Sintesi
Il fenomeno nasce dalla presenza storica di Cosa nostra nel territorio etneo e si è trasformato nel tempo in un sistema criminale fondato su droga, armi, controllo del territorio e riciclaggio. Nel 2024 i dati antidroga hanno già segnalato il ruolo del porto di Catania nei sequestri di cocaina. Nel 2025 le indagini tra Catania e Messina hanno confermato la capacità dei clan di gestire traffici, estorsioni e comunicazioni anche dal carcere. Nel giugno 2026 nuove operazioni hanno colpito reti legate ai gruppi catanesi e siracusani, fino all’inchiesta sul clan Mazzei. Il 6 luglio 2026 la Commissione regionale Antimafia ha indicato 42 piazze di spaccio in città, 160 chili di cocaina sequestrati dalla sola Polizia nei primi 6 mesi dell’anno e un aumento delle armi, anche da guerra. La questione resta dunque doppia: reprimere le organizzazioni e impedire che disagio sociale, lentezza giudiziaria, carcere e reinvestimento dei capitali illeciti continuino ad alimentare la filiera mafiosa.

Articolo
La vicenda riguarda l’allarme criminalità a Catania e, più in generale, il peso che il narcotraffico continua ad avere negli equilibri mafiosi della Sicilia orientale. Non si parla soltanto di spaccio al dettaglio, ma di un circuito più ampio, nel quale le piazze di vendita, i canali di rifornimento, le armi, il carcere, le estorsioni e il riciclaggio formano un’unica catena economica e militare. La radice storica è quella di Cosa nostra nel territorio etneo, dove le relazioni giudiziarie continuano a segnalare la presenza di famiglie strutturate, in particolare nell’area catanese e in alcuni centri della provincia, con collegamenti anche verso altri territori siciliani. Il quadro giuridico di contrasto risale almeno alla legge Rognoni-La Torre del 1982, che introdusse il reato di associazione di tipo mafioso, poi affiancato dalla disciplina sulle associazioni finalizzate al traffico di stupefacenti prevista dal D.P.R. (decreto del Presidente della Repubblica) 309/1990.

I dati consolidati più recenti della DCSA (Direzione centrale per i servizi antidroga), riferiti al 2024, aiutano a distinguere il piano dell’allarme politico-istituzionale da quello statistico nazionale. In quell’anno lo scalo marittimo di Catania ha registrato un sequestro di 499,60 chili di cocaina, pari all’8,54% dei sequestri portuali di frontiera, segnando il valore più alto dell’ultimo decennio per quel porto. Il primato nazionale portuale, tuttavia, restava a Gioia Tauro, che da solo concentrava oltre il 61% del totale. Per questo il dato riferito da Antonello Cracolici, presidente della Commissione Antimafia dell’Assemblea regionale siciliana, va letto come segnale aggiornato sull’intensità del fenomeno nel 2026, mentre il confronto ufficiale annuale resta affidato alle relazioni nazionali già pubblicate.

