Energia. L’Ue concede d’indebitarsi all’Italia per 14 mld a condizione di riforme. Sicilia, Puglia, Sardegna e Basilicata crescono in eolico e fotovoltaico

Grecia, Paesi Bassi e Svezia escono dagli squilibri macroeconomici, mentre Italia, Ungheria e Slovacchia restano sotto osservazione

Sintesi

La nuova crisi energetica collegata alla guerra in Medio Oriente e alle tensioni sullo Stretto di Hormuz ha riportato al centro dell’agenda europea il costo di petrolio e gas, con l’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) che stima per l’Italia una crescita del Pil (Prodotto interno lordo) ferma allo 0,5% nel 2026 e allo 0,6% nel 2027, proprio per l’impatto dei prezzi energetici su consumi, investimenti, esportazioni e salari reali. Dopo mesi di confronto, il 3 giugno 2026 la Commissione Ue (Unione europea) ha aperto alla richiesta italiana di usare una parte della clausola nazionale di salvaguardia già prevista per la difesa anche per investimenti di resilienza energetica, fino allo 0,3% del Pil all’anno nel periodo 2026-2028 e con un tetto complessivo dello 0,6% del Pil, pari per l’Italia a circa 14 miliardi in 3 anni. In pratica si tratta di una deroga controllata ai vincoli di bilancio, non un finanziamento europeo diretto né un via libera a spesa libera. La flessibilità non potrà finanziare riduzioni generalizzate delle accise sui carburanti né sussidi ai combustibili fossili, ma solo interventi strutturali come reti, rinnovabili, accumuli, pompe di calore, elettrificazione e sostegno mirato a famiglie vulnerabili e imprese energivore. Nello stesso pacchetto del Semestre europeo, Bruxelles ha confermato che l’Italia resta in squilibrio macroeconomico e in procedura per disavanzo eccessivo, pur riconoscendo progressi sui conti e sull’attuazione del PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza). Il 3 giugno 2026 il ministro Tommaso Foti ha illustrato in Parlamento l’ultima revisione del Piano, con spostamenti per circa 2,1 miliardi, un nuovo miliardo per le case green (abitazioni verdi e ad alta efficienza energetica) e 200 milioni per l’edilizia residenziale pubblica. Il 4 giugno 2026 è arrivata l’erogazione della nona rata PNRR da 12,8 miliardi, che porta l’Italia all’85% delle risorse complessive previste. Restano però i richiami europei: correggere la spesa pubblica, accelerare fondi di coesione e PNRR, migliorare lavoro e istruzione, ridurre evasione e sussidi ambientalmente dannosi, aggiornare il catasto, modernizzare giustizia e pubblica amministrazione, ridurre liste d’attesa e carenza di personale sanitario.

Articolo

Bruxelles ha concesso all’Italia un’apertura politica importante, ma non un assegno libero. La Commissione europea, nel pacchetto di primavera del Semestre europeo presentato il 3 giugno 2026, ha dato il primo via libera all’uso di una parte dei margini di bilancio già previsti per la difesa anche per la resilienza energetica. La cornice resta quella della clausola nazionale di salvaguardia, introdotta nel nuovo quadro di governance economica dell’Ue (Unione europea) disciplinato dal Regolamento Ue 2024/1263 e già utilizzabile per maggiori spese militari. In questo perimetro, gli Stati potranno destinare all’energia fino allo 0,3% del Pil all’anno nel 2026, 2027 e 2028, con un limite cumulato dello 0,6% del Pil nel triennio, senza oltrepassare il tetto più ampio dell’1,5% del Pil previsto per la difesa. Per l’Italia la misura vale circa 14 miliardi in 3 anni, ma dovrà essere tradotta in interventi compatibili con le regole europee e con la sostenibilità dei conti pubblici.

