Crisi nel Golfo e guerra in Iran: turismo globale in difficoltà, energia in impennata e mercati sotto pressione

Il conflitto esploso il 28 febbraio 2026 tra Iran, Stati Uniti e Israele innesca una destabilizzazione globale che colpisce turismo, commercio e finanza, con effetti diretti sull’Europa e sull’Italia specialmente per i rincari energetici e il rallentamento economico. Riconvertiti i flussi turistici verso mete ritenute più sicure come Canarie, Spagna, Italia, Capo Verde, Caraibi, Grecia, Marocco e Stati Uniti

Sintesi

La guerra in Iran iniziata il 28 febbraio 2026 ha generato una crisi geopolitica ed economica con ripercussioni immediate su turismo, energia e mercati finanziari. Il turismo globale organizzato registra perdite prossime ai 100 milioni di euro con migliaia di prenotazioni cancellate o modificate. Il blocco dello Stretto di Hormuz e le tensioni nel Mar Rosso stanno alterando le rotte commerciali globali aumentando costi e tempi di trasporto. I prezzi del petrolio e del gas sono saliti sensibilmente incidendo su inflazione e crescita economica soprattutto in Europa. Le banche centrali adottano politiche più restrittive mentre i mercati mostrano elevata volatilità. L’Italia risulta particolarmente esposta per la dipendenza energetica e il rallentamento della domanda interna.

Articolo

Il conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele, avviato il 28 febbraio 2026, ha rapidamente assunto una dimensione regionale coinvolgendo infrastrutture strategiche e rotte energetiche fondamentali. L’innesco militare ha determinato un deterioramento immediato della sicurezza nel Golfo Persico e ha posto sotto pressione lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20-25% del petrolio mondiale e una quota rilevante di GNL (gas naturale liquefatto). La temporanea chiusura o limitazione del passaggio ha provocato un’impennata dei prezzi energetici con il Brent oltre i 120 dollari al barile, segnando uno shock comparabile alle crisi petrolifere storiche.

Adesso, l’escalation nel Mar Rosso, alimentata dagli attacchi degli Houthi dello Yemen, ha reso instabile anche il transito nello Stretto di Bab el-Mandeb, compromettendo la continuità della rotta verso il Canale di Suez e quindi il Mediterraneo. Le compagnie di navigazione sono state costrette a deviare lungo il Capo di Buona Speranza, aumentando i tempi di consegna di 10-15 giorni e i costi logistici. Questo ha inciso direttamente sui flussi commerciali verso porti europei come Rotterdam, amplificando i costi finali delle merci.

In questo contesto, il settore globale del turismo organizzato ha subito un contraccolpo immediato. Secondo le analisi del Centro studi turistici di Firenze per Assoviaggi Confesercenti (un ente no-profit nato nel 1975, specializzato in ricerche, analisi e formazione per il settore turistico per monitorare il turismo organizzato e le agenzie di viaggio), su 681 agenzie esaminate si registrano oltre 7.100 prenotazioni cancellate, modificate o dirottate. L’impatto economico ha raggiunto quasi 100 milioni di euro nelle prime settimane, includendo rimborsi, perdita di commissioni e maggiori oneri operativi. La crisi ha determinato cancellazioni totali nelle aree direttamente coinvolte, tra cui Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Giordania, Arabia Saudita, Oman, Qatar e Kuwait, sia per motivi di sicurezza sia per la chiusura degli spazi aerei.

Le ricadute si estendono anche a destinazioni indirettamente collegate. Viaggi verso Asia, Sud-Est asiatico e Oceania risultano penalizzati per la dipendenza dagli hub aeroportuali di Dubai, Doha e Abu Dhabi. Nelle prime 3 settimane si contano oltre 3.800 cancellazioni e circa 3.300 richieste di cambio destinazione. Le agenzie hanno quindi riconvertiti i flussi verso mete ritenute più sicure come Canarie, Spagna, Italia, Capo Verde, Caraibi, Grecia, Marocco e Stati Uniti. La perdita media per punto vendita supera i 14mila euro, mentre il 41,5% delle agenzie ha sostenuto costi aggiuntivi per la ricollocazione dei clienti.

Sul piano macroeconomico, la crisi si inserisce in un contesto già fragile segnato dai dazi commerciali introdotti nel 2025 dagli Stati Uniti. Il Centro Studi di Confindustria (CSC) ipotizza uno scenario base in cui il conflitto si esaurisce entro marzo, ma prevede scenari peggiorativi in caso di durata più lunga. Il prezzo del petrolio è stimato in media a 78 dollari nel 2026 con revisioni al rialzo, mentre il gas europeo potrebbe raggiungere 41 euro per MWh (megawattora, unità di misura dell’energia).

L’Eurozona appare tra le aree più vulnerabili. La crescita del PIL (Prodotto Interno Lordo) è prevista rallentare all’1,1% nel 2026, mentre per l’Italia il rischio è una frenata fino allo 0,5%. L’aumento dei prezzi energetici incide sull’inflazione e sul potere d’acquisto delle famiglie, generando effetti a catena su consumi e investimenti. Le stime della Banca Centrale Europea indicano che, con petrolio tra 115 e 120 dollari, la crescita potrebbe ridursi fino a 1 punto percentuale entro il 2027.

I mercati finanziari hanno reagito con forte volatilità. Le borse europee hanno registrato cali vicini al 10%, mentre i tassi di interesse sono saliti significativamente. Il differenziale tra BTP (Buoni del Tesoro Poliennali) e Bund tedeschi ha superato i 90 punti base, segnalando una maggiore percezione di rischio per l’Italia, legata alla sua dipendenza energetica. Anche il mercato obbligazionario ha subito pressioni, con rialzi marcati dei rendimenti e ampliamento degli spread.

Le banche centrali hanno adottato un approccio più prudente. La Federal Reserve ha mantenuto i tassi nel range 3,5–3,75%, mentre la BCE ha lasciato invariato il tasso sui depositi al 2%, ma con aspettative di possibili rialzi fino a 0,77 punti percentuali entro fine 2026. Il rischio principale resta quello di uno scenario di stagflazione, caratterizzato da crescita debole e inflazione elevata.

L’impatto sull’Italia è particolarmente significativo. L’aumento delle bollette energetiche comporta rincari stimati oltre 15 miliardi di euro, con effetti pesanti su famiglie e piccole imprese. La dipendenza da fonti fossili amplifica la vulnerabilità del sistema economico nazionale, mentre il rallentamento delle prenotazioni turistiche e dei consumi interni aggrava il quadro.

Secondo il presidente di Assoviaggi, Gianni Rebecchi, “il quadro resta in evoluzione e potrebbe peggiorare ulteriormente in caso di prosecuzione del conflitto e aumento delle tariffe aeree”. La richiesta al Governo Meloni riguarda interventi urgenti per sostenere le imprese e misure strutturali per riequilibrare il settore.

Nel complesso, la crisi innescata dalla guerra nel Golfo rappresenta una delle più gravi interruzioni del sistema energetico globale degli ultimi decenni. L’evoluzione del conflitto, la riapertura delle rotte marittime e la stabilizzazione dei prezzi energetici saranno determinanti per evitare un impatto più profondo su crescita, inflazione e stabilità finanziaria internazionale.