Europa: aumentano energia e costi e la Bce alza i tassi. Una scelta che appare lontana dalla realtà dei cittadini

L’aumento dei tassi rischia di pesare su credito, imprese, famiglie e debito, finendo per ricadere sui cittadini. Le critiche politiche non hanno alcuna influenza sulla Bce indipendente per legge dei Trattati

Sintesi

Nel marzo 2026 le proiezioni degli esperti dell’Eurosistema (insieme delle banche centrali nazionali dell’area euro e della Bce) indicavano già un quadro appesantito dallo shock energetico legato alla guerra in Medio Oriente. Ieri 11 giugno 2026, la Bce (Banca centrale europea) ha deciso all’unanimità di aumentare di 25 punti base i 3 tassi di riferimento, portando il tasso sui depositi dal 2% al 2,25%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali dal 2,15% al 2,40% e quello sui prestiti marginali dal 2,40% al 2,65%, con decorrenza dal 17 giugno 2026. La decisione rappresenta la 1ª stretta monetaria dal settembre 2023 ed è stata motivata dall’aumento delle pressioni inflazionistiche prodotte dal rincaro dell’energia. Nello scenario di base aggiornato, la crescita dell’area euro è stata rivista allo 0,8% nel 2026, all’1,2% nel 2027 e all’1,5% nel 2028, mentre l’inflazione è stata stimata al 3% nel 2026, al 2,3% nel 2027 e al 2% nel 2028. Christine Lagarde ha spiegato che l’istituto agirà riunione per riunione, senza un percorso già fissato, e ha escluso che la crescita europea sia assente o minacciata in modo significativo. In Italia, Antonio Tajani ha criticato il rialzo sostenendo che l’aumento dei tassi non agevola nessuno, mentre altri esponenti politici e industriali hanno invitato alla prudenza per evitare di appesantire credito, imprese, famiglie e debito, poiché il rialzo rischia di amplificarsi progressivamente nei singoli istituti bancari (con implicitamente, coincidenza vuole, lauti introiti) e di ricadere, alla fine, sui cittadini. Sul piano normativo, la decisione resta incardinata nel mandato europeo della stabilità dei prezzi, fissato dai Trattati sul potere autonomo della banca centrale di intervenire sui tassi. Governi e politica possono criticare le scelte sui tassi, ma non imporle né modificarle formalmente, poiché secondo i Trattati restano forzosamente nella discrezionalità della banca centrale europea.

Articolo

La svolta della politica monetaria europea arriva dopo mesi di tensione sui mercati energetici. Già nelle previsioni di marzo 2026, gli esperti dell’Eurosistema avevano segnalato un peggioramento del quadro macroeconomico, causato dal conflitto in Medio Oriente e dal rialzo dei prezzi di petrolio, gas e materie prime. Il protrarsi della guerra contro l’Iran e l’instabilità delle rotte di approvvigionamento hanno poi trasformato lo shock iniziale in un rischio più duraturo per famiglie, imprese e consumi.

L’11 giugno 2026 il Consiglio direttivo della Bce (Banca centrale europea) ha quindi deliberato un aumento di 25 punti base dei 3 principali tassi di interesse. Il tasso sui depositi, cioè quello riconosciuto alle banche che lasciano liquidità presso l’Eurosistema, passa dal 2% al 2,25%. Il tasso sulle operazioni di rifinanziamento principali, usato dagli istituti per ottenere liquidità ordinaria, sale dal 2,15% al 2,40%. Il tasso sui prestiti marginali, cioè il costo del credito di emergenza a brevissimo termine, passa dal 2,40% al 2,65%. I nuovi valori diventeranno effettivi dal 17 giugno 2026.

La misura segna la 1ª stretta monetaria dal settembre 2023. Francoforte l’ha presentata come una risposta misurata, ma necessaria, davanti a un’inflazione tornata sopra l’obiettivo del 2% nel medio periodo. Secondo i dati illustrati nella conferenza stampa, l’inflazione dell’area euro è salita al 3,2% a maggio 2026, dal 3% di aprile. La componente energetica è arrivata al 10,9%, mentre l’inflazione al netto di energia e alimentari è salita al 2,5%, segnalando che i rincari non sono più confinati solo alle bollette o ai carburanti, ma iniziano a riflettersi su beni e servizi.

Le nuove proiezioni di base riducono la crescita allo 0,8% nel 2026, rispetto allo 0,9% stimato a marzo, e all’1,2% nel 2027, rispetto all’1,3% precedente. Per il 2028 la stima sale invece all’1,5%, dal precedente 1,4%. Sul fronte dei prezzi, l’inflazione media è ora prevista al 3% nel 2026, al 2,3% nel 2027 e al 2% nel 2028. La stessa istituzione ha chiarito che il quadro resta fragile, con rischi al rialzo per i prezzi e rischi al ribasso per l’economia, perché l’impatto finale dipenderà dalla durata della guerra, dall’intensità dello shock energetico e dagli eventuali effetti indiretti su salari, listini e aspettative.

