Sintesi
Nel 2025 il peso delle imposte in Italia cresce fino al 43,1%, massimo dal 2014, con un picco del 51,4% nell’ultimo trimestre secondo Istituto Nazionale di Statistica. Il reddito disponibile e il potere d’acquisto delle famiglie rallentano rispettivamente al 2,4% e allo 0,9% con una contrazione finale nell’ultimo trimestre. Il mantenimento delle annose incalcolabili strutture pubblico-politiche ha spinto il deficit statale al 32,8 miliardi a marzo 2026. Nel 2025 sono state censi circa 13.000 istituzioni pubbliche S13 (ISTAT, elenco GU settembre 2025), più 8.300 partecipate economiche (ISTAT 2023/MEF), tra cui enti centrali, regionali, metropolitani, comunali, società miste e comunità montane. Altre strutture o enti ibridi non sono inclusi. Intanto parallelamente la spesa militare sfiora i 34 miliardi (nuovo record, +1,1 miliardi). Entrambi pesano soprattutto sui contribuenti privati medio-piccoli. Nonostante la Legge di Bilancio dell’anno in corso abbia tagliato l’aliquota IRPEF dal 35% al 33% sul secondo scaglione, il fiscal drag ha eroso redditi e potere d’acquisto delle famiglie.

Articolo
Nel biennio 2025-2026 l’economia italiana si confronta con una pressione fiscale strutturalmente elevata che, pur accompagnata da interventi di alleggerimento mirati, erode il potere d’acquisto dei redditi speciallmente medio-piccoli privati e rende più complessa la sostenibilità della spesa pubblica. I dati Istat certificati ad aprile 2026 confermano in modo inequivocabile lo scenario descritto: nel 2025 la pressione fiscale ha raggiunto il 43,1% del PIL (dal 42,4% del 2024 e dal 41,2% del 2023), toccando il valore più alto dal 2014 e avvicinandosi ai picchi post-crisi del 2012-2014; nel solo quarto trimestre 2025 è schizzata al 51,4%. Questo aumento, superiore alle proiezioni tendenziali del Documento Programmatico di Finanza Pubblica (DPFP) di ottobre 2025 che stimava il 42,8%, deriva principalmente dal fiscal drag generato dall’inflazione e dai rinnovi contrattuali soprattutto nel sistema pubblico, che hanno spinto i redditi nominali verso scaglioni IRPEF più alti senza adeguamenti proporzionali di detrazioni. In termini semplici: Si è in diversi casi ricevuto piccoli aumenti in busta paga a causa dell’inflazione e dei rinnovi contrattuali (soprattutto nel pubblico impiego), ma si tratta di soldi solo “sulla carta”, insufficienti a compensare davvero il caro vita. Lo Stato, però, considera questi redditi nominali più alti e sposta automaticamente i contribuenti in scaglioni IRPEF superiori, dove si paga una percentuale maggiore di tasse, senza aver adeguato nella stessa misura detrazioni e sconti fiscali. Il risultato è il cosiddetto fiscal drag (trascinamento fiscale): anche con poche decine di euro in più al mese, si finisce per versare molte più tasse del previsto, facendo salire la pressione fiscale reale al 43,1% invece del 42,8% stimato. In pratica, lo Stato tassa gli aumenti come se fossero guadagni veri e sostanziosi, mentre per le famiglie quei soldi valgono meno a causa dell’inflazione.

Va però aggiunto che nel 2026 i rinnovi contrattuali del pubblico impiego beneficiano di una significativa detassazione deliberata dal Governo Meloni sugli aumenti stipendiali, in linea con quanto previsto per il settore privato. Secondo la Legge di Bilancio 2026 (L. 199/2025) e i chiarimenti dell’Agenzia delle Entrate, sugli incrementi retributivi derivanti dai rinnovi CCNL del triennio 2024-2026 si applica un’imposta sostitutiva dell’IRPEF e delle addizionali pari al 5%, invece delle aliquote ordinarie molto più elevate. Questa agevolazione vale per i dipendenti, sia pubblici che privati, con reddito da lavoro dipendente nel 2025 non superiore a 33.000 euro e riguarda le somme erogate nel 2026 a titolo di aumento contrattuale. In aggiunta, la manovra introduce una tassazione agevolata al 15% su straordinari, lavoro notturno e festivo. In sintesi, si tratta di una vera e propria “mini-tassazione” sugli aumenti di stipendio, che riduce notevolmente il prelievo fiscale per i redditi medio-bassi.

