Corsa clandestina a Palagonia: cavalli sequestrati. Da Palermo a Catania funerali di mafia simboli di controllo

Le indagini della Polizia confermano il legame tra corse clandestine, controllo mafioso del territorio e propaganda criminale diffusa sui social

Sintesi

La corsa clandestina di cavalli avvenuta nelle campagne di Palagonia, accompagnata da spari in aria e dalla presenza di uomini armati anche con kalashnikov, ha portato alla denuncia di 2 catanesi e al sequestro di alcuni puledri rintracciati in stalle abusive di San Cristoforo a Catania. Le indagini della Questura e dei veterinari dell’Asp (Azienda sanitaria provinciale) hanno accertato l’assenza di microchip e controlli sanitari sugli animali utilizzati nelle gare illegali.Il fenomeno delle corse clandestine continua a rappresentare uno degli strumenti di affermazione delle cosche mafiose etnee, che utilizzano cavalli, scuderie e social network come mezzi di propaganda criminale e controllo del territorio. Le più recenti relazioni della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle ecomafie e sulle zoomafie hanno confermato il forte radicamento del fenomeno nel Catanese e in altre aree del Sud Italia, mentre Regione Siciliana, Magistratura minorile e istituzioni scolastiche stanno cercando di contrastare la cultura mafiosa attraverso il progetto “Liberi di scegliere”, destinato ai giovani cresciuti in contesti criminali. Intanto continuano le inchieste giudiziarie contro clan mafiosi, fiancheggiatori e trafficanti di droga collegati ai quartieri storicamente coinvolti nelle corse illegali e nelle attività delle scuderie abusive.

Articolo

La nuova corsa clandestina di cavalli scoperta nelle campagne di Palagonia, nel Calatino, ha riacceso l’attenzione investigativa su uno dei fenomeni criminali più radicati nel territorio catanese. Le immagini diffuse sui social e rilanciate anche dall’attivista animalista Enrico Rizzi hanno mostrato puledri lanciati ad alta velocità lungo le strade provinciali mentre decine di scooter accompagnavano la competizione tra clacson, urla e colpi d’arma da fuoco esplosi in aria. In alcune immgini del filmato sono comparsi anche kalashnikov, cioè fucili d’assalto di fabbricazione sovietica diventati nel tempo simbolo della criminalità organizzata internazionale.

Le indagini della Questura di Catania sono partite immediatamente dopo la diffusione dei video. I controlli sono stati concentrati nel quartiere di San Cristoforo, storicamente considerato una delle aree cittadine con la maggiore presenza di stalle abusive e allevamenti clandestini collegati agli ambienti mafiosi. Gli agenti, insieme ai veterinari dell’Asp, hanno effettuato verifiche tra le vie Garozzo e Alogna individuando diversi cavalli utilizzati nelle gare illegali. Un primo puledro di circa 1 anno è stato trovato privo di microchip identificativo e senza registrazione nella banca dati sanitaria nazionale. L’animale è stato sequestrato e affidato a una struttura specializzata. Un secondo cavallo, inizialmente controllato in una diversa stalla, non sarebbe risultato compatibile con le immagini della gara. Poco dopo, però, i poliziotti hanno rintracciato un altro puledro clandestino in una struttura abusiva vicina alla precedente. Anche questo animale risultava non censito e privo delle previste visite veterinarie. Durante gli accertamenti gli investigatori hanno identificato uno dei fantini, un uomo catanese che avrebbe ammesso di avere guidato il calesse durante la competizione, prendendo le distanze dalla presenza di soggetti armati. Un secondo partecipante è stato denunciato per avere preso parte alla corsa illegale.

I proprietari delle stalle abusive sono stati sanzionati per numerose violazioni amministrative legate alla detenzione degli animali, all’assenza di autorizzazioni e alla mancata registrazione sanitaria dei cavalli. Secondo quanto emerge dalle più recenti relazioni parlamentari sulle zoomafie, il sistema delle corse clandestine non rappresenta soltanto un’attività illegale legata alle scommesse, ma costituisce soprattutto uno strumento di potere mafioso e di controllo sociale sul territorio. La Commissione parlamentare d’inchiesta sugli illeciti ambientali e agroalimentari ha infatti evidenziato come il fenomeno sia fortemente radicato nell’area di Catania, dove le competizioni illegali vengono utilizzate per rafforzare il prestigio criminale delle cosche e consolidare relazioni economiche e mafiose.

Negli ultimi anni il sistema delle scuderie clandestine si è trasformato anche in un mezzo di comunicazione criminale. Video, dirette social, fotografie e messaggi condivisi nelle chat vengono utilizzati per pubblicizzare vittorie, intimidire i rivali e accrescere il consenso mafioso nei quartieri popolari. Secondo investigatori e analisti antimafia, le corse vengono organizzate con una logica di propaganda molto simile a quella delle organizzazioni criminali tradizionali. Alcune scuderie collegate ai clan mafiosi etnei utilizzano simboli grafici e bandiere straniere come marchi di riconoscimento. La bandiera brasiliana viene spesso associata ai Santapaola-Ercolano, mentre quella statunitense è stata collegata ai Cappello-Carateddi. Anche i colori del Milan risultano talvolta utilizzati come richiamo identitario dai gruppi dei Cursoti milanesi. Si tratta di messaggi simbolici destinati sia agli affiliati sia ai quartieri controllati dalle organizzazioni criminali.

