Emergenza energetica e trasporti al collasso. Allarme delle imprese. Italia annosamente impreparata alle crisi

Dalla guerra nel Golfo all’aumento dei carburanti, il sistema produttivo e il trasporto pubblico locale rischiano una paralisi. Confindustria denuncia vulnerabilità strutturali e ritardi politici nella transizione energetica. Una fragilità strutturale come definita da Legambiente nel report “Il prezzo della dipendenza”

Sintesi

L’Italia affronta una fase di forte fragilità energetica aggravata dal conflitto nel Golfo che ha provocato rincari di gas e petrolio e aumenti dei costi per imprese e trasporti. Confindustria segnala il rischio della più grave crisi energetica con impatti su crescita, inflazione e conti pubblici. Il settore del trasporto pubblico locale registra costi extra rilevanti a causa del caro gasolio mettendo a rischio la continuità dei servizi. La dipendenza da fonti fossili e i ritardi nella transizione energetica espongono il Paese a shock geopolitici e finanziari. Le associazioni chiedono interventi urgenti mentre l’Europa propone misure per ridurre i consumi e sostenere il trasporto pubblico.

Articolo

L’Italia si trova immersa in una condizione di estrema vulnerabilità energetica che emerge con forza a seguito delle tensioni geopolitiche nel Golfo Persico, con epicentro nell’area dell’Iran, e che si riflette immediatamente sui prezzi delle materie prime energetiche, in particolare gas e petrolio. L’allarme è stato lanciato da Confindustria durante un’audizione presso le Commissioni Bilancio di Camera e Senato in merito al Documento di finanza pubblica (DFP, Documento di finanza pubblica), dove è stato evidenziato come il sistema energetico rappresenti la principale debolezza strutturale del Paese destinata così a perdurare nel tempo. Secondo il direttore del Centro Studi, Alessandro Fontana, anche un’interruzione immediata del conflitto produrrebbe effetti negativi sulla crescita, stimati tra 0,1 e 0,3 punti percentuali, mentre un prolungamento fino alla fine dell’anno potrebbe generare una crisi energetica senza precedenti con effetti sistemici sull’intera economia nazionale.

In ordine cronologico: la crisi trae origine dalle tensioni internazionali nel Golfo che hanno provocato un aumento dei prezzi energetici sui mercati globali; in particolare sul TTF (Title Transfer Facility, mercato di riferimento europeo per il gas), seguite dal rallentamento dei consumi e degli investimenti, fino ad arrivare alla recente audizione parlamentare del 2026 in cui sono state formulate proposte emergenziali come il taglio delle accise, il rafforzamento dei crediti d’imposta e lo sblocco delle autorizzazioni per le energie rinnovabili. A queste si aggiungono misure strutturali già previste dal PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) che tuttavia risultano in fase di esaurimento, riducendo l’efficacia della politica fiscale anticiclica.

Le stime elaborate indicano che i costi energetici per le imprese potrebbero aumentare di circa 7 miliardi di euro in caso di conflitto breve e fino a quasi 21 miliardi in caso di guerra prolungata, con un’incidenza complessiva pari al 7,6% dei costi totali. Parallelamente, la crescita del PIL (Prodotto Interno Lordo) è prevista attorno allo 0,5% nel 2026 e allo 0,6% nel 2027, ma gli scenari alternativi delineano stagnazione con inflazione oltre il 4% o addirittura recessione con inflazione prossima al 6%. Le valutazioni trovano riscontro anche nelle previsioni della Banca d’Italia che segnala un aumento dell’inflazione e un rallentamento della crescita economica.

Il quadro si inserisce in una fragilità strutturale ben documentata da Legambiente nel report “Il prezzo della dipendenza”, secondo cui l’Italia importa circa il 95% del gas e il 91% del petrolio consumati, con una forte concentrazione delle forniture provenienti da Paesi come Algeria e Azerbaigian. Tra il 2000 e il 2025 il fabbisogno energetico è stato coperto per circa il 90% da importazioni, mentre il gas continua a rappresentare quasi il 50% della produzione elettrica nazionale, incidendo significativamente sul prezzo finale dell’energia. Nei primi mesi del 2026 il costo all’ingrosso dell’elettricità ha raggiunto circa 130,5 euro per MWh (megawattora), superiore rispetto a Germania, Olanda, Francia e Spagna.

Il ritardo nello sviluppo delle fonti rinnovabili appare evidente anche nel confronto europeo, dove Paesi come Spagna e Germania hanno superato il 50% di produzione elettrica da fonti pulite, mentre l’Italia registra una crescita più lenta e oltre 1700 progetti ancora bloccati nelle procedure autorizzative. Tale situazione è aggravata da scelte politiche come il rinvio del phase-out del carbone al 2038, che rallenta ulteriormente il processo di decarbonizzazione.

Le conseguenze più immediate si manifestano nel settore del trasporto pubblico locale, che conta oltre 110000 addetti, circa 48000 mezzi e più di 5 miliardi di passeggeri annui. Il caro carburante, con aumenti del gasolio superiori al 20% e punte vicine al 25%, ha determinato un incremento dei costi stimato in oltre 30 milioni di euro mensili, di cui circa 20 milioni riferiti al solo trasporto pubblico locale, per un totale annuo superiore a 340 milioni, che arrivano a oltre 480 milioni considerando anche i servizi commerciali. Il gasolio rappresenta infatti tra il 15% e il 20% dei costi di produzione.

Le associazioni di categoria come Asstra e Agens hanno denunciato una disparità di trattamento rispetto al settore dell’autotrasporto merci, evidenziando come il decreto-legge 33 del 2026 non abbia previsto misure specifiche per il comparto passeggeri. Il presidente Andrea Gibelli ha sottolineato la necessità di interventi analoghi a quelli introdotti con il Dl Aiuti-bis del 2022, mentre il direttore generale Fabrizio Molina ha evidenziato il rischio concreto di riduzione o sospensione dei servizi. Analoghe preoccupazioni sono state espresse da Serena Lancione, che ha parlato apertamente di rischio collasso.

A livello europeo, la Commissione europea ha presentato il piano Accelerate EU, volto a incentivare l’utilizzo del trasporto pubblico attraverso tariffe agevolate o gratuite, con l’obiettivo di ridurre il consumo di carburanti fossili. Tuttavia, le associazioni italiane sottolineano che tali misure rischiano di essere inefficaci senza adeguati finanziamenti per coprire i costi operativi delle aziende.

Nel complesso, l’Italia appare intrappolata in una spirale di dipendenza energetica, ritardi nella transizione ecologica e pressione sui conti pubblici, con un rapporto debito/PIL previsto in crescita fino al 138,6% nel 2026. La necessità di sostenere imprese e famiglie comporta nuovi scostamenti di bilancio e un aumento della pressione fiscale, riducendo al contempo le risorse disponibili per servizi e investimenti. La mancata accelerazione sulle rinnovabili e sulla diversificazione delle fonti energetiche ha reso il sistema economico nazionale particolarmente esposto agli shock geopolitici, trasformando ogni crisi internazionale in un fattore destabilizzante per crescita, occupazione e coesione sociale.