Cosa nostra cerca droni lanciamine e continua a comandare dalle carceri

L’allarme innanzi alla Commissione parlamentare antimafia del procuratore capo di Palermo, De Lucia, che ha descritto una mafia ancora coordinata, armata e sostenuta dal narcotraffico

Sintesi

Cosa nostra è nata in Sicilia nel XIX secolo e, pur avendo perso il vertice unitario che l’ha guidata nelle stagioni precedenti, ha conservato la propria articolazione in famiglie e mandamenti. Dopo la cattura di Matteo Messina Denaro, le indagini hanno individuato la rete che ne ha protetto la latitanza e hanno seguito all’estero patrimoni stimati in circa 200 milioni di euro. Tra il 2025 e il 2026 l’organizzazione ha aumentato il ricorso a incendi, danneggiamenti, armi da guerra ed esplosivi per imporre estorsioni e controllare i territori. Il traffico internazionale di stupefacenti ha finanziato le nuove generazioni criminali e rinsaldato i rapporti con altre organizzazioni. La disponibilità di telefoni cellulari nelle carceri ha consentito ad alcuni detenuti di mantenere i collegamenti con l’esterno. L’audizione del 28 luglio 2026 ha inoltre segnalato il tentativo di acquistare droni capaci di trasportare e sganciare mine. oggi 29 luglio il Senato è chiamato a decidere sull’ammissibilità di una modifica diretta ad ampliare l’impiego delle intercettazioni nei procedimenti riguardanti reati indicativi di possibili infiltrazioni mafiose.

Articolo

Cosa nostra è un’associazione criminale di tipo mafioso sviluppatasi in Sicilia nel XIX secolo, soprattutto dopo l’Unità d’Italia, attraverso gruppi territoriali denominati famiglie o cosche. Più famiglie vicine formano un mandamento, cioè una circoscrizione mafiosa affidata a un rappresentante. Nel tempo l’organizzazione ha trasformato l’originario controllo violento delle attività agricole e commerciali in un sistema capace di inserirsi nell’edilizia, negli appalti, nella finanza, nell’economia legale e nel traffico internazionale di droga. La sua struttura ha dimostrato una particolare capacità di sopravvivere agli arresti e alla scomparsa dei capi, ricostruendo collegamenti e accordi anche in assenza di una direzione centrale riconosciuta.

Una nuova fase investigativa si è aperta il 16 gennaio 2023 con la cattura di Matteo Messina Denaro (boss originario di Castelvetrano, comune del Libero consorzio comunale di Trapani, in Sicilia), arrestato a Palermo (comune capoluogo della Regione e dell’omonima Città metropolitana) dopo circa 30 anni di latitanza e morto il 25 settembre dello stesso anno. I documenti e gli elementi raccolti dopo l’arresto hanno consentito di sviluppare le intercettazioni precedenti e ricostruire una rete di protezione formata da soggetti accusati, secondo le diverse posizioni, di partecipazione mafiosa, concorso esterno o favoreggiamento. Maurizio de Lucia (procuratore capo della Procura di Palermo), durante l’audizione del 28 luglio 2026 davanti alla Commissione parlamentare antimafia presieduta da Chiara Colosimo (deputata di Fratelli d’Italia), ha riferito che 18 persone sono state arrestate e sottoposte a processo e che, per alcune di esse, sono già intervenute condanne definitive.

Le investigazioni hanno riguardato anche l’origine e la destinazione delle ricchezze riconducibili alla mafia trapanese. Il Procuratore ha parlato di una quantità “oggettivamente enorme” di denaro e beni e di un filone che ha portato all’individuazione di patrimoni valutati dalla Guardia di finanza in circa 200 milioni di euro. La ricostruzione accusatoria ha riguardato capitali che sarebbero stati reinvestiti da un settore della famiglia mafiosa di Trapani, con interessi in diversi Paesi europei e in Libano. Secondo quanto riferito in audizione, Messina Denaro avrebbe percepito il 10% degli affari gestiti dal gruppo. La cifra costituisce tuttavia una stima investigativa e non equivale, per tutte le posizioni e per tutti i beni, a una confisca ormai definitiva.

