Dalla Val di Susa a Berlino e alla Sicilia: violenza, proteste e sicurezza dividono l’Europa

Gli assalti ai cantieri della Torino-Lione, l’attentato contro il Pride di Berlino e la richiesta della Gay street di Palermo di vietare il burqa hanno riacceso il confronto su sicurezza, libertà e limiti della protesta

Sintesi

Il 19 luglio 2026 Abderrahim Fakir è morto nel quartiere Pilastro di Bologna durante un intervento della Polizia, dando origine a manifestazioni, un’inchiesta giudiziaria e un acceso confronto sulle modalità del fermo. Il 20 luglio una protesta nel centro cittadino è degenerata in scontri, mentre il 26 luglio circa 2.000 persone hanno attraversato pacificamente il quartiere chiedendo verità e giustizia. Il 25 luglio migliaia di manifestanti No Tav hanno raggiunto più cantieri della Torino-Lione in Val di Susa e alcuni gruppi hanno lanciato pietre, molotov e ordigni contro le Forze dell’ordine, provocando 124 feriti, danni inizialmente stimati in circa 1 milione di euro e l’identificazione di 436 persone. Nella stessa serata un furgone ha investito la folla nei pressi del Pride di Berlino, uccidendo una donna e ferendo 29 persone, mentre il sospettato 21enne fondamentalista islamico è stato ucciso il giorno successivo durante un intervento della Polizia. Il Governo tedesco ha qualificato il fatto come un probabile attentato di matrice islamista. Dopo l’attacco, la Gay street di Palermo ha chiesto al Comune di impedire l’accesso alla strada a chi indossa indumenti che coprono integralmente il volto. Le vicende, pur profondamente diverse, hanno posto al centro la necessità di difendere insieme sicurezza, libertà di manifestazione, diritti delle minoranze, garanzie giudiziarie e responsabilità individuali, evitando di attribuire a interi movimenti, comunità religiose o corpi dello Stato le condotte dei singoli.

Articolo

Il 19 luglio 2026 Abderrahim Fakir (imprenditore di 42 anni, nato in Marocco e residente in Italia) è morto in via Italo Svevo, nel quartiere Pilastro di Bologna (comune capoluogo dell’Emilia-Romagna), durante un intervento della Polizia richiesto dopo alcune segnalazioni riguardanti un uomo agitato e il danneggiamento di un veicolo. Le immagini diffuse in rete hanno mostrato il 42enne immobilizzato a terra mentre chiedeva aiuto e manifestava difficoltà respiratorie. Gli agenti avevano utilizzato spray al peperoncino e cercato di ammanettarlo dopo una reazione aggressiva, secondo la ricostruzione iniziale riportata dagli organi d’informazione. La Procura ha aperto un’indagine per accertare le cause della morte, le modalità del contenimento e l’eventuale incidenza delle condizioni fisiche, del caldo, dei farmaci o di altri fattori.

Il procedimento ha coinvolto nelle verifiche 2 poliziotti e 4 sanitari intervenuti sul posto, mentre sono stati acquisiti filmati, registrazioni delle bodycam (telecamere indossate dagli agenti) e documentazione sanitaria. La presenza di una ferita alla nuca, visibile in alcune immagini, ha generato interpretazioni contrapposte tra i legali della famiglia e quelli degli operatori, ma spetterà agli accertamenti medico-legali e alla magistratura ricostruirne origine e rilevanza. Non è pertanto possibile attribuire responsabilità definitive prima della conclusione delle indagini.

Il giorno successivo il centro di Bologna è stato attraversato da una manifestazione durante la quale una parte dei partecipanti ha affrontato le Forze dell’ordine, lanciando oggetti e provocando disordini. La Polizia ha risposto con lacrimogeni e idranti. Dopo le minacce ricevute sui social, la Prefettura ha assegnato una scorta a Matteo Lepore (sindaco di Bologna appartenente al Partito democratico che aveva sostenuto la manifestazione), estesa agli impegni pubblici e privati.

Il 25 luglio la famiglia ha organizzato una cena comunitaria e ha ribadito la propria fiducia nella giustizia, chiedendo di evitare altre violenze. Il giorno seguente circa 2.000 persone hanno partecipato a una marcia pacifica nel quartiere Pilastro, partita dall’area nella quale il 42enne era deceduto. I manifestanti hanno invocato “verità e giustizia”, esposto bandiere italiane, marocchine e palestinesi e, al termine del corteo, si sono inginocchiati con il pugno alzato richiamando il gesto divenuto simbolo del movimento Black Lives Matter (le vite delle persone nere contano), nato negli Stati Uniti dopo diversi casi di afroamericani morti durante interventi di Polizia.