La presidente Christine Lagarde ha difeso la scelta spiegando che il rialzo non rappresenta una decisione drastica, ma un segnale coerente con lo scenario attuale. La presidente ha aggiunto che l’aumento è stato approvato all’unanimità e senza riserve, senza discutere ipotesi alternative, sulla base delle proiezioni tecniche e delle indicazioni del capo economista. Ha inoltre chiarito che l’istituto non si impegna su un percorso prestabilito dei tassi, ma continuerà a decidere riunione per riunione, valutando dati economici, andamento dell’inflazione e trasmissione della politica monetaria al credito.

A chi teme un colpo eccessivo alla ripresa, Lagarde ha risposto che la crescita non appare assente né sottoposta a una minaccia significativa. Il ragionamento è che una crescita dello 0,8% nel 2026, pur debole, non giustifica l’inazione davanti a un’inflazione superiore all’obiettivo. La presidente ha anche richiamato la necessità di interventi strutturali, come il rafforzamento del mercato unico europeo, l’unione dei risparmi e degli investimenti e una maggiore integrazione economica, ritenendo che la politica monetaria da sola non possa sostenere il potenziale di sviluppo dell’area euro.

Il quadro è stato confermato anche da altri organismi internazionali. Il Fmi (Fondo monetario internazionale) ha tagliato la crescita dell’Eurozona allo 0,9% nel 2026 e all’1,2% nel 2027, aumentando nello stesso tempo le stime d’inflazione al 2,8% e al 2,3%. Il messaggio è simile a quello della banca centrale: la guerra produce uno shock negativo sull’offerta, perché rende più costosi energia, trasporti e forniture, ma proprio questa dinamica con l’aggiunta dell’aumento dei tassi può alimentare una pressione sui prezzi più difficile da contenere.

In Italia la scelta ha provocato reazioni critiche. Antonio Tajani, ministro degli Esteri e del Commercio internazionale, ha affermato di non essere favorevole agli aumenti dei tassi, perché nei momenti difficili sarebbe preferibile rendere più semplice l’accesso al credito, soprattutto quando l’inflazione nasce da fattori esterni. Secondo lui, l’aumento dei tassi non aiuta nessuno. Anche Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia e delle finanze, attraverso fonti del Mef (Ministero dell’economia e delle finanze), ha auspicato che la stretta non prosegua, sostenendo che il rialzo non affronta alla radice il rincaro dell’energia. Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy, si è detto preoccupato, mentre Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, ha osservato che si sarebbe aspettato una riduzione e non un incremento del costo del denaro. Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione Ue (Unione europea), ha invece inquadrato la decisione dentro un contesto economico in rapido cambiamento.

Il nodo politico ed economico resta quello dell’equilibrio tra inflazione e crescita. Da un lato, un rialzo dei tassi rende più costosi mutui, prestiti e finanziamenti alle imprese (implicitamente offrendo, guarda caso, ulteriori lauti introiti agli Istituti di credito che moltiplicano la rispettiva percentuale) con possibili effetti su investimenti e consumi. Dall’altro, lasciare correre i prezzi potrebbe indebolire ancora di più il potere d’acquisto, soprattutto se l’aumento dell’energia si trasferisse in modo stabile su alimentari, beni industriali, servizi e salari. È questa la ragione per cui Francoforte ha scelto una stretta contenuta, ma immediata, rimandando ogni ulteriore decisione ai prossimi dati. Tuttavia l’aumento dei tassi viene considerato una misura poco utile in una fase già complessa, in quanto rischia di rendere più difficile l’accesso al credito, di gravare su imprese e famiglie e di appesantire la gestione del debito, soprattutto se il rialzo dovesse essere amplificato dai singoli istituti bancari, finendo così per scaricarsi concretamente sui cittadini.

Sul piano giuridico, la decisione si colloca nel mandato ordinario della politica monetaria europea. L’articolo 127 del Tfue (Trattato sul funzionamento dell’Unione europea) assegna al Sebc (Sistema europeo di banche centrali) l’obiettivo principale della stabilità dei prezzi. La strategia della banca centrale quantifica tale obiettivo nel 2% d’inflazione nel medio periodo. L’articolo 130 tutela inoltre l’indipendenza dell’istituzione e delle banche centrali nazionali, impedendo a governi e organi politici di impartire istruzioni sulle scelte monetarie. Per questo le critiche politiche possono pesare nel dibattito pubblico, ma non vincolano formalmente la decisione sui tassi che continuano a dipendere dalla discrezione della banca centrale europea.

Immagine realizzata con Ia.