Disastri. La morte silenziosa e invisibile venuta dal lago Nyos uccise 1.746 persone mentre dormivano

A 40 anni dalla nube invisibile che ha ucciso 1.746 persone in Camerun, i rischi nascosti tra acqua, gas e vulcani restano sotto sorveglianza

Sintesi

Il 21 agosto ricorrono 40 anni dal disastro del lago Nyos, nel Camerun nord-occidentale. Nel 1986 una massa di anidride carbonica è uscita dalle acque profonde, ha invaso le valli e ha ucciso 1.746 persone e circa 3.500 capi di bestiame. Il pericolo non è arrivato da lava o fiamme, ma da un gas invisibile che ha preso il posto dell’aria respirabile.

Il gas, accumulato per anni sotto la pressione dell’acqua, è risalito e si è liberato con un processo rapido e autoalimentato. La causa che ha avviato il fenomeno non è stata ancora stabilita: una frana, piogge intense e un’instabilità interna del lago restano ipotesi, non certezze. Il lago ha funzionato come una bottiglia molto carica di gas alla quale è venuto meno l’equilibrio.

Il precedente del lago Monoun, che nel 1984 ha provocato 37 morti, ha permesso di riconoscere una rara eruzione limnica. Dal 2001 tubi di degassamento hanno ridotto il rischio a Nyos, ma le sorgenti profonde continuano ad alimentare il bacino e rendono indispensabili misurazioni regolari. L’intervento ha alleggerito il lago senza trasformarlo in un sistema che può essere abbandonato a sé stesso.

Le ricerche più recenti hanno distinto Nyos da altri scenari: il lago Kivu è rimasto stabile nei rilevamenti di lungo periodo; al Monte Rainier sono i lahar a minacciare le valli; a Yellowstone una nuova piccola esplosione idrotermale, avvenuta nel giugno 2026, ha aperto ulteriori punti di osservazione. Fenomeni diversi richiedono allarmi, modelli e controlli costruiti sul singolo territorio.

Articolo

Il 21 agosto ricorrono 40 anni dalla notte in cui il lago Nyos (bacino vulcanico della Regione del Nord-Ovest del Camerun, in Africa centrale) ha liberato una nube che non si vedeva e non aveva odore. Il bilancio più preciso riportato dalla letteratura scientifica è di 1.746 morti e circa 3.500 capi di bestiame. Nyos, Cha e Subum (villaggi della Regione del Nord-Ovest) sono stati investiti mentre molti abitanti dormivano. La tragedia non è stata causata da una colata di lava: dalle profondità del lago è uscita anidride carbonica (CO₂), un gas incolore e inodore che, ad alta concentrazione, ha provocato perdita di coscienza e asfissia.

Il rapporto del United States Geological Survey (Servizio geologico degli Stati Uniti, USGS) e lo studio pubblicato nel 1987 su “Science” (Scienza) hanno escluso indizi di un’eruzione vulcanica diretta capace di spiegare la strage. Alcuni superstiti hanno ricordato un odore di uova marce, ma la CO₂ non produce quell’odore e le indagini non hanno trovato una quantità significativa di acido solfidrico (gas riconoscibile proprio per quell’odore) che giustificasse l’accaduto. Uno studio medico su 845 sopravvissuti ha indicato come causa principale un gas asfissiante e ha documentato soprattutto perdita di coscienza, ustioni o lesioni cutanee in una parte dei pazienti e conseguenze respiratorie. L’odore riferito nelle testimonianze, quindi, non prova che il responsabile sia stato un altro gas.

Nyos è profondo circa 210 metri e le sue acque tropicali rimangono stabilmente divise in strati. La CO₂ di origine profonda è entrata nel fondo del lago e si è sciolta nell’acqua sotto una pressione elevata. George Kling (limnologo, cioè studioso delle acque interne, dell’Università del Michigan e coautore dell’indagine del 1987) ha contribuito a ricostruire un meccanismo paragonabile a quello di una bottiglia di bevanda gassata. Finché la pressione e la stratificazione hanno trattenuto il gas, la superficie è apparsa quieta. Quando una parte dell’acqua ricca di CO₂ ha cominciato a risalire, la pressione è diminuita, si sono formate bolle e la risalita si è accelerata.

Questo evento è chiamato eruzione limnica (rilascio improvviso di gas disciolto nelle acque profonde). Secondo la ricostruzione scientifica, nell’atmosfera è stato immesso un volume di circa 1,2 chilometri cubi di CO₂, calcolato alle normali condizioni di pressione. Essendo più densa dell’aria, la massa gassosa è rimasta vicina al terreno e ha seguito le valli per molti chilometri. L’acqua profonda trascinata in superficie conteneva ferro disciolto: il contatto con l’ossigeno lo ha ossidato e ha dato al lago la colorazione rossastra descritta dopo il disastro. Il presunto detonatore non è stato invece identificato in modo definitivo. Una frana, le piogge e il raffreddamento superficiale o una perdita spontanea di stabilità sono rimasti tra le spiegazioni discusse. Presentare una sola di queste ipotesi come causa accertata sarebbe una congettura.

