Cgil: crisi metalmeccanica, crollo auto, meno occupati e investimenti in calo. Cisl: emergenza Campania

Uno studio della Fiom-Cgil descrive una trasformazione profonda del sistema industriale nazionale. Dal 2000 la produzione automobilistica è precipitata dell’83,3% e dal 2008 al 2024 il comparto ha perso oltre 103mila posti di lavoro, mentre crescono cassa integrazione, crisi aziendali e acquisizioni straniere.

Sintesi

L’analisi della Fiom-Cgil (Federazione Impiegati Operai Metallurgici, categoria sindacale dei metalmeccanici della Cgil) sullo stato dell’industria metalmeccanica italiana evidenzia un ridimensionamento strutturale iniziato nei primi anni 2000 e accentuato dopo la crisi finanziaria del 2008. La produzione automobilistica è scesa dell’83,3% rispetto ai livelli del 2000 e l’occupazione nel settore è diminuita di oltre 103mila unità tra il 2008 e il 2024, mentre il ricorso agli ammortizzatori sociali continua a sostenere migliaia di lavoratori sospesi dall’attività produttiva. Il calo riguarda anche altri comparti strategici come acciaio ed elettrodomestici e si accompagna alla diminuzione degli investimenti industriali e alla crescita delle acquisizioni di imprese italiane da parte di gruppi esteri. Il quadro nazionale si riflette in modo pressante, come evidenziato da Fim-Cisl (Federazione italiana metalmeccanici della Confederazione italiana sindacati lavoratori), in Campania dove la filiera dell’automotive coinvolge circa 30mila lavoratori e numerose aziende sono in difficoltà. Sindacati, imprenditori e istituzioni chiedono politiche industriali, interventi sul costo dell’energia e nuovi investimenti per sostenere la ricerca, la produzione e la riconversione industriale.

Articolo

Il sistema industriale metalmeccanico italiano attraversa una fase di contrazione che si protrae da oltre due decenni e che negli ultimi anni ha mostrato segnali di ulteriore indebolimento. Lo studio intitolato “Stato e tendenze dell’industria metalmeccanica italiana”, presentato dalla Fiom-Cgil (Federazione impiegati operai metallurgici della Confederazione generale italiana del lavoro), descrive un comparto che ha progressivamente ridotto produzione, occupazione e investimenti.

Secondo l’analisi, il settore ha perso tra il 2008 e il 2024 un totale di 103.775 posti di lavoro. Gli addetti sono passati da 2.088.424 a 1.984.649 unità. Il ridimensionamento sarebbe stato ancora più marcato senza il ricorso esteso agli ammortizzatori sociali, strumenti di sostegno al reddito utilizzati in caso di crisi produttive. Nel 2025 si registrano quasi 50 milioni di ore di cassa integrazione in più rispetto all’anno precedente e l’Inps (Istituto nazionale della previdenza sociale) ha autorizzato circa 309 milioni di ore complessive, equivalenti a oltre 148mila lavoratori temporaneamente sospesi dall’attività.

Il comparto che mostra la contrazione più evidente è quello automobilistico. Nei primi 9 mesi del 2000 la produzione nazionale di autovetture raggiungeva 1.077.995 unità, mentre nello stesso periodo del 2025 il numero si è ridotto a 179.737 veicoli. La diminuzione complessiva è pari all’83,3%. Questa trasformazione ha modificato anche il ruolo dell’Italia nella filiera europea dell’automotive, con un aumento dell’esportazione di componenti verso Paesi come Germania, Francia, Stati Uniti e Polonia.

Il segretario generale della Fiom-Cgil Michele De Palma ha chiesto l’apertura di un confronto istituzionale con il Governo. “Chiediamo un tavolo di confronto a Palazzo Chigi con la presidente del Consiglio e con i ministeri competenti per definire un piano straordinario di investimenti destinato a ricerca, sviluppo e produzione. Serve anche un intervento sul costo dell’energia per rafforzare la struttura industriale del Paese”. De Palma ha inoltre ricordato che nel 2024 il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso aveva indicato come obiettivo il raggiungimento della produzione di 1 milione di automobili annue, traguardo che appare oggi distante.

