Gela. Discarica Timpazzo: rifiuti interrati e arresti scuotono controlli e Regione

L’operazione “Pi-Greco” porta ai domiciliari 5 figure dei vertici gestionali della discarica pubblica di Gela e apre un nuovo fronte politico sul ciclo dei rifiuti in Sicilia, tra accuse ambientali, intercettazioni, amministrazione giudiziaria e richieste di dimissioni nella governance

La vicenda della discarica Timpazzo a Gela nasce dentro il sistema regionale dei rifiuti costruito negli anni attorno alle SRR (Società per la regolamentazione del servizio di gestione rifiuti), alle società in house (controllate pubbliche affidatarie dirette di servizi) e alle autorizzazioni ambientali. La piattaforma di Gela, gestita da Impianti SRR ATO 4 Caltanissetta Provincia Sud s.r.l. (società a responsabilità limitata), opera sulla base dell’AIA (Autorizzazione integrata ambientale) rilasciata nel 2013 e dal 2020 gestisce la sezione impiantistica di contrada Timpazzo. Dopo un primo sequestro delle vasche tra il 2021 e il 2022 in altro procedimento, l’indagine “Pi-Greco” è stata svolta dai Carabinieri del NOE (Nucleo operativo ecologico) e dal Reparto territoriale di Gela tra agosto 2023 e aprile 2025, con intercettazioni, video, controlli, pedinamenti, verifiche amministrative e monitoraggio dei conferimenti. Il 28 maggio 2026 è emersa l’inchiesta della DDA (Direzione distrettuale antimafia) di Caltanissetta e il 22 giugno 2026 il GIP ha disposto 5 arresti domiciliari, il sequestro preventivo dell’azienda e delle quote sociali, la nomina di un commissario giudiziale e l’amministrazione giudiziaria della società. Tra gli indagati figura Giovanna Picone, amministratrice unica ed ex consulente regionale sui rifiuti, considerata vicina al presidente Renato Schifani, insieme a tecnici e responsabili d’area della piattaforma. Secondo l’ipotesi accusatoria, nella vasca “E” sarebbero state effettuate circa 1.200 operazioni illecite con 10-12mila tonnellate di rifiuti conferiti, movimentati e interrati senza i trattamenti previsti, mentre parte dell’organico sarebbe stata versata senza stabilizzazione, con frequenti incendi. Le intercettazioni hanno aggravato il rilievo politico del caso, perché in alcune conversazioni viene evocato il rapporto con il vertice regionale e la necessità di non fermare i conferimenti. Il sindaco di Gela chiede l’azzeramento del Consiglio di amministrazione della SRR, mentre M5S, PD, PeR (Progressisti e Rinnovatori) e gruppi civici parlano di fallimento della gestione regionale, controlli mancati e necessità di tutelare ambiente, salute e cittadini. Il nodo immediato riguarda legalità, vigilanza e responsabilità amministrative. Le società in house che gestiscono raccolta, trasporto, trattamento o smaltimento dei rifiuti in Sicilia ricevono corrispettivi pubblici regolati da contratti di servizio e PEF (Piano economico finanziario), poi con riflessi nella TARI (Tassa sui rifiuti). Compensi di amministratori, dirigenti, tecnici e personale sono ammessi, ma sottoposti a tetti, contratti collettivi, obblighi di trasparenza, controlli degli Enti soci e vincoli di contenimento della spesa pubblica. Il commento finale è che, se le accuse saranno confermate, il caso non parlerà soltanto di rifiuti, ma di un sistema pubblico-politico siciliano che non si può continuare a scaricare tutto sulla Magistratura dopo anni di emergenze, deroghe, ampliamenti, ritardi impiantistici e controlli rivelatisi insufficienti, bensì a livello nazionale Politico-Governativo vanno presi dei provvedimenti legislativi. Non ci si stupisca diversamente se molti giovani emigrano (scappano) dall’Isola malgrado l’impareggiabili bellezza, clima, natura e posizione nel Mediterraneo.

Articolo

Il caso della discarica pubblica Timpazzo non esplode all’improvviso, ma matura dentro una lunga stratificazione di atti, scelte amministrative, emergenze ambientali e tensioni politiche. La cornice nasce con la legge regionale siciliana n. 9 del 2010, che disciplina la gestione integrata dei rifiuti e assegna alle SRR compiti di regolazione e controllo del servizio nei rispettivi ambiti territoriali. In questo quadro rientra la SRR ATO 4 Caltanissetta Provincia Sud, composta dai Comuni di Butera, Delia, Gela, Mazzarino, Niscemi, Riesi, Sommatino, Piazza Armerina e dal Libero Consorzio comunale di Caltanissetta.

