Dramma idrogeologico in Nepal e Tibet, tre italiani irreperibili e nuovo rischio di piena

In Nepal i morti sono saliti a quasi cinquecento. Si continua a scavare nel fango mentre un nuovo lago di sbarramento minaccia le aree a valle

Sintesi

Il bilancio della catastrofe che il 26 agosto ha investito il Nepal e il Tibet si è aggravato ancora. La Polizia nepalese ha portato ieri a 469 il numero delle vittime recuperate nel solo Nepal, mentre sul versante tibetano erano stati confermati altri 3 morti. I dispersi restano centinaia e i conteggi cambiano con il ripristino dei contatti e i soccorsi. A due giorni dalla piena non è ancora possibile stabilire quante persone siano state effettivamente travolte e quante risultino soltanto isolate o non raggiungibili.

Tra i connazionali continuano a essere segnalati 3 casi ancora irreperibili: Marco Ratto, cinquantenne di Rapallo, e una coppia italo-svizzera in viaggio dal Tibet verso il Nepal. Valentina Piccinini e Stefano Lotumolo sono invece stati tratti in salvo. La Farnesina ha inviato altro personale a Kathmandu per rafforzare l’assistenza sul posto. Per 3 famiglie italiane l’attesa non è ancora finita.

La devastazione ha interessato il sistema fluviale del Lhende Khola, del Bhote Koshi e del Trishuli. Decine di chilometri di strade sono stati cancellati e 41 ponti risultano distrutti secondo l’ultimo quadro diffuso in Nepal. Intanto le autorità cinesi stanno sorvegliando un nuovo lago formatosi dietro uno sbarramento naturale di detriti e considerato ad alto rischio di cedimento. I soccorritori devono contemporaneamente cercare i dispersi e proteggersi dalla possibilità che un’altra massa d’acqua precipiti verso valle.

Le analisi dell’INGV e dell’USGS hanno escluso che un terremoto abbia provocato la tragedia. Un’enorme massa di ghiaccio e roccia si è staccata in alta quota, è precipitata per oltre un chilometro e ha generato una valanga di detriti capace di produrre un segnale sismico equivalente a un sisma di magnitudo 5,2. La massa ha poi incorporato acqua, fango, rocce e sedimenti lungo la discesa. In sostanza, i sismografi hanno registrato l’energia della catastrofe, non il fenomeno che l’ha innescata.

Gli studiosi italiani stanno anche valutando il ruolo delle temperature e dell’instabilità dei ghiacciai himalayani. La climatologa Marina Baldi ha collegato la fusione del ghiaccio al riscaldamento globale, mentre il geologo Giovanni Crosta ha stimato preliminarmente in almeno 10 milioni di metri cubi la massa iniziale di ghiaccio coinvolta. Le cause specifiche del distacco restano tuttavia oggetto di studio. Il cambiamento climatico rende queste montagne più vulnerabili, ma serviranno ulteriori analisi per attribuirgli con precisione il singolo collasso del 26 agosto.

Articolo

Il bilancio è salito ancora

Le ore hanno continuato a correre contro i soccorritori lungo le vallate del Nepal (Stato himalayano dell’Asia meridionale) e del Tibet (Regione autonoma della Repubblica Popolare Cinese). Nella mattinata di oggi 28 agosto la Polizia nepalese ha comunicato che i corpi recuperati nel Paese sono saliti a 469. Sul versante tibetano l’ultimo bilancio cinese disponibile aveva confermato altri 3 morti. Il numero complessivo delle vittime accertate nelle 2 aree ha quindi ormai superato ampiamente le cifre circolate durante il 27 agosto.

I dati sui dispersi richiedono maggiore cautela. Nelle prime ore successive alla catastrofe sono circolati conteggi superiori a 1.400 persone tra Nepal e Tibet. Il Nepal Tourism Board (Ente nazionale nepalese per il turismo) ha successivamente censito 667 turisti e viaggiatori non contattabili, dei quali 127 nepalesi, mentre sul versante tibetano le autorità cinesi avevano indicato 558 persone irreperibili, comprese 260 straniere. Questi numeri provengono però da banche dati, momenti e categorie differenti e non possono essere semplicemente sommati come se costituissero un unico elenco definitivo. Persone inizialmente irraggiungibili sono state inoltre localizzate o soccorse con il trascorrere delle ore.