In ordine cronologico, il quadro normativo si è evoluto con: la riforma IRPEF avviata dal decreto legislativo 216/2023 (riduzione da quattro a tre scaglioni), stabilizzata nella Legge di Bilancio 2025 e ulteriormente ritoccata dalla Legge di Bilancio 2026 (legge 199/30 dicembre 2025), che ha abbassato dal 35% al 33% l’aliquota del secondo scaglione tra 28 e 50 mila euro, con sterilizzazione per redditi superiori a 200 mila euro e detassazione parziale degli aumenti contrattuali 2024-2026: misure che hanno alleggerito il carico sui redditi medi ma non hanno impedito il rialzo complessivo della pressione, perché il gettito è cresciuto più rapidamente del PIL grazie alla tenuta dell’occupazione e alla dinamica salariale. In parole semplici: la misura prevede che gli sconti fiscali sugli aumenti di stipendio 2024-2026 non valgano per chi guadagna più di 200.000 euro l’anno (sterilizzazione). Per tutti gli altri contribuenti, invece, una parte di questi aumenti contrattuali viene detassata (si pagano molte meno tasse del normale). In pratica, l’agevolazione premia i redditi medio-bassi, mentre lascia invariata la tassazione piena per i redditi molto alti. Le proiezioni MEF (Ministero dell’Economia e delle Finanze) e Banca d’Italia per il 2026 comunque ipotizzano (ottimisti ? ) una pressione fiscale che si attesta intorno al 42,7-42,8%, con crescita del PIL reale prevista tra lo 0,6% e lo 0,8% (dopo lo 0,5% del 2025), mentre il reddito disponibile delle famiglie è atteso con un aumento del 2,4% annuo (+0,9% il potere d’acquisto).
In Italia, il quadro delle strutture pubbliche e politiche censite nel 2025 si fonda principalmente sull’elenco annuale ISTAT delle unità istituzionali del settore Amministrazioni Pubbliche (S13), pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 227 del 30 settembre 2025 ai sensi della legge 196/2009, che aggiorna il conto economico consolidato secondo i criteri SEC 2010 e include organi costituzionali, ministeri, agenzie, regioni, città metropolitane, province/liberi consorzi, comuni, enti strumentali, ASL, università e altri enti pubblici territoriali e non territoriali. Il censimento permanente delle istituzioni pubbliche, edizione 2023, con rilevazione di riferimento 2025 in corso, registra circa 12.776-13.000 istituzioni attive (dato stabile rispetto al 2022), distribuite su oltre 103.000 unità locali e con circa 3,6 milioni di addetti, di cui la maggioranza a livello centrale e sanitario. A queste si aggiungono le partecipate pubbliche censite dal MEF tramite l’applicativo “Partecipazioni” (obbligo di revisione periodica entro il 31 dicembre 2025 per i dati al 31 dicembre 2024, ex art. 20 TUSP d.lgs. 175/2016) e dall’ISTAT: nel 2023 erano 8.323 unità economiche a partecipazione pubblica con 963 mila addetti, di cui circa 4.858 società per il perimetro TUSP (Testo Unico Società Partecipate, D.lgs. 175/2016, che definisce l’ambito soggettivo di applicazione delle norme alle società a controllo o partecipazione, pubblicadati MEF 2022, confermati nel Rapporto gennaio 2025) e 353 per le amministrazioni non TUSP, comprendenti società miste, consorzi e enti controllati indirettamente. Le Comunità montane risultano circa 120-128 a livello nazionale, con funzioni spesso trasferite, e le Unioni di comuni rientrano nel perimetro locale S13 o come Enti strumentali (un ente locale costituito da due o più comuni per l’esercizio congiunto di una pluralità di funzioni e servizi di loro competenza). Il processo di razionalizzazione avviato dal TUSP (2016) e dalle leggi di bilancio successive ha portato alla dismissione di oltre 800 partecipazioni dirette tra il 2021 e il 2023, ma persistono criticità: il Rapporto MEF 2025 evidenzia che il 37% delle partecipazioni analizzate su 24.305, non rispetta i parametri di mantenimento, con solo un 8,6% di razionalizzazioni in più rispetto al biennio precedente. Eventuali “non censite” riguardano partecipazioni minori non ancora comunicate o in liquidazione/procedura concorsuale, sono circa il 13-20% del totale (sempre secondo il MEF) o enti ibridi non inclusi nel S13 per mancata prevalenza pubblica, oggetto di giurisprudenza pendente (es. sospensioni Corte dei conti e TAR su inclusione di alcuni consorzi).
Il mantenimento e la proliferazione degli annosi sterminati apparati-pubblici politici, centrali e periferici, coercizza il debito statale che, secondo il dato diffuso dal MEF, a marzo 2026, ha segnato un aumento a 32,8 miliardi di euro. Aggiungendo la crescita della spesa militare in corso che, secondo le stime Milex (Osservatorio sulle spese militati italiane) sfiora i 34 miliardi di euro nel 2026 (nuovo record storico con un incremento di oltre 1,1 miliardi), il risultato inevitabile è di gravare ulteriormente i contribuenti, in particolare privati e soprattutto medio-piccoli. E ancora gli effetti economici-energetici dell’attuale guerra nel Golfo appaiono solo all’inizio. Il deterioramento del quadro socioeconomico trova conferma anche nel Misery Index (indice di disagio economico e sociale) elaborato da Confcommercio, che segnala un aumento delle difficoltà per famiglie e imprese. L’insieme di questi indicatori delinea un contesto in cui crescita economica, equità fiscale e sostenibilità sociale risultano sempre più interconnessi e al centro del dibattito pubblico e istituzionale.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









