Sintesi
La scarsità di chip di memoria sta provocando rincari dei computer e tensioni nelle forniture globali, con Intel e AMD che comunicano in Cina ritardi fino a 6 mesi e aumenti del 10% sui processori server. Anche Lenovo, il più grande produttore mondiale di PC, ha lanciato un allarme: la grave carenza di chip di memoria sta già riducendo le spedizioni di personal computer. Il problema si inserisce in un contesto di offerta hardware complessivamente in forte tensione. La corsa all’intelligenza artificiale sta saturando le fonderie di semiconduttori e secondo le stime i data center assorbiranno il 70% della produzione mondiale di memoria entro il 2026, trainati dalla domanda di HBM (High Bandwidth Memory: Memoria a grande ampiezza di banda, una tipologia di memoria ad alte prestazioni per computer, caratterizzata da un’elevata banda passante e un basso consumo energetico, fondamentale per IA, supercomputer e grafica ad alte prestazioni). L’effetto si estende a tutto l’ecosistema tecnologico, dai dispositivi consumer all’automotive, mentre l’emergere degli agenti di AI aumenta la richiesta di CPU oltre alle GPU. Lenovo registra ricavi trimestrali superiori alle attese ma utili in calo del 21% per l’aumento dei costi della memoria, con margini sotto pressione e prezzi contrattuali in crescita tra il 40% e il 50%.

Articolo
La contrazione dell’offerta di chip di memoria sta determinando un incremento dei prezzi dei computer su scala internazionale e un irrigidimento delle catene di approvvigionamento. Secondo quanto riportato da Reuters, Intel e AMD hanno informato i clienti in Cina di ritardi significativi nelle consegne di processori destinati ai server. I tempi di attesa oscillano tra 8-10 settimane per alcune soluzioni AMD e possono arrivare fino a 6 mesi per determinati modelli Intel, con incrementi di prezzo intorno al 10% sui chip Xeon, variabili in base agli accordi contrattuali.

La radice della tensione risiede nell’espansione accelerata dell’intelligenza artificiale, che ha innescato una domanda massiccia di infrastrutture dedicate. Le fonderie di semiconduttori operano prossime alla saturazione della capacità produttiva e le previsioni indicano che entro il 2026 i data center assorbiranno il 70% della produzione globale di chip di memoria, sospinti soprattutto dalla richiesta di HBM (High Bandwidth Memory, memoria ad alta larghezza di banda), componente cruciale per l’elaborazione di modelli complessi. La riallocazione delle linee produttive verso segmenti più remunerativi ha generato rincari anche nel comparto consumer, incidendo su RAM (Random Access Memory, memoria ad accesso casuale) e altri moduli.

L’effetto a catena coinvolge l’intero ecosistema tecnologico. GPU (Graphics Processing Unit, unità di elaborazione grafica) destinate al consumo, smartphone, televisori intelligenti e industria automobilistica risentono della minore disponibilità di memoria. L’emergere degli agenti di AI, sistemi capaci di eseguire azioni autonome oltre all’elaborazione, sta inoltre spingendo gli hyperscaler, grandi fornitori di servizi cloud su vasta scala, ad aumentare gli acquisti di CPU (Central Processing Unit, unità centrale di elaborazione) oltre alle migliaia di GPU già impiegate per training e inferenza.
Intel ha dichiarato a Reuters che “le scorte sono ai livelli più bassi nel primo trimestre, ma che si sta gestendo la situazione in modo energico e prevediamo un miglioramento dell’offerta nel secondo trimestre fino al 2026”. AMD ha manifestato maggiore fiducia, affermando di ritenere solida la propria capacità di soddisfare la domanda globale grazie ad accordi consolidati nella catena di fornitura, inclusa la collaborazione con TSMC (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, produttore taiwanese di semiconduttori).
In questo contesto si inserisce l’avvertimento di Lenovo, primo produttore mondiale di personal computer, che ha segnalato l’impatto crescente della carenza di memoria sulle spedizioni di PC. Dopo la pubblicazione dei risultati del terzo trimestre, l’amministratore delegato Yang Yuanqing ha spiegato che il gruppo ha già adeguato i listini per compensare l’aumento dei costi. Ha inoltre precisato che “ci aspettiamo vendite di PC sotto pressione, ma riteniamo di poter incrementare i ricavi e salvaguardare la redditività”. Dal punto di vista finanziario, Lenovo ha chiuso il trimestre di dicembre con ricavi pari a 22,2 miliardi di dollari, in crescita del 18% su base annua e superiori alla media delle stime degli analisti, fissata a 20,8 miliardi. Secondo IDC (International Data Corporation, società di analisi di mercato), nello stesso periodo il mercato globale dei PC è aumentato del 9,6%, con spedizioni a doppia cifra per Lenovo, HP e Dell. Tuttavia l’utile netto del gruppo cinese è diminuito del 21%, determinando una flessione del titolo fino al 6,3% dopo la diffusione dei risultati, a causa della compressione dei margini legata all’incremento dei costi della memoria. Yang Yuanqing ha parlato di uno squilibrio strutturale tra domanda e offerta destinato a proseguire per il resto dell’anno. Nell’ultimo trimestre i costi della memoria per Lenovo sono cresciuti tra il 40% e il 50% e nel periodo in corso i prezzi contrattuali potrebbero anche raddoppiare. L’espansione dell’AI continua infatti ad assorbire disponibilità di chip e componenti strategici, accentuando la scarsità su scala mondiale. Parallelamente, la divisione Infrastructure Solutions Group di Lenovo, dedicata a server e sistemi di storage, ha generato ricavi per 5,2 miliardi di dollari, in aumento del 31% su base annua e a un livello record trimestrale. Anche Nvidia e TSMC hanno indicato prospettive favorevoli sulla domanda legata all’intelligenza artificiale, pur in presenza di interrogativi su possibili eccessi speculativi nel comparto.
In sintesi, la combinazione tra espansione dell’AI, capacità produttiva limitata e riallocazione delle risorse industriali sta ridisegnando gli equilibri del settore tecnologico, con effetti tangibili su prezzi, margini e tempi di consegna lungo l’intera filiera e specialmente sulle tasche degli utenti finali.
L’OPINIONE
Se l’Europa non si rende al più presto indipendente dalla produzione tecno-digitale sarà sempre più la serva di altri.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