L’Ue non dà all’Italia 14 miliardi “in regalo”, ma le consente di avere più spazio di bilancio, cioè di spendere fino a quella cifra anche facendo più deficit, e quindi potenzialmente più debito pubblico, purché quei soldi siano destinati a spese precise per rafforzare il sistema energetico, come reti, rinnovabili, accumuli, elettrificazione e aiuti mirati a famiglie fragili e imprese energivore. La decisione arriva dopo una fase di forte pressione italiana. Il Governo Meloni aveva chiesto di trattare la sicurezza energetica come una questione strategica, al pari della difesa, perché l’aumento dei prezzi di petrolio e gas, aggravato dalla guerra in Medio Oriente e dalle tensioni sullo Stretto di Hormuz, colpisce famiglie, imprese e industria manifatturiera. L’OCSE stima che il Pil italiano crescerà dello 0,5% nel 2026 e dello 0,6% nel 2027, segnalando che il nuovo shock energetico pesa su consumi, investimenti ed esportazioni e rischia di cancellare i recenti miglioramenti dei salari reali. In parallelo, la Commissione europea ha avvertito che fino a 1,3 milioni di posti di lavoro nell’Ue potrebbero essere esposti agli effetti della guerra in Medio Oriente, soprattutto nei comparti ad alta intensità energetica.

Il punto più delicato riguarda ciò che potrà essere finanziato. Valdis Dombrovskis, commissario europeo all’Economia, ha chiarito che la flessibilità non coprirà misure che sovvenzionano l’uso di combustibili fossili, comprese riduzioni mirate o generalizzate delle accise sui carburanti. Bruxelles considera questo tipo di interventi costoso, poco selettivo e contrario all’obiettivo di ridurre la dipendenza da petrolio e gas. I margini concessi potranno invece servire per reti elettriche, rinnovabili, batterie, sistemi di accumulo, pompe di calore, elettrificazione, acquisto di veicoli elettrici, interventi per famiglie vulnerabili e sostegni mirati alle imprese energivore, purché siano temporanei, selettivi e orientati alla transizione.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rivendicato il risultato come una conferma della capacità italiana di orientare il dibattito europeo, sostenendo che “l’Italia indica la strada” e che i 14 miliardi potranno mitigare l’impatto dei rincari su famiglie vulnerabili e imprese energivore. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si è detto soddisfatto perché Bruxelles ha accolto una proposta ritenuta fino a pochi mesi fa difficilmente praticabile, ma ha anche ricordato che serviranno prudenza e attenzione alla qualità della spesa. La soddisfazione politica, dunque, convive con una condizione sostanziale: la clausola non deve diventare un canale per nuova spesa corrente indistinta, ma uno strumento per investimenti capaci di abbassare in modo stabile la dipendenza energetica del Paese.

Il via libera sull’energia non cancella i richiami europei. La Commissione Ue ha confermato che l’Italia resta in procedura per disavanzo eccessivo, aperta dal Consiglio il 26 luglio 2024 dopo il deficit al 7,4% del Pil nel 2023. Il 21 gennaio 2025 il Consiglio aveva raccomandato a Roma di riportare sotto controllo il disavanzo entro il 2026, fissando per la spesa netta una crescita nominale non superiore all’1,3% nel 2025 e all’1,6% nel 2026. Il deficit italiano è sceso, ma il dato 2025 al 3,1% del Pil ha lasciato il Paese ancora sopra la soglia europea del 3%, con una correzione da proseguire e con margini di manovra più ristretti.

Nel giudizio macroeconomico, Bruxelles distingue l’Italia da altri Paesi che hanno ridotto le proprie vulnerabilità. Grecia, Paesi Bassi e Svezia escono dalla procedura sugli squilibri macroeconomici, mentre Italia, Ungheria e Slovacchia restano considerate economie con squilibri significativi. Per Roma pesano il debito elevato, la crescita debole, la bassa produttività, le differenze territoriali e la necessità di rendere più efficace la spesa pubblica. La Romania resta invece nella categoria più grave degli squilibri eccessivi.