La progressione investigativa degli ultimi mesi conferma il salto di qualità. Il 13 marzo 2025 l’operazione contro il gruppo Cappello-Cintorino, tra Catania e Messina, ha portato a 39 misure cautelari per contestazioni che comprendevano associazione mafiosa, traffico e spaccio di droga, estorsione, rapina e accesso illecito a dispositivi di comunicazione usati da detenuti, con l’aggravante del metodo mafioso o della finalità di agevolare il clan. È un passaggio importante perché mostra come la droga non sia un’attività separata dalla mafia tradizionale, ma una delle sue principali fonti di liquidità e di potere.
Il 12 giugno 2026 l’operazione “Abisso”, coordinata dalla Procura di Catania ed eseguita dalla Guardia di finanza, ha colpito una rete ritenuta collegata ai gruppi Cappello-Bonaccorsi e Santa Panagia, con 15 arresti tra varie province e Malta, accuse di traffico e spaccio, minacce, detenzione illecita di armi, aggravante transnazionale e finalità di agevolazione mafiosa. Nell’indagine sono emersi 25 chili di droga sequestrati, un sequestro patrimoniale da circa 700 mila euro e il tentativo di recuperare quasi 2 tonnellate di cocaina al largo della costa catanese, già intercettate dalle Fiamme gialle. Il 25 giugno 2026, poi, un’altra inchiesta della Direzione distrettuale antimafia ha riguardato il clan Mazzei, con 10 destinatari di misura cautelare e contestazioni legate al traffico di stupefacenti con metodo mafioso, dopo un precedente provvedimento dell’8 giugno contro 20 indagati per mafia, armi da guerra, armi comuni, armi clandestine e tentato omicidio.
In questo contesto si inserisce la missione catanese della Commissione regionale Antimafia del 6 luglio 2026, svolta con il prefetto Pietro Signoriello e i vertici delle forze dell’ordine. Al termine dell’incontro, Cracolici ha riferito che nella sola città sarebbero state individuate 42 piazze di spaccio e che nei primi 6 mesi del 2026 la sola Polizia avrebbe sequestrato 160 chili di cocaina, una quantità indicata come pari a quella sequestrata nell’intero anno precedente dallo stesso corpo. Secondo la ricostruzione emersa dalla riunione, Catania funzionerebbe come centro di smistamento non solo per il capoluogo, ma anche per altre province della Sicilia orientale, con il controllo del traffico affidato alle famiglie mafiose.
L’altro elemento di allarme riguarda gli arsenali. Il sequestro di molte armi, comprese quelle da guerra, viene considerato un indicatore di pericolosità futura: oggi possono essere accumulate, domani potrebbero essere usate contro persone, rivali o obiettivi ancora non prevedibili. La preoccupazione, nelle parole del presidente della Commissione, è che la mafia non sia un ricordo del passato né un’emergenza finita solo perché non sempre spara in modo plateale. La minaccia resta viva quando controlla droga, territorio, paura e denaro, e diventa più insidiosa quando i profitti illeciti entrano nell’economia apparentemente pulita, dal turismo ai rifiuti, dagli appalti alle attività commerciali.
Nel dibattito è entrato anche il tema della giustizia. Cracolici ha richiamato il rischio che i ritardi nelle decisioni cautelari indeboliscano la risposta dello Stato, soprattutto nei procedimenti più complessi. La questione si intreccia con la legge Nordio, cioè la legge 114/2024, che ha previsto anche l’introduzione del GIP collegiale per le misure cautelari più gravi, con un aumento degli organici della Magistratura. Sul versante della giurisprudenza, la Corte costituzionale ha ribadito nel 2024 e nel 2025 la particolare severità dell’articolo 74 del testo unico sugli stupefacenti, soprattutto quando l’associazione è armata, confermando quanto il legislatore consideri il narcotraffico organizzato uno dei motori economici più pericolosi della criminalità.
Accanto alla repressione, la Commissione ha posto il tema sociale. Giovanni Burtone del Partito Democratico e sindaco di Militello in Val di Catania dal 12 giugno 2017, ha osservato che la mafia recluta spesso tra fragilità, marginalità e assenza di alternative, motivo per cui non basta arrestare: occorrono scuola, prevenzione, sostegno ai comuni, videosorveglianza e intercettazioni, ma anche politiche capaci di togliere manodopera ai clan. In questa linea si colloca pure “Liberi di scegliere”, il modello nato nel 2012 dall’esperienza giudiziaria di Roberto Di Bella (magistrato, dal 2011 presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria e dal 2020 dirige l’omologo ufficio giudiziario di Catania) e approvato alla Camera il 2 luglio 2026 come proposta di legge per proteggere i minori cresciuti in contesti mafiosi e i familiari che decidono di sottrarsi a quel sistema.
Il quadro che emerge è quindi quello di una Catania collocata al centro di una pressione criminale articolata, nella quale lo spaccio visibile nelle strade è solo la parte finale di una filiera più estesa. La droga garantisce denaro immediato, le armi rafforzano la capacità intimidatoria, il carcere può diventare luogo di collegamento se non viene controllato, la lentezza giudiziaria rischia di svuotare l’effetto delle indagini e il riciclaggio permette ai profitti mafiosi di mimetizzarsi nell’economia legale. Per questo l’allarme lanciato dopo la riunione in Prefettura non riguarda soltanto l’ordine pubblico, ma la tenuta complessiva della risposta istituzionale in Sicilia.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









