Sintesi
Tra il 19 e il 21 gennaio 2026 il ciclone denominato “Harry” ha investito con violenza la Sicilia orientale, la Calabria e la Sardegna provocando onde eccezionali, venti tempestosi e piogge torrenziali che hanno colpito in particolare la riviera jonica messinese dove lungomari, spiagge e tratti di strada sono stati distrutti o gravemente indeboliti portando i danni complessivi in Sicilia a oltre un miliardo di euro secondo le stime istituzionali. I danni del ciclone Harry sulla Riviera jonica siciliana (es. Furci, Santa Teresa di Riva e Sant’Alessio Siculo) potevano essere limitati con interventi attesi da anni, come pennelli e ripascimento delle spiaggia ? Come d’altronde le strade principali sono state ulteriormente danneggiate dal transito prolungato di mezzi pesanti per i cantieri del doppio binario ferroviario in assenza di bretelle e svincoli di collegamento all’A18 malgrado anch’essi richiesti da tempo. A Niscemi la Procura di Gela ha aperto un’inchiesta per disastro colposo sull’annosa frana e il grave dissesto idrogeologico in corso, acquisendo atti per verificare responsabilità. Forse un’analoga indagine servirebbe per i gravi danni complessivi subiti dai Comuni jonici messinesi e dalle loro popolazioni, aggravati da lungaggini burocratiche regionali e nazionali che hanno impedito prevenzione e mitigazione efficace della devastazione causata dal ciclone. Le norme e la giurisprudenza: la responsabilità penale emerge anche in caso di fenomeni estremi o apparentemente “imprevisti” (come mareggiate aggravate dal cambiamento climatico), purché sia dimostrata la violazione del dovere di prevenzione. La recentissima sentenza del tragico caso di Rigopiano (località turistica montana del territorio del comune di Farindola in provincia di Pescara in Abruzzo).

Articolo
Nella seconda metà di gennaio 2026 un sistema mediterraneo di bassa pressione vigoroso denominato ciclone Harry ha attraversato per giorni la Sicilia orientale, la Calabria e in parte la Sardegna con venti tempestosi, piogge intense e mareggiate eccezionali, segnando uno degli eventi meteorologici più distruttivi per la costa ionica siciliana degli ultimi decenni. Secondo fonti istituzionali, solo in Sicilia i danni infrastrutturali e produttivi hanno superato il miliardo di euro, con la conta complessiva che tiene conto sia delle opere pubbliche che dei mancati redditi di attività economiche come imprese turistiche, pesca e commercio legati alla stagione estiva (oltre 740 milioni di euro stimati per le sole infrastrutture).

Sulle coste joniche messinesi i comuni di Santa Teresa di Riva, Sant’Alessio Siculo e Furci sono tra quelli che hanno pagato il prezzo più alto. A Santa Teresa di Riva il lungomare e ampi tratti di spiaggia sono stati travolti dalle onde, con voragini profonde e parti di strada sbriciolate, costringendo alla chiusura della principale sede viaria e sollevando timori per la sicurezza pubblica e la mobilità intercomunale. La rimozione di materiali e la messa in sicurezza sono state avviate, ma restano i nodi di opere costiere attese da anni come i pennelli e i ripascimenti per mitigare l’erosione cronica, la cui mancata o parziale realizzazione ha reso il litorale particolarmente vulnerabile all’impatto delle mareggiate. A Sant’Alessio Siculo, dove è presente una barriera soffolta (struttura di difesa sommersa atta a dissipare l’energia delle onde), si sono registrati comunque crolli nella zona nord, confermando che opere incomplete o insufficienti non offrono protezione adeguata in presenza di fenomeni di tale intensità . A Furci il ciclone ha distrutto metà del lungomare dalla parte centrale all’estremo lato nord.