Le raccomandazioni europee all’Italia seguono una traiettoria ampia. Bruxelles chiede di mantenere la correzione dei conti pubblici, ridurre evasione e complessità fiscale, rivedere le spese fiscali e i sussidi dannosi per l’ambiente, aggiornare i valori catastali, migliorare l’uso del risparmio privato, promuovere l’innovazione, rafforzare la commercializzazione della ricerca universitaria, modernizzare giustizia e pubblica amministrazione, liberalizzare i settori ancora protetti e rimuovere barriere alla concorrenza in energia e trasporti. Sul lavoro, la Commissione sollecita contrattazione collettiva, contrasto al sommerso, politiche attive e servizi di cura per aumentare l’occupazione, con attenzione particolare ad anziani, donne e Mezzogiorno. Su istruzione e welfare, il richiamo riguarda formazione professionale, competenze continue, istruzione terziaria più collegata al mercato e protezione sociale sostenibile.

La sanità è uno dei capitoli più sensibili. La Commissione segnala liste d’attesa troppo lunghe, disparità territoriali e carenza di medici e infermieri, elementi che aggravano l’accesso alle cure e indeboliscono l’equità del Servizio sanitario nazionale. Il richiamo si affianca alla valutazione sulla spesa sanitaria italiana, che nel rapporto Paese 2026 resta sotto la media Ue in rapporto al Pil e mostra criticità anche negli investimenti infrastrutturali. Il messaggio è chiaro: il risanamento dei conti non può essere separato dalla qualità dei servizi pubblici, poiché una spesa bassa o mal distribuita può trasformarsi in un costo sociale ed economico più alto.

Il capitolo energia si intreccia con il PNRR e con l’accelerazione autorizzativa dei progetti rinnovabili. La Commissione tecnica PNRR-PNIEC (Piano nazionale di ripresa e resilienza e Piano nazionale integrato energia e clima), istituita con il decreto ministeriale 457 del 10 novembre 2021 e insediata nel gennaio 2022, ha registrato nei primi 4 mesi del 2026 un aumento delle procedure concluse. Secondo la relazione richiamata dalle fonti di settore, sono state chiuse 236 procedure, il 50% in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con opere per circa 20 miliardi e una potenza complessiva vicina a 9.800 megawatt. La quota più ampia riguarda impianti agrivoltaici, seguiti da eolico onshore (a terra), fotovoltaico tradizionale ed eolico offshore (in mare). Puglia, Sicilia, Sardegna e Basilicata concentrano gran parte dei pareri, confermando che il Mezzogiorno resta il baricentro della transizione energetica ma anche il luogo in cui il carico procedurale è più elevato.

La riorganizzazione della Commissione PNRR-PNIEC, affidata alla nuova presidente Luisa Mosna, nominata con decreto ministeriale del 23 dicembre 2025 e insediata a inizio 2026, ha puntato su una migliore distribuzione delle istruttorie, sulla standardizzazione dei modelli valutativi e sul rafforzamento del contenzioso. Il risultato è un aumento della produttività per commissario, ma l’arretrato resta pesante: al 30 aprile 2026 risultavano oltre 1.300 procedure pendenti, soprattutto su agrivoltaico ed eolico a terra. Questo significa che la flessibilità europea potrà produrre effetti concreti solo se gli investimenti saranno accompagnati da autorizzazioni più rapide, organici adeguati e procedure meno frammentate.