Mentre proseguiva la ricerca dei patrimoni, dalla fine del 2025 la violenza mafiosa è tornata a manifestarsi con modalità più evidenti. Il Procuratore ha descritto gli ultimi 6 mesi come un periodo caratterizzato, nell’area palermitana, da una pressione sproporzionata rispetto alla precedente strategia delle cosiddette “estorsioni gentili”, ossia richieste di denaro formulate senza minacce esplicite a imprenditori e commercianti capaci di comprenderne il significato. Incendi, danneggiamenti, bottiglie incendiarie e colpi d’arma da fuoco sono stati utilizzati per dimostrare la presenza dell’organizzazione e costringere le vittime al pagamento.

Le intimidazioni hanno interessato San Lorenzo, Zen e Sferracavallo, quartieri di Palermo, e i comuni di Isola delle Femmine, Capaci e Carini, appartenenti alla Città metropolitana palermitana. Il 13 luglio 2026 un’operazione sul mandamento di Tommaso Natale-San Lorenzo ha portato all’esecuzione di 22 misure cautelari. Per 9 indagati sono state contestate, a vario titolo, estorsioni aggravate dal metodo mafioso, disponibilità di armi da guerra e altri reati. Le contestazioni devono essere considerate provvisorie fino a una sentenza definitiva.

L’aumento della capacità offensiva non ha riguardato soltanto Palermo. Nella provincia di Agrigento, il ricorso ai kalashnikov per intimidire gli operatori economici è stato indicato come un fenomeno ormai ricorrente. L’AK-47 (Avtomat Kalašnikova 1947, cioè “fucile automatico Kalašnikov del 1947”) è un’arma d’assalto di progettazione sovietica diffusa nei conflitti e nei traffici clandestini internazionali. Secondo le informazioni investigative esposte, una parte delle armi sarebbe transitata dal Salento (area meridionale della Puglia), pur provenendo dai Balcani e dai territori dell’ex Jugoslavia (federazione dell’Europa sud-orientale dissoltasi negli anni Novanta). Sono state inoltre rinvenute tracce dell’impiego di fucili automatici e ordigni esplosivi ad alto potenziale.

L’elemento più preoccupante ha riguardato l’interesse verso armamenti tecnologicamente più evoluti. De Lucia ha comunicato l’esistenza di segnali relativi al tentativo di acquistare droni lanciamine, apparecchi a pilotaggio remoto modificati per trasportare e sganciare ordigni. L’interesse si sarebbe rivolto anche ai mercati clandestini sviluppatisi durante la guerra tra Russia e Ucraina. Non è stato però annunciato il ritrovamento di questi dispositivi né è stata confermata la conclusione dell’acquisto. L’informazione riguarda quindi un’attività di ricerca e approvvigionamento che, proprio per la sua pericolosità, ha fatto emergere la necessità di predisporre sistemi di prevenzione e difesa oggi non ancora adeguati.

Il riarmo si è inserito in un’organizzazione che non dispone attualmente di un vertice unitario paragonabile a quelli guidati in passato da Totò Riina (capo dei corleonesi morto nel 2017) o Bernardo Provenzano (esponente mafioso morto nel 2016), ma continua a funzionare attraverso contatti orizzontali tra i mandamenti. Il Procuratore ha escluso che si tratti di bande autonome o di gruppi occasionali. Le famiglie mantengono una comunicazione costante, raggiungono accordi e cooperano soprattutto nell’acquisto e nella distribuzione degli stupefacenti, senza che una singola articolazione sia riuscita a imporsi stabilmente sulle altre.

La droga ha rappresentato il principale strumento per ottenere rapidamente denaro, reclutare nuove leve e finanziare uomini e armi. Gli acquisti sono stati condivisi fra più famiglie e i rapporti hanno coinvolto la ’ndrangheta calabrese, organizzazioni criminali albanesi e soggetti operanti nelle rotte sudamericane. Cosa nostra ha conservato un nome riconoscibile presso i grandi trafficanti e ha continuato a controllare una parte rilevante del mercato siciliano, mentre le generazioni più giovani hanno introdotto comportamenti più aggressivi e meno rispettosi delle tradizionali regole di prudenza.