Il rapporto tra mafia e cavalli a Catania affonda le proprie radici diversi decenni addietro. Per numerosi boss mafiosi il possesso di cavalli da corsa o di carrozze rappresentava uno status symbol, cioè un simbolo di prestigio e potere sociale. La famiglia mafiosa dei Ferrera, storicamente soprannominata “Cavadduzzu”, cioè “piccolo cavallo” in dialetto siciliano, è stata per anni una delle componenti più influenti di Cosa Nostra catanese dopo l’uccisione di Giuseppe Calderone alla fine degli anni Settanta. Anche il cavallo “Tempesta”, appartenuto ad Angelo Santapaola, è rimasto nell’immaginario criminale delle corse clandestine etnee. Diverse indagini giudiziarie hanno inoltre documentato il coinvolgimento di famiglie mafiose storiche come i Piacenti di Picanello, soprannominati “Ceusi”, e di altri esponenti dei Cappello-Bonaccorsi e dei Santapaola-Ercolano.

La geografia delle gare illegali, secondo gli atti della Commissione ecomafie, comprende numerose aree della provincia etnea. Tra le strade maggiormente utilizzate compaiono la SP 92 di Nicolosi, la contrada San Marco di Paternò, la zona Piscine di Camporotondo Etneo, la strada Mareneve di Randazzo e la SP 37 di contrada Margia a Palagonia. Negli anni si è ampliata anche la diffusione delle stalle abusive, ormai presenti non soltanto nei quartieri storici di Picanello e San Cristoforo, ma anche all’Antico Corso, a Librino, San Giorgio e Trappeto Nord.

L’episodio di Palagonia si inserisce in un quadro siciliano segnato da persistenti manifestazioni di potere mafioso e controllo sociale del territorio. A Palermo, nel quartiere Zen, il funerale del pregiudicato Carmelo Barone, 64 anni, coinvolto in passato anche nell’operazione antimafia “Bivio”, ha provocato la sospensione del tradizionale mercatino rionale di via Luigi Einaudi dopo presunte pressioni e intimidazioni rivolte agli ambulanti da alcuni giovani a bordo di scooter, che avrebbero imposto la chiusura delle attività commerciali in segno di rispetto per il defunto. Sui social network i figli di Barone avevano inoltre diffuso un messaggio nel quale annunciavano che il mercato non si sarebbe svolto poiché il padre era “molto amato e conosciuto”, invitando gli abitanti del quartiere a condividere l’avviso. Il mercatino è stato effettivamente annullato e il funerale si è trasformato in una manifestazione pubblica con grande partecipazione popolare, tra applausi, palloncini e fuochi d’artificio, suscitando polemiche istituzionali e mediatiche. Polizia e Carabinieri hanno quindi avviato accertamenti per identificare i responsabili delle intimidazioni e verificare eventuali profili penali. Un episodio analogo si è registrato anche a Catania dopo la morte, all’età di 58 anni, di Salvatore Puglisi detto Turi “zicchinetta”, figura storicamente legata agli ambienti malavitosi di Picanello e coinvolta in diverse inchieste, tra cui l’operazione “Eredità” del 2019 che aveva documentato una vasta attività di spaccio attorno al campo scuola del quartiere. Durante i funerali il feretro, ricoperto di rose rosse, è stato trasportato su un calesse trainato da un cavallo, scelta simbolica legata alla forte presenza nel rione di scuderie e cavalli utilizzati nelle corse clandestine. Il corteo funebre, seguito da scooter in festa e trasmesso in diretta sui social con continui omaggi al defunto, si è concluso con il trasferimento della bara verso il cimitero a bordo del carro funebre dell’agenzia di onoranze funebri. Anche in questo caso immagini e video della celebrazione sono stati rilanciati online, alimentando il dibattito sul rapporto tra criminalità organizzata, consenso sociale e ostentazione pubblica del potere mafioso.

Parallelamente le istituzioni regionali stanno tentando di rafforzare le politiche di prevenzione. La Regione Siciliana ha recentemente rifinanziato il progetto “Liberi di scegliere”, iniziativa nata dall’esperienza del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria e successivamente estesa anche alla Sicilia. Il programma punta a offrire percorsi educativi, sostegno psicologico e opportunità formative ai giovani cresciuti in contesti mafiosi, coinvolgendo scuole, servizi sociali, Prefetture, Forze dell’ordine e Magistratura minorile. La circolare regionale pubblicata nel febbraio 2026 ha previsto nuovi fondi e la creazione di équipe multidisciplinari integrate, denominate Emi (Equipe multidisciplinari integrate), per sostenere i minori a rischio devianza.

Sul piano giudiziario proseguono inoltre le inchieste contro i cosiddetti “colletti bianchi”, cioè professionisti, imprenditori e fiancheggiatori accusati di avere favorito la latitanza di Matteo Messina Denaro. Gli investigatori ritengono che il contrasto alla criminalità organizzata debba colpire non soltanto i capi mafia ma anche le reti economiche, logistiche e relazionali che consentono alle organizzazioni di mantenere consenso e potere sul territorio.