Sul PNRR, il 2026 è l’anno decisivo. Il 29 aprile 2026 la Commissione europea ha dato valutazione positiva alla nona e penultima rata da 12,8 miliardi, collegata al conseguimento di 50 obiettivi. Il 4 giugno 2026 Bruxelles ha poi erogato la rata, portando le risorse incassate dall’Italia a circa 166 miliardi, pari all’85% della dotazione complessiva del Piano. Il Governo rivendica 416 traguardi e obiettivi raggiunti, oltre 655.000 progetti finanziati e più di 541.000 interventi conclusi. Tra i risultati collegati alla nona rata figurano il sostegno educativo a oltre 800.000 studenti a rischio, la digitalizzazione di 7.750.000 fascicoli giudiziari, il Fascicolo sanitario elettronico per l’85% dei medici di base, l’ammodernamento tecnologico di 280 strutture sanitarie, il programma GOL (Garanzia di occupabilità dei lavoratori) con 3 milioni di beneficiari e la formazione di almeno 600.000 persone.

Alla vigilia dell’erogazione, il ministro Tommaso Foti ha illustrato in Parlamento l’ultima rimodulazione del Piano. L’audizione del 3 giugno 2026 davanti alle commissioni riunite di Camera e Senato ha riguardato la fase finale del PNRR e gli ultimi interventi necessari prima della chiusura. La revisione muove circa 2,1 miliardi e tocca una novantina di misure. La modifica più rilevante riguarda l’accantonamento del progetto Rosco, la società pubblica che avrebbe dovuto acquistare e noleggiare treni per favorire la liberalizzazione dei servizi ferroviari Intercity e regionali. Al posto di quella misura viene rafforzato il capitolo abitativo, con un nuovo miliardo destinato alle case green e 200 milioni aggiuntivi per l’efficientamento energetico dell’edilizia residenziale pubblica.

Nella stessa revisione, una parte delle risorse viene spostata da misure con difficoltà di rendicontazione o tempi incompatibili con le scadenze del Piano: in sostanza alcuni soldi vengono tolti da progetti troppo lenti o difficili da documentare entro le scadenze del PNRR e spostati su interventi più rapidi e più facili da completare e giustificare. Il credito d’imposta per la Zes (Zona economica speciale) unica del Mezzogiorno perde 500 milioni di copertura PNRR, destinati a essere sostituiti con fondi nazionali. Il ministero dell’Ambiente riprogramma circa 232 milioni tra colonnine elettriche, fognature e depurazione, agrivoltaico e materie prime critiche. L’Agricoltura riduce fondi su meccanizzazione e parco agri-solare. Altri 90 milioni arrivano dalla misura LogIN (logistica digitale), mentre risorse aggiuntive vanno a comunità energetiche, autoproduzione di energia delle Pmi (Piccole e medie imprese) ed elettrificazione ferroviaria. Il nodo politico e tecnico resta la capacità di completare gli obiettivi e rendicontare la spesa nei tempi europei.

Il quadro normativo e istituzionale mostra quindi 2 binari paralleli. Da un lato c’è il nuovo Patto di stabilità, con il Regolamento Ue 2024/1263, la procedura per disavanzo eccessivo e la clausola nazionale di salvaguardia che può consentire scostamenti temporanei dalla traiettoria della spesa netta. Dall’altro lato c’è il PNRR, con le sue milestone (traguardi) e target (obiettivi), la necessità di rispettare la scadenza finale e il collegamento sempre più stretto tra riforme, investimenti e fondi europei. Resta rilevante il contesto delle procedure di infrazione e delle pronunce europee già richiamate dal Governo, come quella sui ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione, chiusa secondo il ministro Foti dopo le riforme PNRR, e la legge 50 del 20 aprile 2026 sull’assegno unico universale, indicata dall’Esecutivo come adeguamento ai principi Ue.

Il messaggio finale di Bruxelles è dunque doppio. L’Italia ottiene un margine di flessibilità per affrontare una crisi energetica che ha effetti reali su famiglie, imprese e crescita, ma deve usare quel margine per cambiare struttura energetica, non per prolungare sconti sui carburanti. La deroga può diventare un’occasione se accelera rinnovabili, reti, accumuli, elettrificazione, case efficienti e autonomia produttiva. Può invece trasformarsi in un’occasione mancata se viene piegata a misure temporanee senza impatto duraturo.