Il sito di contrada Timpazzo opera sulla base dell’AIA, rilasciata con D.D.S. (Decreto del dirigente del servizio) n. 2523 del 23 dicembre 2013 dall’assessorato regionale dell’Energia e dei servizi di pubblica utilità. La società Impianti SRR ATO 4 Caltanissetta Provincia Sud s.r.l. viene costituita il 9 ottobre 2019 come controllata in house (una società di proprietà di uno o più enti pubblici, ad esempio comune, più Enti locali, o anche la Regione Siciliana, creata per gestire servizi pubblici specifici con il tratto distintivo che l’affidamento è diretto, ossia la Pubblica Amministrazione affida i lavori o i servizi senza passare attraverso le normali gare d’appalto) della struttura d’ambito e dal 2020 gestisce la piattaforma integrata per i rifiuti non pericolosi. Dal 2022 svolge anche servizi di raccolta porta a porta, trasporto e spazzamento nei Comuni soci.

Secondo il comunicato ufficiale dell’Arma dei Carabinieri, l’indagine “Pi-Greco” si innesta anche su un precedente provvedimento di sequestro delle vasche disposto tra il 2021 e il 2022 in un altro procedimento. Da agosto 2023 ad aprile 2025, gli investigatori hanno monitorato l’impianto con intercettazioni, videosorveglianza, osservazioni, pedinamenti, verifiche amministrative, acquisizioni documentali e controlli sui flussi di conferimento e trattamento. L’attività è stata coordinata dalla DDA di Caltanissetta e svolta dai Carabinieri del NOE e dal Reparto territoriale di Gela, anche con il supporto di ARPA Sicilia (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente).

Il 28 maggio 2026 l’inchiesta diventa pubblica con la notizia dei primi indagati e della richiesta di misure restrittive. La manager posta al centro dell’indagine, già indicata come figura di fiducia del Governo regionale nella materia dei rifiuti e già nominata commissario per il depuratore IAS (Industria acqua siracusana) di Priolo Gargallo, lascia gli incarichi regionali gratuiti dopo l’avviso a comparire davanti al giudice. In questa fase, la vicenda assume da subito un doppio profilo: giudiziario, per la gravità delle ipotesi di reato, e politico, per il rapporto della dirigente con Palazzo d’Orléans.

Il 22 giugno 2026 arriva il provvedimento più pesante. Il GIP del Tribunale di Caltanissetta, su richiesta della Procura distrettuale, dispone gli arresti domiciliari per 5 persone: l’amministratrice unica, i tecnici Salvatore Parlatore e Giuseppe Bellavia, i responsabili d’area Angelo Collodoro e Salvatore Falduzza. Nello stesso provvedimento vengono stabiliti il sequestro preventivo dell’azienda e delle quote sociali, l’amministrazione giudiziaria della società e la nomina di un commissario per consentire la prosecuzione dell’attività dell’impianto. Risultano inoltre oltre 40 indagati a piede libero.

Le accuse, da considerare ancora ipotesi investigative, riguardano attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, inquinamento ambientale e gestione non autorizzata. Secondo gli inquirenti, nella vasca e sarebbero stati conferiti, movimentati e poi interrati ingenti quantitativi di rifiuti solidi urbani indifferenziati senza i cicli di trattamento previsti. Le operazioni contestate sarebbero almeno 1.200 e il quantitativo complessivo stimato tra 10mila e 12mila tonnellate. Sempre secondo la ricostruzione accusatoria, rifiuti organici provenienti dai Comuni consorziati sarebbero stati versati in discarica senza la stabilizzazione necessaria a ridurne la temperatura, provocando frequenti incendi.

Le intercettazioni pubblicate dalla stampa aggiungono un elemento ulteriore. In alcune conversazioni attribuite a un tecnico indagato, la gestione della vasca viene descritta con parole durissime, fino alla frase “prostituito la vasca” riferita al rapporto con un presidente che, secondo quella conversazione, non avrebbe dato aiuto. In un altro passaggio si parla della discarica “bruciata” in 2 anni e mezzo. In un ulteriore scambio, davanti all’ipotesi di fermare i conferimenti, viene evocata la frase “Glielo dici tu al presidente”. Sono espressioni che non costituiscono una prova definitiva, ma spiegano perché l’inchiesta abbia immediatamente oltrepassato il perimetro tecnico e sia diventata un caso politico regionale.

A Gela, la reazione istituzionale è stata immediata. Il sindaco di Gela Terenziano Di Stefano ha espresso fiducia nella Magistratura e nelle Forze dell’ordine, ma ha chiesto ai componenti del CDA della SRR di valutare seriamente le dimissioni. Secondo il primo cittadino, la tutela dell’ambiente, della salute pubblica e degli interessi dei cittadini deve prevalere su ogni altra considerazione. La sua posizione è netta: dopo un quadro simile, se confermato nelle sedi competenti, serve aprire una fase nuova, più trasparente e credibile.