Matteo Maria Zuppi (cardinale, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana) ha osservato che la violenza compiuta da pochi non può cancellare le finalità solidali della manifestazione. Ha contemporaneamente espresso vicinanza agli agenti e richiamato la necessità che chi esercita la forza sappia mantenerne il controllo anche nelle situazioni più imprevedibili. La sua posizione ha distinto il legittimo bisogno di conoscere la verità dall’attribuzione anticipata di responsabilità collettive.

Mentre Bologna affrontava questa vicenda, il 25 luglio la Val di Susa (valle alpina della Città metropolitana di Torino) è stata teatro di una nuova e grave escalation legata alla contestazione della linea ferroviaria Torino-Lione. Il progetto risale all’accordo sottoscritto da Italia e Francia il 29 gennaio 2001, ratificato dall’Italia nel 2002. Un ulteriore accordo del 30 gennaio 2012 ha disciplinato realizzazione ed esercizio del collegamento misto destinato a merci e passeggeri, mentre gli atti firmati nel 2015 e nel 2016 hanno definito l’avvio dei lavori definitivi, la suddivisione delle spese e le regole contrattuali, ricevendo la ratifica parlamentare italiana nel 2017.

L’opera fa parte del corridoio mediterraneo della rete TEN-T (Trans-European Transport Network, rete transeuropea dei trasporti) e comprende una sezione transfrontaliera gestita da TELT (Tunnel Euralpin Lyon Turin, società pubblica partecipata in parti uguali da Italia e Francia). Il movimento No Tav è nato negli anni Novanta dall’opposizione di abitanti, amministratori, comitati e associazioni preoccupati per costi, impatto ambientale, cantieri, amianto, consumo del territorio e utilità economica dell’infrastruttura. Nel tempo la mobilitazione ha alternato marce pacifiche, ricorsi, iniziative culturali, occupazioni e ripetuti scontri con le Forze dell’ordine.

La manifestazione del 25 luglio è partita da Venaus (comune della Città metropolitana di Torino), ma diversi gruppi si sono separati dal corteo e hanno raggiunto i cantieri di Chiomonte, Salbertrand, San Didero e Traduerivi, frazione di Susa. Gli assalitori hanno utilizzato pietre, fuochi pirotecnici, molotov, ordigni artigianali e altro materiale incendiario. Il bilancio reso noto il giorno successivo ha indicato 58 poliziotti, 48 carabinieri e 18 appartenenti alla Guardia di Finanza feriti, oltre a 4 mezzi danneggiati. La Polizia ha identificato 436 persone, comprese alcune provenienti da Francia, Germania e Belgio, e ha sequestrato maschere antigas, caschi, passamontagna, materiale esplosivo e incendiario. Le identificazioni non equivalgono automaticamente a denunce o condanne, poiché le singole posizioni devono essere esaminate sotto il profilo penale e amministrativo e collegate a comportamenti specifici.

Massimo Gambino (questore di Torino e dirigente della Polizia di Stato) ha parlato di una “escalation di azioni di guerra e di violenza” e del tentativo di trasformare la valle in un “laboratorio europeo della guerriglia urbana”. Si tratta di una valutazione istituzionale molto severa, pronunciata alla luce degli strumenti impiegati e del numero degli operatori feriti, ma che non può essere estesa indiscriminatamente alle migliaia di persone che hanno manifestato senza compiere atti violenti.

A Chiomonte (comune della Città metropolitana di Torino) una prima ricognizione ha stimato danni vicini a 1 milione di euro. Alcune bombole di acetilene sono esplose dopo l’allontanamento di una decina di operai presenti nel cantiere, mentre restano da quantificare le conseguenze negli altri siti. La società costruttrice dovrà stabilire tempi e costi per rimuovere i detriti, ripristinare le aree di lavoro e riattivare i servizi all’interno della galleria.

Il movimento ha invece definito la giornata una prova della propria capacità di raggiungere tutti i cantieri e di superare i dispositivi predisposti dalle autorità. Ha parlato di 20.000 persone, di “truppe di occupazione” e di una valle “tutt’altro che pacificata”. Queste espressioni rappresentano la narrazione politica degli organizzatori e non cancellano la responsabilità individuale di chi ha scagliato ordigni o incendiato strutture. La libertà di manifestare e di opporsi a un’opera pubblica è tutelata dalla Costituzione, ma non comprende l’aggressione alle persone, la fabbricazione di esplosivi o la distruzione dei cantieri.