Inoltre, la situazione della viabilità primaria è aggravata dalla presenza dei cantieri per il raddoppio ferroviario della linea Messina-Catania e dalla mancata realizzazione completa delle bretelle autostradali o dello svincolo Val d’Agrò-Santa Teresa, per il collegamento diretto con l’A18, con conseguente traffico pesante che grava sulle strade locali, contribuendo al deterioramento del manto stradale e alla compromissione di collegamenti essenziali. I due comuni di Sant’Alessio Siculo e Santa teresa di Riva, hanno patito entrambi la deformazione in qualche tratto della strada interna del paese, addirittura a Sant’Alessio si è sfondata. Il sindaco Danilo Lo Giudice di Santa Teresa di Riva ha evidenziato come la chiusura del lungomare non sia solo una criticità del Comune ma abbia ricadute sulla mobilità dell’intero comprensorio jonico messinese, con impedimenti al transito di mezzi pesanti, autobus, ambulanze e mezzi di protezione civile e con le alternative stradali limitate e spesso insufficienti per la circolazione ordinaria.
Dopo i gravi danni del ciclone Harry, sono state avviate ispezioni ufficiali con sopralluoghi congiunti tra i comuni, il Dipartimento regionale di Protezione civile (l’organo preposto alla gestione delle emergenze) e tecnici del Genio Civile per censire gli effetti sulle infrastrutture e valutare gli interventi necessari per la sicurezza e la piena operatività economica e sociale delle aree colpite. Parallelamente, la Regione Siciliana ha emanato un avviso pubblico ai sensi della legge regionale n. 3/2026 per l’erogazione di contributi straordinari destinati alle attività costiere danneggiate, comprese quelle degli stabilimenti balneari e altre attività economiche che hanno subito perdite e sospensioni di attività nelle giornate di maltempo estremo di gennaio, con l’obiettivo di ripristinare la normale operatività evitando ripercussioni di ordine ambientale e sanitario .
Una domanda tuttavia e si ritiene legittimamente sorge spontanea tra i cittadini: I danni del ciclone Harry sulla Riviera jonica siciliana potevano essere limitati con interventi attesi da anni, come pennelli ubicati in mare innanzi alla costa e ripascimenti delle spiagge ? Tutte opere da diversi Comuni richiesti da anni. Inoltre, anchele strade principali che risultano danneggiate dal transito prolungato di mezzi pesanti per i cantieri del doppio binario ferroviario in assenza di bretelle o di nuovi svincoli di collegamento all’A18, nonostante richiesti da tempo, potevano essere anch’essi addiritttura evitati ?
A Niscemi la Procura di Gela ha aperto un’inchiesta per disastroa colposo a seguito dell’annosa e trascurata da circa trent’anni, grave frana e dissesto idrogeologico che sta distruggendo parte dell’abitato, aquisendo atti per verificare responsabilità. Il procuratore Salvatore Vella ha annunciato un’indagine approfondita a partire dalla frana del 1997, acquisizione di tutti gli atti sul dissesto idrogeologico, nomina di consulenti tecnici (geomorfologi) e verifica di eventuali omissioni o condotte colpose. “Non guarderemo in faccia nessuno”. La premier Meloni visitando il luogo h promesso celerità. Analoga indagine forse si dovrebbe avviare per i gravi danni complessivi subiti dai Comuni jonici messinesi e rispettive popolazioni, aggravati da lungaggini burocratiche regionali e nazionali che avrebbero impedito prevenzione e mitigazione efficace della devastazione causata dal ciclone.
La drammatica esperienza drammatica del ciclone Harry ha fatto emergere di tutta evidenza criticità strutturali nella gestione delle difese costiere e nella pianificazione infrastrutturale, sottolineando la necessità di politiche integrate di adattamento ai fenomeni meteorologici estremi, che secondo esperti e osservatori sono destinati ad aumentare di frequenza e intensità nel contesto della crisi climatica globale.
Il ciclone Harry ha reso in modo palese le vulnerabilità note da decenni. I ritardi della burocrazia regionale e nazionale nella realizzazione di opere di difesa costiera e la gestione impattante dei grandi cantieri ferroviari hanno aggravato danni altrimenti mitigabili. L’inchiesta di Niscemi rappresenta quindi un precedente importante. La giurisprudenza italiana è chiara nel sanzionare le omissioni di prevenzione su rischi documentati. La rapida cantierizzazione degli interventi già finanziati e un’analoga verifica sulle responsabilità appaiono passi necessari per trasformare la tragedia in occasione di reale resilienza. La prevenzione non è più rinviabile, poiché il costo dell’inerzia burocratica la pagano come sempre le comunità.
In Italia, il contrasto al dissesto idrogeologico si fonda principalmente sul Codice dell’Ambiente e sulla Direttiva Alluvioni UE, che impongono l’aggiornamento ciclico delle mappe di rischio (prossimo previsto nel 2026), sui PAI (Piani di Assetto Idrogeologico) e sui Piani di Gestione del Rischio Alluvioni. Le risorse economiche provengono dal Piano ProteggItalia (2019), dal PNRR, dai fondi annuali del MASE (oltre 1 miliardo nel 2024) e dal programma nazionale 2025-2030 (400 milioni dal Fondo Sviluppo e Coesione). Secondo i dati ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) 2024-2025, la superficie a rischio frana è aumentata del 15%, raggiungendo il 23% del territorio nazionale, con picchi significativi in Sicilia (+20,2%), mentre le opere rigide di difesa costiera superano i 1.500 km.
La Cassazione negli anni ha sottolineato la posizione di garanzia di amministratori pubblici e tecnici, obbligati a adottare misure preventive su larga scala e con largo anticipo rispetto a rischi noti e ricorrenti. La colpa per omissione si configura quando non vengono attuate le opere previste nei piani in presenza di un pericolo concreto, e l’evento rappresenta proprio la concretizzazione di quel rischio prevenibile. Tale responsabilità penale emerge anche in caso di fenomeni estremi o apparentemente “imprevisti” (come mareggiate aggravate dal cambiamento climatico), purché sia dimostrata la violazione del dovere di prevenzione. Applicazioni recenti includono condanne per omessa manutenzione, mancata chiusura di aree a rischio o ritardi burocratici che hanno impedito interventi di mitigazione, spesso in catene di omissioni documentate legate ad alluvioni e frane.
Sul piano penale, la giurisprudenza sul disastro colposo (art. 449 c.p.) trova uteriore consolidamento anche nella recentissima sentenza del tragico caso di Rigopiano (località turistica montana del territorio del comune di Farindola,in provincia di Pescara in Abruzzo): 18 gennaio 2017 una valanga travolse l’albergo a Farindola e morirono 29 persone. Ieri, la Corte d’Appello di Perugia, dopo quasi otto ore di camera di consiglio, ha condannato a due anni gli ex dirigenti regionali Carlo Visca, Pierluigi Caputi e Vincenzo Antenucci. Assolti l’ex sindaco di Farindola Ilario Lacchetta, l’ex tecnico comunale Colangeli e i tre dirigenti regionali Carlo Giovani, Sabatino Belmaggio e Emidio Primavera. Due prescrizioni. Il procuratore generale Paolo Barlucchi ha così commentato la sentenza: “Per la prima volta si riconosce l’inerzia e la responsabilità di una pubblica amministrazione per una tragedia. Sentenza per certi aspetti storica”.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