Il primo avvertimento era arrivato 2 anni prima. Il 15 agosto 1984 il lago Monoun (nella Regione dell’Ovest del Camerun) aveva rilasciato CO₂ e provocato 37 morti. Le misure eseguite nei 2 laghi hanno poi mostrato che entrambi ricevevano nuovo gas dalle profondità. Nyos, tuttavia, aveva dimensioni, morfologia e quantità accumulate capaci di produrre un disastro molto più esteso.

La risposta tecnica ha seguito un percorso graduale. Nel 2001 è entrato in funzione il primo tubo permanente di degassamento: l’acqua ricca di CO₂ è stata prelevata dal fondo e, una volta avviata la risalita, la fuoriuscita delle bolle ha spinto spontaneamente il getto verso l’alto, senza una pompa continua. Nel 2011 sono stati aggiunti altri 2 tubi. Le misurazioni quantitative pubblicate nel 2021 hanno confermato la forte riduzione del gas rispetto alla fase precedente gli interventi, ma anche la persistenza di CO₂ negli strati più profondi e la necessità di controlli regolari. Un’analisi sul funzionamento del sistema ha concluso che un tubo operativo può compensare approssimativamente la ricarica naturale attuale. È un equilibrio da verificare, non una garanzia definitiva.

Il confronto più delicato riguarda il lago Kivu (al confine tra Ruanda e Repubblica Democratica del Congo, nell’Africa dei Grandi Laghi), che contiene enormi quantità di CO₂ e metano e ha un bacino idrografico abitato da circa 5,7 milioni di persone. Uno studio basato su 45 anni di dati non ha rilevato un aumento misurabile delle concentrazioni di gas e le ha considerate vicine a uno stato stazionario (equilibrio nel quale i valori non cambiano in modo apprezzabile). Un nuovo modello pubblicato nel 2026 ha previsto che la chemoclina (zona di separazione tra strati d’acqua con composizione chimica diversa) possa rimanere stabile per secoli, se le condizioni del modello non cambiano. Il risultato ridimensiona l’idea di un ribaltamento spontaneo imminente, ma non elimina le variabili esterne, tra cui attività vulcanica, terremoti e gestione dell’estrazione del metano.

Al Monte Rainier (vulcano di 4.392 metri nello Stato di Washington, negli Stati Uniti, a sud-est di Seattle) il rischio principale è differente. Acqua, neve e ghiaccio possono mescolarsi a rocce e detriti e generare un lahar (colata rapida di fango e materiale vulcanico), anche senza un’eruzione in corso. L’USGS considera queste colate la minaccia più grave del vulcano. I dati geologici principali sono: almeno 9 grandi lahar negli ultimi 5.600 anni; la colata di Osceola, avvenuta circa 5.600 anni fa, ha avuto un volume stimato tra 2 e 3 chilometri cubi; la colata di Electron, circa 500 anni fa, ha percorso quasi 100 chilometri e potrebbe non essere stata preceduta da un’eruzione. La rete di rilevamento e allarme è stata sviluppata dal 1998 e aggiornata perché, nelle aree abitate fuori dal parco, i tempi modellati di arrivo possono ridursi a 15-60 minuti.

Anche Yellowstone ha offerto un aggiornamento che rende superate molte ricostruzioni precedenti. Il 23 luglio 2024 un’esplosione idrotermale (vaporizzazione improvvisa di acqua surriscaldata con espulsione di rocce e fango) ha distrutto una passerella nella Biscuit Basin (area geotermica del Parco nazionale di Yellowstone, nello Stato del Wyoming, negli Stati Uniti), senza causare feriti. Il 13 giugno 2026, nella stessa zona ancora chiusa, si è verificata un’altra esplosione più piccola: ha aperto nuove bocche, prodotto una frattura lunga circa 18,5 metri e formato una pozza con acqua vicina a 90 gradi Celsius. Il 22 luglio l’USGS ha installato una nuova telecamera che invia immagini ogni 15 minuti, affiancando gli altri strumenti impiegati per cercare eventuali segnali precursori.

Queste esplosioni non equivalgono all’eruzione della grande caldera (ampia depressione vulcanica) di Yellowstone. Avvengono quando acqua sotterranea molto calda passa bruscamente allo stato di vapore dopo una diminuzione della pressione. Il territorio conserva eventi molto più antichi: il cratere di Mary Bay, sul margine settentrionale del lago Yellowstone, misura circa 2,5 chilometri ed è stato prodotto da quella che l’USGS considera la maggiore esplosione idrotermale conosciuta, avvenuta circa 13.000 anni fa. I piccoli eventi recenti non annunciano una supereruzione, ma mostrano perché anche fenomeni localizzati richiedano distanze di sicurezza e monitoraggio ravvicinato.

La lezione di Nyos non è che ogni lago vulcanico sia una trappola. È che superfici tranquille possono nascondere processi fisici molto diversi, leggibili soltanto attraverso profili dell’acqua, sensori, analisi dei gas e ricostruzioni geologiche. A 40 anni dalla strage, i tubi sul lago camerunese, gli allarmi del Rainier e i nuovi strumenti di Yellowstone, raccontano la stessa doverosa attenzione: il rischio naturale non può sempre essere annullato, ma può essere riconosciuto prima che torni a sorprendere una comunità. Anche la ciclicità della Natura non deve essere mai trascurata.

Nell’immagine di copertina, il Lago Nyos, il Monte Rainier e Biscuit Basin area geotermica del Parco nazionale di Yellowstone.