Elisabetta Alberti Casellati (ministra per le Riforme istituzionali e appartenente a Forza Italia), Maurizio Gasparri (senatore dello stesso partito e presidente della Commissione Esteri e Difesa), Matteo Salvini (vicepresidente del Consiglio, ministro delle Infrastrutture e leader della Lega) e Ignazio La Russa (presidente del Senato ed esponente di Fratelli d’Italia) hanno condannato gli assalti ed espresso solidarietà agli agenti di Polizia feriti. Roberto Repole (cardinale, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa) ha affermato che le azioni di guerriglia non meritano comprensione, distinguendole implicitamente dalla contestazione civile dell’opera.

Nella stessa serata del 25 luglio Berlino (capitale della Germania) è stata sconvolta da un attacco nei pressi del Christopher Street Day, la manifestazione annuale per i diritti LGBTQ+ (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer e altre identità). Intorno alle ore 22:00 un furgone ha percorso un tratto del Tiergarten, grande parco nel centro della città, investendo alcune persone e terminando la corsa contro un albero. Una donna è morta e il bilancio successivo ha raggiunto 29 feriti, alcuni dei quali in condizioni gravi.

Le prime informazioni hanno riferito anche di persone colpite con un’arma da taglio dopo l’investimento. Il sospettato, Abdul Ballout (21enne cittadino tedesco di origine libanese), era già noto alla Polizia per precedenti e per la vicinanza ad ambienti fondamentalisti islamisti. Il 26 luglio è stato rintracciato in un complesso di orti urbani nel quartiere Spandau, nella parte occidentale della capitale. Secondo la ricostruzione delle autorità, si è diretto contro gli agenti impugnando un’arma da taglio ed è stato colpito a morte dal reparto speciale.

Alexander Dobrindt (ministro federale dell’Interno appartenente all’Unione cristiano-sociale) ha dichiarato che gli elementi raccolti facevano ritenere probabile una matrice terroristica islamista. La qualificazione definitiva e l’eventuale presenza di complici restano tuttavia affidate all’indagine. Friedrich Merz (cancelliere federale e leader dell’Unione cristiano-democratica) ha definito il fatto un attacco contro la società libera e aperta della Germania, mentre Kai Wegner (sindaco-governatore di Berlino appartenente allo stesso partito) ha richiamato la necessità di difendere il carattere pluralista della città.

Giorgia Meloni (presidente del Consiglio e leader di Fratelli d’Italia) ha espresso a nome del Governo solidarietà alla Germania, vicinanza alla famiglia della vittima e auguri ai feriti, condannando ogni forma di estremismo e di odio. La reazione istituzionale italiana ha sottolineato il carattere europeo dell’attacco, diretto contro una manifestazione pubblica e contro persone riunite per rivendicare libertà e uguaglianza.

L’eco dell’attentato ha raggiunto la Sicilia, dove i portavoce della Gay street di Palermo hanno chiesto all’Amministrazione comunale di impedire l’accesso alla zona a chi indossa il burqa, abito che copre integralmente il corpo e il volto lasciando una griglia davanti agli occhi. L’area, inaugurata il 1° giugno 2026 in via Argenteria, nel quartiere storico della Vucciria, è stata promossa da associazioni e attività commerciali come luogo di accoglienza, socialità e contrasto all’omofobia.

La richiesta ha collegato la copertura del volto a un problema di identificazione e sicurezza, ma ha anche utilizzato formulazioni generalizzanti verso le donne musulmane e l’Islam. È necessario distinguere la legittima esigenza di riconoscere le persone nelle situazioni di rischio dall’attribuzione di una minaccia a un’intera religione o a chi indossa un determinato abito. L’attacco di Berlino è stato attribuito a un singolo radicalizzato e non autorizza a considerare sospetta ogni persona musulmana.

L’articolo 5 della legge numero 152 del 22 maggio 1975 vieta l’uso, senza giustificato motivo, di caschi protettivi o altri mezzi che rendano difficoltoso il riconoscimento della persona in luogo pubblico o aperto al pubblico. Durante le manifestazioni il divieto è più netto e non ammette il giustificato motivo. L’applicazione concreta agli indumenti religiosi dipende dalle circostanze, dalla necessità di identificazione e dall’interpretazione delle autorità e dei giudici. L’Italia, diversamente dalla Francia e dal Belgio, non ha introdotto un divieto generale del velo integrale in ogni spazio pubblico.

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha ritenuto compatibile con la Convenzione il divieto generale francese del 2010, riconoscendo agli Stati un ampio margine di valutazione nella tutela della sicurezza e delle condizioni della convivenza. La stessa sentenza ha però evidenziato il forte impatto del provvedimento sulle donne che scelgono il velo integrale per ragioni religiose e ha ricordato che un divieto fondato esclusivamente sulla sicurezza richiede una minaccia generale adeguatamente dimostrata. Non esiste quindi una soluzione automaticamente trasferibile da un Paese all’altro senza una legge nazionale e una valutazione di proporzionalità.