Alla violenza si è accompagnata la scarsa collaborazione di numerose vittime. Il Procuratore ha definito molto grave il ridotto numero delle denunce e ha riferito che alcuni commercianti hanno perfino rimosso bottiglie incendiarie lasciate davanti ai propri esercizi, cancellando possibili prove dell’intimidazione. Questa condotta non sarebbe determinata esclusivamente dalla paura, ma anche dalla persistenza, in una parte del settore terziario, di relazioni di convenienza, dipendenza o tolleranza verso il potere mafioso. Il silenzio ha reso più difficile l’intervento dello Stato e ha permesso alle richieste estorsive di consolidarsi.

Il problema si è esteso alle carceri. Tra il 2025 e il primo semestre del 2026 negli istituti Pagliarelli e Ucciardone di Palermo sono stati recuperati complessivamente 297 telefoni cellulari. Microtelefoni e smartphone sono entrati negli edifici penitenziari attraverso diversi canali, compreso l’impiego di droni. Il dato ha riguardato soltanto gli apparecchi scoperti e sequestrati e non permette di determinare quanti dispositivi siano rimasti nella disponibilità dei detenuti senza essere individuati.

Secondo l’allarme lanciato dalla Procura, alcuni appartenenti all’organizzazione hanno ottenuto un telefono poche ore dopo l’ingresso in cella, mantenendo così la possibilità di impartire disposizioni all’esterno. Nell’inchiesta sul mandamento di San Lorenzo-Tommaso Natale, Salvatore Verga è stato accusato di avere diretto dal carcere di Trani (comune della provincia di Barletta-Andria-Trani, in Puglia) attività estorsive, attentati e operazioni per l’acquisto di cocaina e hashish dalla Spagna. Anche in questo caso si tratta di una ricostruzione investigativa sottoposta alla verifica del processo.

Il 24 luglio 2026 De Lucia aveva affermato che parti del sistema penitenziario non erano più pienamente sotto il controllo dello Stato. Carlo Nordio (ministro della Giustizia) aveva replicato giudicando quelle parole eccessive e lesive dell’impegno della Polizia penitenziaria. Nell’audizione del 28 luglio il procuratore ha chiarito di conoscere le difficoltà, i rischi e il sacrificio degli agenti, ribadendo che proprio il servizio di polizia giudiziaria penitenziaria è tra i primi ai quali la magistratura palermitana ha accordato fiducia. La critica non è stata quindi rivolta alle donne e agli uomini del Corpo, ma alla carenza di personale, mezzi, strutture e sistemi tecnologici necessari a impedire i collegamenti clandestini. Tra le soluzioni sono stati indicati l’aumento degli organici, il riesame del regime delle celle aperte, il rafforzamento dei circuiti di alta e media sicurezza e l’utilizzo, in istituti periferici adeguatamente organizzati, dei jammer (disturbatori di frequenze capaci di impedire o limitare le comunicazioni dei telefoni mobili). Il 41-bis, previsto dall’ordinamento penitenziario, consente di sospendere alcune regole ordinarie del trattamento carcerario per impedire ai detenuti mafiosi di mantenere contatti con l’organizzazione. De Lucia lo ha considerato efficace, precisando però che il problema più esteso riguarda i soggetti collocati negli altri circuiti e non ancora qualificati come capi. Nel lungo periodo ha sollecitato carceri moderne e forme di esecuzione differenziate, ricordando che non ogni pena deve necessariamente essere scontata mediante la detenzione.

Sul piano giudiziario, l’articolo 391-ter del codice penale punisce l’accesso e l’utilizzo indebito di telefoni o altri dispositivi di comunicazione da parte dei detenuti. La Corte di cassazione, con la sentenza n. 18797 depositata il 25 maggio 2026, ha stabilito che la conversazione intercettata durante l’uso illecito del telefono, insieme al supporto che la contiene, può costituire corpo del reato ed essere utilizzata nel procedimento relativo a quella condotta anche quando l’ascolto era stato disposto nell’ambito di un’indagine diversa. La decisione ha rafforzato gli strumenti probatori contro le comunicazioni clandestine provenienti dalle celle, pur riguardando una fattispecie specifica e non una generale autorizzazione all’impiego indiscriminato delle intercettazioni.