Il fronte politico locale e regionale si è mosso nella stessa giornata. Nuccio Di Paola, deputato ARS e coordinatore del M5S, ha collegato l’inchiesta alla gestione regionale dell’emergenza rifiuti, sostenendo che il Governo Schifani abbia scelto la strada della saturazione e dell’ampliamento delle discariche invece di costruire un sistema moderno, diffuso e meno dipendente dagli abbancamenti. Nella sua lettura, Timpazzo sarebbe diventata una valvola di sfogo dell’intera Sicilia, con conferimenti cresciuti fino a trasformare Gela in uno dei punti più esposti del sistema.

Anche il PD, con Anthony Barbagallo, ha attaccato la Giunta regionale. La critica riguarda la Tari (tassa sui rifiuti) tra le più alte, i cumuli di immondizia, il costo dello smaltimento fuori dall’Isola e la fiducia riposta nei termovalorizzatori, giudicata insufficiente se non accompagnata da programmazione, controlli e raccolta differenziata efficace. Il segretario dem ha parlato di fallimento politico e ha chiesto al presidente della Regione di fare un passo indietro.

Miguel Donegani, segretario regionale di PeR (Progressisti e Rinnovatori) ha richiamato invece il tema dei controlli. La sua posizione è garantista sul piano penale, perché ogni indagato resta innocente fino a sentenza definitiva, ma severa sul piano amministrativo. Le domande poste sono quelle che oggi pesano di più: chi doveva vigilare ha vigilato? I sindaci soci erano informati? Gli organismi di governo della società hanno esercitato le proprie funzioni? I controlli previsti sono stati svolti? Se sono stati svolti, perché non avrebbero intercettato prima anomalie così rilevanti?

Sulla stessa linea si colloca Paolo Cafà, consigliere comunale dello stesso movimento, che chiede le dimissioni del CDA e valuta positivamente l’eventuale costituzione di parte civile del Comune nel procedimento, qualora si arrivasse al processo e se le ipotesi di danno ambientale trovassero un percorso giudiziario. Il gruppo civico “Una Buona Idea” sostiene il sindaco e chiede un confronto immediato con il commissario giudiziale, l’assessore regionale competente e il presidente della Regione. La preoccupazione centrale riguarda il possibile sotterramento dei rifiuti e l’uso non conforme della vasca, in una città che ha già pagato un prezzo altissimo sul piano ambientale.

La presidente del Consiglio comunale Paola Giudice ha espresso fiducia nell’Autorità giudiziaria e nell’Arma dei Carabinieri, chiedendo che venga garantita la continuità dei servizi essenziali e la massima trasparenza nella gestione del ciclo dei rifiuti. Nel quadro delle reazioni raccolte, il centrodestra locale non ha mostrato nelle prime ore una risposta pubblica della stessa intensità, mentre l’opposizione ha occupato interamente lo spazio politico aperto dall’inchiesta.

Il caso giudiziario si inserisce in una fase già molto delicata per la governance della SRR. Il Comune di Gela è proprietario dell’area della discarica e detiene il peso maggiore nelle quote della società d’ambito. A complicare il quadro c’è anche la vicenda del sindaco di Sommatino Salvatore Letizia, coinvolto in un’indagine per corruzione non collegata al ciclo dei rifiuti e indotto alle dimissioni dal consiglio di amministrazione. Formalmente il posto vacante dovrebbe essere ricoperto secondo le regole interne, ma il primo cittadino gelese ritiene ormai esaurita la legittimazione politica dell’intero assetto.

Sullo sfondo resta il Piano regionale di gestione dei rifiuti. Nel 2024 è stato adottato lo stralcio sui rifiuti urbani, nel 2025 quello sui rifiuti speciali, nel marzo 2026 la Commissione europea ha espresso parere favorevole al piano siciliano e nel maggio 2026 sono stati presentati i progetti dei termovalorizzatori di Palermo e Catania. Il 10 giugno 2026 sono stati pubblicati gli avvisi al pubblico per la VIA (Valutazione di impatto ambientale) dei 2 impianti, mentre il governo regionale punta a pubblicare le gare entro la fine dell’anno. La sentenza n. 24/2026 del TAR Sicilia ha intanto dichiarato inammissibile un primo ricorso contro il piano, perché proposto da una società in amministrazione giudiziaria senza preventiva autorizzazione del giudice delegato.