È questa la ragione per cui, in una tragedia nella quale reti telefoniche, strade, ponti e collegamenti sono stati distrutti, “non contattabile” non significa necessariamente che una persona sia stata travolta. Il dato più solido e drammatico rimane quello delle vittime effettivamente recuperate e registrate, mentre la consistenza reale dei dispersi potrà essere stabilita soltanto attraverso l’incrocio degli elenchi.

Tre casi italiani ancora senza risposta

Per l’Italia l’attesa riguarda ancora 3 casi segnalati come irreperibili. Marco Ratto (orefice cinquantenne di Rapallo, Comune della Città metropolitana di Genova) stava lasciando il Nepal in direzione del Tibet. L’agenzia cinese che avrebbe dovuto prendere in carico il suo gruppo ha riferito di avere perso i contatti in prossimità del valico. La stessa informazione è stata trasmessa alla famiglia dall’agenzia nepalese.

Ratto è molto conosciuto a Rapallo, dove la famiglia gestisce da generazioni una storica attività di orologeria e oreficeria. Aveva iniziato il viaggio circa 10 giorni prima della tragedia e aveva programmato giornate di trekking (escursioni a piedi lungo itinerari di montagna) insieme ad amici. Quel viaggio era già stato rinviato l’anno precedente a causa di un piccolo infortunio.

Gli altri 2 casi riguardano una coppia italo-svizzera che si stava muovendo dal Tibet verso il Nepal. In questo caso l’accertamento è ancora più complesso in quanto, secondo quanto riferito dalla Farnesina, non sono disponibili i riferimenti dell’agenzia di viaggio e non è stata ancora verificata l’effettiva traversata del confine. Il dato richiede quindi prudenza: i 3 casi italiani segnalati alla Farnesina non coincidono perfettamente con l’elenco inizialmente diffuso dalle Autorità nepalesi, nel quale figuravano 2 cittadini italiani.

Sono invece salvi Valentina Piccinini e Stefano Lotumolo, i 2 italiani compresi nel primo gruppo di turisti stranieri recuperati nelle aree di Timure e Bhote Koshi. La Farnesina (Ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale) ha comunicato di avere contattato circa 130 connazionali segnalati nell’area e Antonio Tajani (vicepresidente del Consiglio e ministro degli Affari esteri) ha disposto l’invio a Kathmandu (capitale del Nepal) di personale dell’Ambasciata italiana a New Delhi, in India. Il comunicato ufficiale della Farnesina ha confermato il coordinamento con il Consolato generale d’Italia a Calcutta, il Consolato onorario a Kathmandu, le autorità locali e i tour operator.

Una storia completamente diversa è quella di Mariapaola Ricozzi (turista italiana quarantenne originaria di Roccasecca, Comune della provincia di Frosinone, nel Lazio). Al momento della catastrofe si trovava nella riserva naturale di Chitwan, nel sud del Nepal, insieme ad altre 4 italiane. Ricozzi ha fatto sapere di stare bene e di non avere subito direttamente conseguenze gravi, pur trovandosi in un Paese nel quale gli spostamenti sono diventati estremamente difficili.

Strade cancellate e ponti trascinati via

La piena ha colpito un territorio vastissimo. Le ultime ricognizioni nepalesi hanno indicato circa 40 chilometri di strade completamente distrutti nella sola area di Rasuwa e 41 ponti completamente compromessi, oltre a lunghi tratti delle principali arterie coperti da fango, massi e frane. Il collegamento Trishuli-Mailung-Syabrubesi-Rasuwagadhi è rimasto interrotto e la polizia ha imposto limitazioni alla circolazione anche su altre strade esposte al rischio di nuovi movimenti franosi.

Nelle operazioni sono stati impegnati migliaia di appartenenti alla Nepal Police (Polizia nepalese), al Nepali Army (Esercito nepalese) e all’Armed Police Force (Forza di polizia armata). Già il 27 agosto l’amministrazione dell’Interno aveva indicato 13.295 uomini mobilitati, con elicotteri militari e civili impiegati per raggiungere zone ormai isolate via terra.

La portata della distruzione si comprende anche osservando dove sono stati recuperati i corpi. Le vittime sono state trascinate molto lontano dall’area nella quale si è originata la massa iniziale, fino a distretti situati parecchi chilometri più a valle. È una delle caratteristiche che rendono questo evento differente da una normale esondazione locale.