Il declino del settore è collegato anche alla riduzione degli investimenti esteri nel comparto automobilistico. Tra il 2015 e il 2024 gli investimenti provenienti dall’estero verso l’Italia nell’automotive sono diminuiti di 9,153 miliardi di euro, contribuendo a un processo di progressivo disimpegno industriale.

Anche altri comparti della metalmeccanica mostrano segnali di contrazione. La produzione nazionale di acciaio tra il 2011 e il 2024 è diminuita di 9,18 milioni di tonnellate, con una riduzione del 33,97%, mentre nello stesso periodo le importazioni sono aumentate di 0,238 milioni di tonnellate pari a un incremento dell’1,44%. Nel settore degli elettrodomestici si registra una flessione significativa della produzione. Tra il 2014 e il 2024: i frigoriferi sono diminuiti di 662.330 unità con una riduzione del 34,41%; le lavastoviglie sono calate di 186.244 unità pari al 21,62%; le lavatrici sono diminuite di 2.325.549 unità con un calo del 60,23%; le cappe aspiranti hanno perso 3.909.511 pezzi con una riduzione del 70,24%; gli aspirapolvere sono diminuiti di 1.092.464 unità pari al 64,02%.

La crisi industriale emerge anche dal numero delle vertenze aperte presso il Mimit (Ministero delle imprese e del Made in Italy). I tavoli di crisi attivi sono 42 e coinvolgono complessivamente 43.117 lavoratori. I comparti più esposti sono: la siderurgia con 16.307 lavoratori a rischio; l’automotive con 12.650; il settore degli elettrodomestici con 7.740; le telecomunicazioni e l’informatica con 3.446; il comparto energetico con 1.330; l’aerospazio con 1.102.

Tra le fragilità strutturali del sistema produttivo italiano emerge la dimensione ridotta delle imprese. In media nell’Unione Europea un’azienda metalmeccanica conta 43,75 addetti mentre in Italia la media scende a 29,88. Nel settore metallurgico tedesco le microimprese con meno di 10 dipendenti rappresentano il 50,8% del totale mentre in Italia arrivano al 63,8%. Le grandi imprese con oltre 250 addetti costituiscono circa il 9% del settore in Germania e poco più del 2% nel sistema industriale italiano.

Gli investimenti delle imprese manifatturiere in macchinari e impianti in rapporto al Pil (Prodotto interno lordo, indicatore che misura il valore complessivo dei beni e servizi prodotti in un Paese) risultano inoltre inferiori di oltre 6,1 punti rispetto ai livelli registrati nel 2000. La Fiom-Cgil osserva che questa riduzione appare particolarmente significativa perché si è verificata nonostante gli incentivi pubblici e il Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza, programma di investimenti finanziato dall’Unione Europea attraverso il fondo Next Generation EU).

Parallelamente cresce il fenomeno delle acquisizioni di imprese italiane da parte di gruppi stranieri, definito dal sindacato come un processo di perdita di sovranità industriale. Durante il governo guidato da Giorgia Meloni tra novembre 2022 e gennaio 2026 sono state registrate 255 acquisizioni di maggioranza di aziende metalmeccaniche italiane da parte di società estere, 60 acquisizioni di minoranza, 16 aumenti di capitale e 3 operazioni di joint venture (società mista creata da più imprese per sviluppare un progetto comune). Tra le operazioni più rilevanti figura la vendita di Iveco al gruppo indiano Tata Motors, mentre è stata completata l’acquisizione di Piaggio Aero da parte dell’azienda turca Baykar Makina.

