Con anche Picierno i Riformisti lasciano del tutto il PD. Intanto nuovi ingressi dal centrodestra verso Vannacci

Madia passa dal Pd a Italia Viva da indipendente. Picierno lascia il PD e guarda a Renew. Futuro Nazionale di Vannacci prepara nuovi ingressi

Sintesi

Il 4 maggio 2026 Marianna Madia, deputata ed ex ministra della Pubblica amministrazione, ha lasciato il PD passando da indipendente nel gruppo di IV (Italia Viva), spiegando di voler contribuire da un’altra posizione alla costruzione di un’area riformista capace di allargare il centrosinistra. Il 5 maggio, in un’intervista ripresa da Italia Viva, ha ribadito di puntare su una “Casa riformista” più ampia e non sulla semplice adesione a un partito. Il 4 giugno 2026 Pina Picierno, eurodeputata e vicepresidente del PE (Parlamento europeo), ha annunciato l’uscita dal PD dopo mesi di distanza dalla linea di Elly Schlein, giudicata troppo spostata a sinistra e troppo vicina ad alcune posizioni del M5S (Movimento 5 Stelle). Picierno ha indicato come orizzonte il PDE (Partito Democratico Europeo), collocato a Bruxelles nel gruppo Renew Europe (Rinnovare l’Europa), mentre i Socialisti e Democratici le hanno chiesto di lasciare la vicepresidenza dell’Eurocamera. Nello stesso clima di riassetto, ma sul fronte opposto, Roberto Vannacci continua a costruire Futuro Nazionale dopo la rottura con la Lega del 3 febbraio 2026 e prepara l’assemblea costituente del 13 e 14 giugno, con indiscrezioni su 4 possibili nuovi ingressi parlamentari. Il quadro giuridico resta quello della libertà di mandato per i parlamentari italiani, prevista dall’articolo 67 della Costituzione, mentre nel Parlamento europeo i deputati si organizzano per affinità politica e non per nazionalità. Sul piano politico, però, le uscite dal PD e i movimenti verso il centro e verso la destra identitaria segnalano una fase di forte mobilità prima delle prossime scadenze elettorali.

Sintesi

Era già nell’aria e mancava soltanto l’ultimo atto. La prima scossa è arrivata il 4 maggio 2026, quando Marianna Madia, deputata ed ex ministra della Pubblica amministrazione nei governi Renzi e Gentiloni, ha lasciato il PD (Partito Democratico) per entrare da indipendente nel gruppo parlamentare di IV (Italia Viva). La scelta è stata comunicata alla capogruppo democratica Chiara Braga e motivata come un cambio di collocazione, non come una rottura personale o politica definitiva con l’area progressista. Madia ha spiegato di voler continuare a lavorare per rendere competitiva la coalizione alternativa alla destra, ma da una posizione ritenuta più utile alla costruzione di un centrosinistra più largo.

Il giorno successivo, il 5 maggio, l’ex ministra ha chiarito meglio la direzione del suo passaggio. In un intervista ripresa da Italia Viva, Madia ha sostenuto di non iscriversi semplicemente a IV, ma di voler scommettere su una “Casa riformista” capace di unire forze politiche e civiche moderate. Il ragionamento è netto: per battere la destra, secondo Madia, non basta una sinistra più identitaria, ma serve un’area in grado di parlare anche agli elettori che non voterebbero il centrodestra e che, allo stesso tempo, non si riconoscono in una coalizione troppo sbilanciata a sinistra.

A distanza di un mese, il 4 giugno 2026, la seconda uscita ha colpito ancora di più il PD perché ha riguardato Pina Picierno, eurodeputata, vicepresidente del PE (Parlamento europeo) e figura riformista di lungo corso. in un’intervista, Picierno ha detto che “la casa dei riformisti non c’è più” e che il partito avrebbe subito uno “snaturamento”. Il suo dissenso era maturato su più fronti: la linea di Elly Schlein, considerata troppo a sinistra, il rapporto con il M5S (Movimento 5 Stelle), la postura sulla politica estera, il sostegno all’Ucraina e il referendum sulla giustizia, sul quale Picierno si era schierata per il Sì mentre la segreteria democratica sosteneva il No.

La scelta di Picierno non sembra indirizzata verso Azione o Italia Viva, ma verso il PDE (Partito Democratico Europeo), formazione guidata da Sandro Gozi che nell’Eurocamera siede nel gruppo Renew Europe (Rinnovare l’Europa), l’area liberale e centrista europea. L’accoglienza politica è arrivata anche da Marie-Agnes Strack-Zimmermann, eurodeputata tedesca del gruppo liberale, che l’ha definita benvenuta in Renew Europe. Il passaggio, tuttavia, apre un nodo istituzionale: il gruppo S&D (Socialists and Democrats, Socialisti e Democratici), nel quale siede il PD a Bruxelles, le ha chiesto di lasciare la vicepresidenza del Parlamento europeo, sostenendo che quella carica corrisponde al peso politico del gruppo che l’aveva espressa.