Non è stato un terremoto

La ricostruzione scientifica è diventata più precisa nel giro di poche ore e ha corretto una delle prime interpretazioni circolate dopo il disastro. L’INGV (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia) ha chiarito ufficialmente il 27 agosto che il segnale registrato dai sismografi il 26 agosto non è stato generato da un terremoto.

Secondo la prima ricostruzione dell’Istituto, un enorme blocco di ghiaccio e roccia si è staccato da un ghiacciaio ed è precipitato per oltre 1 chilometro. I detriti avrebbero temporaneamente ostruito il fiume nepalese Lhende Khola, creando una diga naturale. Quando lo sbarramento ha ceduto, una gigantesca massa di acqua, fango, rocce e detriti ha acquistato velocità dirigendosi verso gli insediamenti a valle. Il documento scientifico dell’INGV precisa che l’energia generata dal collasso e dalla colata è risultata equivalente a quella di un terremoto di magnitudo 5,2.

L’USGS (United States Geological Survey, Servizio geologico degli Stati Uniti) ha localizzato la sorgente del collasso su una parete glacializzata del versante settentrionale del Langtang Lirung, montagna alta circa 7.200 metri nel Langtang National Park (Parco nazionale del Langtang, nel Nepal centro-settentrionale). La massa ha percorso il sistema fluviale per circa 100 chilometri, incorporando progressivamente altra acqua e altro materiale. L’analisi dell’USGS definisce l’evento una “debris avalanche and flash flood” (valanga di detriti e piena improvvisa) probabilmente innescata dal collasso glaciale.

La differenza è sostanziale: non è stata la terra a tremare facendo crollare il ghiacciaio. È stata una massa eccezionale di ghiaccio e roccia in movimento a scuotere il terreno con una forza tale da essere inizialmente letta dagli strumenti come un terremoto.

Dieci milioni di metri cubi: la prima stima italiana

Giovanni Crosta (professore di Geologia applicata all’Università degli Studi di Milano-Bicocca e componente della Società geologica italiana) ha analizzato le prime immagini satellitari e ha stimato che la porzione iniziale coinvolta potesse comprendere almeno 10 milioni di metri cubi di ghiaccio, ai quali si è aggiunto un volume ancora non determinato di materiale roccioso. Secondo la sua ricostruzione preliminare, la massa si sarebbe staccata intorno ai 5.100 metri di quota e sarebbe precipitata per circa 1.400 metri.

Rodolfo Carosi (presidente della Società geologica italiana) ha spiegato che una caduta di queste dimensioni libera una quantità enorme di energia e che la massa, scendendo, può inglobare acqua, rocce e sedimenti, aumentando volume, velocità e capacità distruttiva. Gli studiosi hanno quindi invitato a non definire automaticamente l’evento come un classico GLOF (Glacial Lake Outburst Flood, piena improvvisa prodotta dal cedimento di un lago glaciale): allo stato delle conoscenze appare più corretto parlare di una piena catastrofica prodotta da una valanga di ghiaccio e roccia e dalla successiva mobilizzazione di acqua e detriti.

Il ruolo del riscaldamento globale

Sul fattore climatico il quadro deve rimanere più prudente. Marina Baldi (climatologa dell’Istituto per la bioeconomia del Consiglio nazionale delle ricerche) ha attribuito la crescente fusione dei ghiacciai al riscaldamento globale e ha osservato che le immagini satellitari mostrano chiaramente la parte di ghiacciaio venuta meno. Ha anche avvertito che non è ancora possibile quantificare con certezza la massa rimasta né prevedere quando potrebbe verificarsi un ulteriore cedimento.

Questo non equivale però a dimostrare già oggi che l’aumento della temperatura sia stato l’unica causa diretta del distacco del 26 agosto. Lo stesso INGV ha specificato che le cause scatenanti sono ancora oggetto di studio. Il dato scientificamente più solido è che il riscaldamento delle alte montagne modifica ghiaccio, permafrost (terreno che rimane congelato per almeno 2 anni consecutivi) e stabilità dei versanti, creando condizioni nelle quali collassi di questo genere possono diventare più probabili. L’attribuzione causale del singolo evento richiede invece misure, immagini e rilievi ulteriori.

