoluzioni e delle condanne nei diversi gradi di giudizio.

Articolo

La giustizia italiana continua a confrontarsi con problemi storici che, nonostante anni di riforme, rimangono ancora aperti e senza soluzione definitiva. Dopo il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026, che ha bocciato la riforma della giustizia sostenuta dal Governo guidato da Giorgia Meloni e dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, l’Associazione nazionale magistrati (Anm) ha riunito la propria assemblea nell’Aula magna della Corte di Cassazione per affrontare le questioni rimaste irrisolte e riflettere sulla credibilità della magistratura italiana. L’incontro ha rappresentato anche il passaggio di consegne tra l’ex presidente Cesare Parodi e il nuovo leader Giuseppe Tango, eletto il 28 marzo 2026 dopo le dimissioni di Parodi motivate da ragioni personali e maturate all’indomani della campagna referendaria contro la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti.

Nel corso dell’assemblea è emersa la consapevolezza che il sistema giudiziario italiano continui a registrare un forte disagio sociale. Secondo Giuseppe Tango, milioni di cittadini hanno manifestato sfiducia verso il funzionamento della giustizia e ciò obbliga la magistratura a interrogarsi sulle proprie responsabilità interne. Il presidente dell’Anm ha richiamato l’articolo 107 della Costituzione italiana, che stabilisce come i magistrati si distinguano soltanto per funzioni e non per gerarchie di potere, sottolineando la necessità di affrontare finalmente il tema del carrierismo all’interno degli uffici giudiziari.

Uno dei temi più delicati affrontati durante l’assemblea riguarda il peso delle correnti interne alla magistratura. Tango ha spiegato che l’Anm deve contrastare ogni forma di appartenenza correntizia quando questa prevale sul merito nelle nomine dei dirigenti o nelle valutazioni professionali. Secondo il nuovo presidente, ogni scelta basata sull’appartenenza associativa e non sulle capacità professionali finisce per indebolire la credibilità interna ed esterna dell’intera magistratura. Le dichiarazioni del presidente si inseriscono in un dibattito che da anni coinvolge il Consiglio superiore della magistratura (Csm) e che negli ultimi tempi è stato alimentato dalle polemiche nate dopo le vicende disciplinari e dalle discussioni sulla gestione delle nomine ai vertici delle procure e dei tribunali.

L’assemblea dell’Anm ha approvato una mozione finale nella quale si chiede al Csm di ridurre la discrezionalità nelle nomine introducendo criteri preventivi più rigidi, trasparenti e verificabili. Tra le proposte avanzate compare anche l’obbligo per i magistrati che hanno già ricoperto incarichi direttivi di rientrare temporaneamente nelle funzioni ordinarie prima di potersi candidare a nuovi ruoli di vertice. Inoltre viene richiesto che nelle valutazioni di professionalità venga dato maggiore spazio ai pareri espressi dai magistrati che lavorano negli stessi uffici giudiziari del dirigente esaminato. L’Anm propone pure incompatibilità più severe tra incarichi associativi e candidature al Csm per evitare conflitti di interesse e rafforzare l’autonomia delle decisioni istituzionali.

Un altro passaggio centrale del confronto riguarda le condizioni materiali della giustizia italiana. Il segretario dell’Anm Rocco Maruotti ha ricordato che, durante gli ultimi anni, il dibattito politico si è concentrato quasi esclusivamente sulla riforma costituzionale della magistratura, lasciando in secondo piano problemi strutturali come la durata eccessiva dei processi, la scarsità di personale amministrativo, l’insufficienza delle risorse economiche e tecnologiche e le condizioni spesso drammatiche del sistema carcerario italiano. Questioni che continuano a produrre ritardi e inefficienze sia nel settore civile sia in quello penale.

Tra i temi riemersi durante il dibattito vi è anche quello delle impugnazioni delle sentenze. La discussione si è riaccesa dopo alcune dichiarazioni del ministro Carlo Nordio sul caso di Garlasco, procedimento giudiziario legato all’omicidio di Chiara Poggi e alla condanna definitiva di Alberto Stasi dopo precedenti assoluzioni. Nordio ha sostenuto che il sistema dovrebbe essere modificato per evitare che una persona assolta in primo e secondo grado possa essere successivamente condannata senza nuove prove. Su questo punto Giuseppe Tango ha aperto al dialogo con il Governo e con il legislatore, spiegando che l’Anm sarebbe pronta a offrire il proprio contributo tecnico qualora venisse presentato un testo concreto di riforma.

Il referendum costituzionale del marzo 2026 ha rappresentato uno snodo decisivo per il rapporto tra magistratura e politica. Gli italiani sono stati chiamati a esprimersi sulla cosiddetta “Riforma Nordio”, che prevedeva modifiche costituzionali profonde come la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, la divisione del Csm in due distinti organi di autogoverno e il sorteggio di parte dei componenti togati e laici. La riforma è stata respinta dal 53,2% dei votanti, fermando temporaneamente il progetto di revisione costituzionale della giustizia sostenuto dalla maggioranza di Governo. Negli ultimi mesi il confronto pubblico è stato accompagnato anche dagli interventi di diversi magistrati, costituzionalisti e rappresentanti politici. Cesare Parodi, durante la campagna referendaria, aveva più volte sostenuto che la priorità fosse garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura rispetto alle pressioni politiche. Parallelamente il ministro Nordio ha ribadito più volte la necessità di modernizzare il sistema giudiziario italiano e di separare le funzioni requirenti da quelle giudicanti per assicurare maggiore equilibrio tra accusa e difesa.

Nel frattempo rimangono aperti anche altri fronti normativi e organizzativi. L’Anm chiede maggiore trasparenza nelle attività della Scuola superiore della magistratura, organismo incaricato della formazione dei magistrati italiani, e sollecita un riequilibrio tra produttività quantitativa e qualità delle decisioni giudiziarie. Secondo molti magistrati, infatti, l’eccessiva pressione sugli obiettivi numerici rischia di compromettere l’approfondimento giuridico e la qualità complessiva della giurisdizione.