La crisi della filiera automobilistica assume contorni particolarmente rilevanti in Campania, dove si concentra una parte importante dell’industria del settore. Le organizzazioni sindacali regionali hanno chiesto alla Regione Campania la convocazione di un tavolo di confronto prima delle riunioni previste al Mimit a Roma. L’incontro è stato fissato per il 12 marzo presso l’assessorato regionale alle Attività produttive.

Secondo Massimiliano Guglielmi della Fiom-Cgil, nella sola Campania la filiera dell’automotive impiega circa 30mila lavoratori e attraversa una fase molto delicata. Il 2026 rappresenta inoltre l’anno in cui molti ammortizzatori sociali attualmente in vigore rischiano di esaurirsi e i sindacati chiedono quindi il loro rinnovo e un rafforzamento delle misure di sostegno.

Un report della Fim-Cisl (Federazione italiana metalmeccanici della Confederazione italiana sindacati lavoratori) relativo al secondo semestre 2025 segnala la presenza di 45 aziende metalmeccaniche in difficoltà in Campania e circa 10mila lavoratori coinvolti tra cassa integrazione, riorganizzazioni e cessazioni di attività. La situazione più critica riguarda l’area metropolitana di Napoli dove si concentrano 5.907 lavoratori colpiti dalla crisi nella filiera dell’automotive e dell’indotto.

Il ridimensionamento vede in particolare gli stabilimenti produttivi di Stellantis, il gruppo automobilistico nato nel 2021 dalla fusione tra Fiat Chrysler Automobiles e il gruppo francese PSA (Peugeot Société Anonyme, azienda automobilistica francese). Lo stabilimento Giambattista Vico di Pomigliano d’Arco attraversa una fase complessa con ricorso alla cassa integrazione e al contratto di solidarietà per circa 3.750 lavoratori e un utilizzo medio dello strumento pari al 39%. Diversa la situazione dello stabilimento di Pratola Serra in provincia di Avellino, che produce motori di nuova generazione e continua a operare a pieno regime, anche se recentemente si sono registrate mobilitazioni sindacali. Tra le aziende dell’indotto coinvolte nella crisi figurano realtà come Trasnova, dove circa 50 dipendenti hanno ricevuto comunicazione di licenziamento, e altri gruppi industriali tra cui Proma, Magneti Marelli, Ficomirrors e Denso.

Secondo Paolo Scudieri, presidente di Anfia (Associazione nazionale filiera industria automobilistica) e del gruppo Adler, la situazione è anche il risultato delle politiche europee sulla transizione energetica. “È difficile vedere stabilimenti campani lavorare al di sotto delle proprie capacità produttive. Questo scenario è il risultato di una transizione industriale avviata senza aver creato le condizioni necessarie”.

Anche il segretario regionale della Fim-Cisl Giuseppe De Francesco sostiene che il sistema industriale campano abbia bisogno di interventi strutturali per ridurre il costo dell’energia e sostenere gli investimenti e la riconversione produttiva. Tra le ipotesi discusse negli ambienti industriali e istituzionali vi è la possibilità di convertire parte della produzione verso altri comparti tecnologici. Il presidente del Distretto aerospaziale della Campania Luigi Carrino osserva tuttavia che una trasformazione su larga scala verso l’aeronautica o il settore spaziale richiederebbe tempi lunghi e investimenti consistenti. Una riconversione più immediata potrebbe invece riguardare il settore della difesa terrestre, dove i codici Ateco (classificazione delle attività economiche utilizzata dall’Istat e dall’Agenzia delle entrate per identificare i settori produttivi) risultano in molti casi compatibili con quelli della metalmeccanica legata all’automotive.

In questo contesto di trasformazione industriale, l’instabilità geopolitica e l’aumento dei prezzi di energia, petrolio e gas rappresentano ulteriori fattori di rischio per un settore che resta centrale per l’economia italiana ma che necessita di nuove politiche industriali, investimenti tecnologici e strategie di riconversione per affrontare le sfide della transizione produttiva e della competizione globale.