La questione si è collegata al confronto aperto sull’articolo 270 del codice di procedura penale, che regola l’uso delle intercettazioni in procedimenti diversi da quello nel quale sono state autorizzate. Giovanni Melillo (procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo), con una nota del 20 aprile 2026, ha segnalato le difficoltà create dalla disciplina vigente quando dalle conversazioni emergono reati indicativi di una possibile presenza mafiosa, ma non utilizzabili nella nuova indagine alle condizioni richieste dalla legge. In sostanza, durante un’intercettazione autorizzata per una certa indagine, possono emergere conversazioni che fanno sospettare altri reati collegati alla mafia. Tuttavia, quelle stesse registrazioni non sempre possono essere usate automaticamente per aprire o sostenere una nuova indagine, in quanto la legge impone condizioni precise. Per esempio, intercettando una persona per un reato comune, si scopre un possibile accordo per favorire un’impresa legata alla mafia, la notizia può far partire nuovi accertamenti, ma la registrazione potrebbe non essere direttamente utilizzabile nel nuovo processo se non ricorrono i requisiti stabiliti dalla legge. L’Unione delle Camere penali italiane ha sostenuto una posizione opposta, avvertendo che un ampliamento eccessivo potrebbe trasformare l’eccezione in regola e compromettere la riservatezza delle persone estranee al procedimento originario.

Fratelli d’Italia ha quindi ripresentato al Senato un emendamento al decreto-legge n. 100 del 12 giugno 2026, dedicato alla giustizia e all’attuazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. La proposta ha mirato ad ampliare l’utilizzo delle conversazioni già intercettate quando dalle stesse emergano cosiddetti reati spia della mafia, modificando l’articolo 270. Forza Italia si è opposta, sostenendo che la norma avrebbe contraddetto la disciplina approvata pochi mesi prima. Antonio Tajani (vicepresidente del Consiglio e segretario del partito) ha confermato la contrarietà e ha prospettato anche l’inammissibilità della modifica.

Oggi 29 luglio 2026 la 443ª seduta pubblica del Senato è stata convocata alle 10 per proseguire l’esame del relativo disegno di legge n. 1939. Ignazio La Russa (presidente del Senato ed esponente di Fratelli d’Italia) è stato chiamato a valutare l’ammissibilità degli emendamenti, compreso quello sulle intercettazioni. Una dichiarazione di estraneità rispetto al contenuto del decreto avrebbe potuto chiudere il contrasto senza una votazione nel merito. Pierantonio Zanettin (senatore di Forza Italia) ha definito una simile decisione “saggia e prudente”, ricordando di avere già prospettato il problema a Giulia Bongiorno (senatrice della Lega e presidente della Commissione Giustizia). Nei giorni precedenti la tensione aveva coinvolto l’intera Maggioranza. Dopo la ripresentazione dell’emendamento, Nordio è stato visto a Palazzo Chigi, dove sarebbe rimasto circa 2 ore e avrebbe incontrato Alfredo Mantovano (sottosegretario alla Presidenza del Consiglio). Fonti governative hanno ricondotto la presenza a normali interlocuzioni istituzionali. Il confronto si è intrecciato con quello sulla futura legge elettorale e sull’eventuale introduzione delle preferenze, tema sul quale la maggioranza aveva già manifestato divisioni. Le 26 audizioni programmate dalla Commissione Affari costituzionali si sono concluse, mentre Tajani ha precisato che, al momento delle sue dichiarazioni, non risultava predisposto un emendamento specifico del suo partito sulle preferenze.

Il quadro emerso ha mostrato una Cosa nostra meno centralizzata rispetto all’epoca dei grandi capi, ma non per questo frammentata o innocua. La combinazione fra traffico di droga, armi da guerra, dispositivi tecnologici, comunicazioni clandestine e ridotta collaborazione delle vittime ha aumentato la capacità dell’organizzazione di adattarsi alle indagini. Droni e cellulari non hanno sostituito i metodi tradizionali, ma li hanno resi più rapidi, discreti e difficili da contrastare. La risposta richiede pertanto strumenti investigativi proporzionati, controlli penitenziari realmente efficaci, tutela delle garanzie processuali e una collaborazione più forte degli operatori economici sottoposti alle intimidazioni.

Nell’immagine di copertina il Palazzo di giustizia di Palermo, il carcere dell’Ucciardone a Palermo e Palazzo Madama sede del Senato.