Questo contesto non cancella però il punto politico sollevato da Timpazzo. La realizzazione futura di nuovi impianti non risolve automaticamente il problema dei controlli presenti. Se una discarica pubblica, centrale nel sistema regionale, finisce sotto sequestro preventivo con ipotesi di traffico illecito, inquinamento e gestione abusiva, la questione non può essere archiviata come un incidente di percorso. Riguarda la capacità delle istituzioni di programmare, vigilare, intervenire e impedire che l’emergenza diventi ordinaria amministrazione.

Le società in house che in Sicilia gestiscono raccolta, trasporto, trattamento o smaltimento dei rifiuti operano con corrispettivi pubblici fissati nei contratti di servizio e nei PEF (Piani economici finanziari), costi che ricadono poi, direttamente o indirettamente, sulla TARI (Tassa sui rifiuti) pagata dai contribuenti. Per questo compensi di amministratori, dirigenti, tecnici e personale sono legittimi solo se proporzionati, documentati e sottoposti a tetti di legge, contratti collettivi, obblighi di trasparenza, controlli degli Enti soci e vincoli di contenimento della spesa pubblica, affinché il peso economico del servizio non diventi un aggravio ingiustificato per cittadini e imprese.

Sul piano normativo, il cuore dell’inchiesta richiama l’articolo 452-quaterdecies del codice penale, che punisce l’attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti quando più operazioni e un’organizzazione continuativa di mezzi e attività sono finalizzate a gestire abusivamente ingenti quantitativi per ottenere un ingiusto profitto. L’articolo 452-bis riguarda invece l’inquinamento ambientale, cioè la compromissione o il deterioramento significativi e misurabili di acque, aria, suolo, sottosuolo, ecosistemi, biodiversità, flora o fauna. L’articolo 256 del decreto legislativo 152/2006 punisce la gestione di rifiuti senza autorizzazione, iscrizione o comunicazione, oppure in violazione delle regole previste.

La giurisprudenza recente rafforza il quadro. La Cassazione penale ha ribadito che il traffico illecito di rifiuti è un reato abituale, fondato su condotte non occasionali e su una struttura organizzata. Ha inoltre riconosciuto che il reato più grave può concorrere con la gestione non autorizzata, perché le due fattispecie tutelano profili diversi e non sempre una assorbe l’altra. In altre pronunce e commenti giuridici recenti è stato precisato che l’abusività può derivare non solo dalla mancanza totale di autorizzazioni, ma anche dalla violazione delle prescrizioni contenute nei titoli ambientali.

Va infine richiamato il decreto legislativo 231/2001, perché nel provvedimento cautelare viene contestata anche la responsabilità amministrativa-penale dell’Ente. Secondo l’ipotesi dell’accusa, i reati sarebbero stati commessi nell’interesse della società e con vantaggi economici legati al risparmio dei costi di gestione e smaltimento, in assenza di modelli organizzativi idonei a prevenire illeciti ambientali di questa natura.

Il limite da rispettare è quello della presunzione di innocenza, prevista dall’articolo 27 della Costituzione. Le persone coinvolte sono indagate e non condannate. Le accuse dovranno essere provate nelle sedi competenti, con pieno diritto di difesa. Ma la prudenza giudiziaria non può trasformarsi in prudenza politica assolutoria. Se i fatti saranno confermati, il caso Timpazzo non racconterà soltanto un presunto sistema illecito dentro una discarica. Racconterà una sconfitta dei controlli, una fragilità della programmazione e una responsabilità pubblica che non può emergere solo dopo l’arrivo dei Carabinieri e della Magistratura.

Se le accuse saranno confermate, il caso non riguarderà soltanto i rifiuti a Gela, bensì un sistema pubblico-politico siciliano che non può continuare a delegare tutto alla Magistratura dopo anni di emergenze, deroghe, ampliamenti, ritardi impiantistici e controlli insufficienti. Servono provvedimenti legislativi nazionali e una responsabilità politico-governativa anche nazionale concreta, altrimenti non ci si stupisca se tanti giovani scelgono di emigrare, o meglio di scappare, da un’Isola straordinaria per bellezza, clima, natura e posizione nel Mediterraneo, ma spesso incapace di trattenere fiducia e futuro.

Nota

Quanto sopra, ai fini dell’esercizio del diritto di cronaca, costituzionalmente garantito e nel rispetto dei diritti degli indagati che, in considerazione dell’attuale fase delle indagini preliminari, sono da presumersi innocenti fino alla sentenza irrevocabile che ne accerti le responsabilità e con la precisazione che il giudizio, che si svolgerà in contraddittorio con le parti e le difese davanti al giudice terzo ed imparziale, potrà concludersi anche con la prova dell’assenza di ogni forma di responsabilità in capo agli indagati.

Immagine parzialmente realizzata con Ia.