Un nuovo lago tiene tutti in allarme

Mentre si continua a cercare tra fango e macerie, il pericolo non è terminato. Il Ministero cinese delle Risorse idriche ha individuato un lago di sbarramento nei pressi della confluenza tra il Chhochen Khola e il Purepu Tsangpo, nel sistema idrografico collegato al Bhote Koshi. Un lago di sbarramento nasce quando una frana o una massa di detriti chiude un corso d’acqua e forma a monte un bacino temporaneo.

La stima ufficiale cinese parlava già nella mattinata del 27 agosto di circa 2 milioni di metri cubi d’acqua, con il bacino in tracimazione. Nei successivi 3 giorni erano attesi afflussi per altri 3 milioni di metri cubi. Le autorità hanno quindi classificato come elevato il rischio di un cedimento improvviso dello sbarramento e hanno rafforzato rilevazioni idrologiche, immagini satellitari, droni e simulazioni della possibile onda di piena.

È questa oggi una delle maggiori preoccupazioni per chi opera lungo il corso d’acqua: una nuova rottura potrebbe riversare rapidamente altra acqua nelle stesse vallate nelle quali soccorritori e residenti stanno cercando sopravvissuti.

Il precedente del 2015 sulla stessa montagna

Il Langtang Lirung ha già una storia tragica. L’USGS ricorda che nel 2015, durante il terremoto di magnitudo 7,8 che devastò il Nepal, dalla stessa montagna si staccò una grande valanga di ghiaccio e detriti. Milioni di metri cubi di materiale precipitarono da circa 5.000 metri per quasi 1.900 metri di dislivello, seppellendo un villaggio e causando oltre 200 morti.

La differenza è fondamentale. Nel 2015 il grande terremoto ha innescato il collasso. Il 26 agosto 2026, invece, le analisi sismologiche disponibili hanno mostrato l’ordine opposto: prima si è verificato il distacco della massa glaciale e rocciosa, poi il suo impatto ha prodotto il segnale registrato dai sismografi.

I pellegrini diretti al Kailash

La stagione nella quale si è verificata la catastrofe ha contribuito all’altissimo numero di stranieri coinvolti. Agosto coincide con uno dei periodi di maggiore movimento verso il Monte Kailash, vetta di circa 6.638 metri nel Tibet occidentale, e verso il vicino lago Manasarovar. Il luogo è considerato sacro da induisti, buddhisti tibetani, giainisti e seguaci della religione Bon. Per gli induisti il Kailash è legato alla dimora di Shiva e Parvati. Nel buddhismo tibetano viene associato alla cosmologia del Monte Meru e a importanti tradizioni tantriche. Anche il giainismo e la religione Bon attribuiscono alla montagna un valore spirituale eccezionale. Per questo migliaia di pellegrini affrontano ogni anno itinerari difficili e passi di alta quota per raggiungere la regione.

Il Ministero degli Esteri indiano aveva inizialmente comunicato di non riuscire a contattare 288 cittadini indiani in Nepal, molti dei quali diretti proprio verso Kailash-Manasarovar. I successivi elenchi turistici nepalesi hanno progressivamente ridotto quel numero con il ristabilirsi delle comunicazioni, dimostrando ancora una volta perché le cifre dei dispersi debbano essere considerate provvisorie.

Gli aiuti dall’estero

Alla mobilitazione di Nepal e Cina si è affiancata quella internazionale. Gli Stati Uniti hanno annunciato 500.000 dollari destinati a rifugi d’emergenza, acqua, servizi igienico-sanitari e beni essenziali. Il Regno Unito ha messo a disposizione 5 milioni di sterline e offerto personale specializzato per le emergenze. L’India ha inviato decine di tonnellate di medicinali, razioni alimentari e materiali di soccorso, mentre la Corea del Sud ha annunciato assistenza per 1 milione di dollari. Organizzazioni delle Nazioni Unite, Croce Rossa internazionale e altre strutture umanitarie hanno attivato ulteriori interventi.

António Guterres (segretario generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite) ha espresso solidarietà alle popolazioni colpite. Anche Re Carlo III (sovrano del Regno Unito) e la regina Camilla hanno manifestato il proprio cordoglio. Ma mentre arrivano gli aiuti, la priorità rimane ancora la stessa: raggiungere le zone isolate, identificare le vittime e capire quante delle persone che continuano a mancare all’appello possano ancora essere ritrovate vive.