Elly Schlein ha reagito con dispiacere, ma senza cambiare la linea politica. La segretaria democratica ha detto di non condividere la lettura di Picierno e ha rivendicato l’impegno per un PD plurale e inclusivo, pur senza rinunciare al mandato ricevuto per una direzione progressista chiara. Nel partito, però, il colpo è stato avvertito. Lorenzo Guerini ha invitato a valutare l’uscita con attenzione e rispetto, Filippo Sensi ha sostenuto che la battaglia andrebbe combattuta dentro e non fuori dal PD, mentre Chiara Braga ha cercato di ridimensionare il caso come decisione individuale. Sullo sfondo resta l’eco di Romano Prodi che, ha sintetizzato la sua posizione con l’appello: “Riformatori di tutto il mondo unitevi!”.

La cronologia delle uscite dice che non si tratta più soltanto di malumori isolati. Prima Madia alla Camera, poi Picierno a Bruxelles, con altri nomi dell’area riformista osservati con attenzione, compongono un quadro di disagio che la segreteria Schlein non può archiviare come semplice fisiologia interna. Il punto politico non è solo il destino personale delle singole esponenti, ma la domanda più ampia su quale centrosinistra si voglia costruire: uno a trazione progressista e identitaria, come vorrebbe la segretaria, o uno più largo, centrista, liberale e riformista, come chiedono gli usciti e i critici interni.

Mentre il centrosinistra registra questi movimenti verso il centro, a destra si muove un fenomeno diverso ma parallelo nella sua capacità di attrarre parlamentari scontenti. Roberto Vannacci, ex generale ed ex eurodeputato eletto con la Lega, ha rotto con il partito di Matteo Salvini il 3 febbraio 2026 per costruire Futuro Nazionale, formazione collocata su una linea identitaria e più radicale rispetto alla destra di governo. Reuters ha segnalato già a febbraio che il nuovo soggetto poteva sottrarre voti sia alla Lega sia a FdI (Fratelli d’Italia), complicando gli equilibri del centrodestra in vista delle prossime politiche.

Il 22 maggio 2026 in un’intervista ha ricostruito il percorso verso l’assemblea costituente di Futuro Nazionale, prevista il 13 e 14 giugno, segnalando anche un regolamento molto centrato sulla figura del leader, con organi e deleghe fortemente condizionati dal vertice. Il 4 giugno, secondo fonti interne riportate dalla Sicilia, il partito di Vannacci avrebbe guadagnato 4 possibili ingressi parlamentari. Non risultano conferme su Erik Pretto, deputato leghista uscito dal Carroccio dopo una procedura legata ai mancati versamenti al partito. I nomi indicati nei quotidiani come più probabili erano quelli dei leghisti Gianangelo Bof e Domenico Furgiuele e dei forzisti Davide Bergamini e Attilio Pierro. Vannacci, dalla conferenza stampa romana, non ha ufficializzato i nomi e ha rinviato ogni annuncio alla conferma pubblica.

Il dato comune, tra centrosinistra e centrodestra, è la fluidità delle appartenenze. A sinistra, il nodo è la rappresentanza dei riformisti nel PD e la possibile nascita di un contenitore centrista. A destra, il nodo è la capacità di Futuro Nazionale di trasformare il consenso personale di Vannacci in struttura politica e gruppo parlamentare. In entrambi i casi, il passaggio da un partito all’altro non è un’anomalia giuridica, ma una scelta politicamente pesante. Per i parlamentari italiani resta centrale l’articolo 67 della Costituzione, secondo cui ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le proprie funzioni senza vincolo di mandato. Questo principio rende legittimo il cambio di gruppo, anche se non elimina il giudizio politico degli elettori e dei partiti di provenienza.

Per il Parlamento europeo vale un ordinamento diverso, ma la logica politica è simile. I deputati europei non si organizzano per nazionalità, bensì per affinità politica. Le regole dell’Eurocamera prevedono che per formare un gruppo servano almeno 23 eurodeputati provenienti da almeno 7 Stati membri e che ciascun deputato possa aderire a un solo gruppo, oppure restare tra i non iscritti. La pagina istituzionale di Picierno, al momento della verifica, la indicava ancora come membro del gruppo S&D e del PD dal 16 luglio 2024, oltre che vicepresidente del Parlamento europeo dalla stessa data, segno che gli aggiornamenti istituzionali possono seguire tempi diversi rispetto all’annuncio politico.

La questione resta quindi più politica che giudiziaria. Il riformismo che esce dal PD cerca uno spazio autonomo senza voler consegnare il Governo alla destra. Vannacci, dall’altra parte, tenta di consolidare una destra più identitaria sottraendo consenso e personale politico agli alleati di Governo. Il vero interrogativo, ora, è se questi spostamenti resteranno episodi individuali o se diventeranno il segnale di una ricomposizione più profonda: un centro riformista nel campo largo e una destra radicale capace di pesare sulla coalizione guidata da Giorgia Meloni.