Sintesi
La riforma dell’assistenza territoriale prevista dal PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza) e regolata dal DM 77/2022 (Decreto ministeriale 77 del 2022) punta a rendere operative entro il 30 giugno 2026 almeno 1.038 Case della Comunità, strutture di prossimità (vicine) pensate per avvicinare il SSN (Servizio sanitario nazionale) ai cittadini e ridurre il ricorso improprio agli ospedali e ai pronto soccorso. Dopo settimane di tensioni sulla presenza dei medici di medicina generale nelle nuove sedi, il progetto di decreto proposto dal ministro della Salute Orazio Schillaci è stato accantonato davanti alle critiche dei sindacati e alle resistenze politiche, lasciando spazio alla trattativa contrattuale. Il 17 giugno 2026 le Regioni hanno approvato l’atto di indirizzo per sbloccare il rinnovo dell’ACN (Accordo collettivo nazionale) e il 23 giugno è arrivata prima l’intesa politica e poi, in serata, la firma dell’ipotesi di accordo con la Sisac (Struttura interregionale sanitari convenzionati), sottoscritta da FIMMG (Federazione italiana medici di medicina generale) e FMT (Federazione medici territoriali). Il testo prevede per i medici di famiglia un impegno fino a 6 ore settimanali per 48 settimane annue nelle Case della Comunità, nella fascia tra le 8:00 e le 20:00, con turni di almeno 3 ore continuative e compenso uniforme di 38,72 euro l’ora oltre oneri. Le Aziende sanitarie dovranno definire il fabbisogno orario di ciascuna struttura e distribuire le ore residue dopo l’impiego del personale già assegnato e il confronto con il referente dell’AFT (Aggregazione funzionale territoriale), ove presente. Il Governo e le Regioni presentano l’intesa come un passaggio necessario per rispettare le scadenze europee e riempire di funzioni le nuove sedi, mentre FIMMG parla di responsabilità verso pazienti, categoria e obiettivi PNRR. FMT rivendica di avere salvaguardato l’indipendenza del medico di famiglia, ma SMI (Sindacato medici italiani) e SNAMI (Sindacato nazionale autonomo medici italiani) non hanno firmato, denunciando il rischio di trasformare il rapporto convenzionale in una forma di subordinazione senza le tutele del lavoro dipendente. Il tema politico e sindacale resta concentrato sulla compatibilità tra autonomia professionale, organizzazione aziendale e urgenza di non perdere le risorse del Piano. In Sicilia, secondo i dati ufficiali diffusi dalla Regione il 15 aprile 2026 e aggiornati al 7 aprile, erano operative 57 strutture tra Case e Ospedali di Comunità. Le Case della Comunità attive risultavano 54 su 146 previste, mentre altre 27 avevano già concluso i lavori ma attendevano ancora l’attivazione.

Articolo
L’accordo sulla presenza dei medici di famiglia nelle Case della Comunità arriva a pochi giorni dalla scadenza del 30 giugno 2026, data fissata dal PNRR per l’entrata in funzione delle nuove strutture territoriali. La misura rientra nella Missione 6 Salute e punta a rafforzare l’assistenza di prossimità, cioè quella più vicina ai cittadini, attraverso presidi capaci di integrare servizi sanitari, sociosanitari e sociali. L’obiettivo aggiornato è di almeno 1.038 Case della Comunità rinnovate e dotate di tecnologia, dopo la rimodulazione che ha ridotto il traguardo iniziale di 1.350 strutture.

Il percorso nasce dal DM 77/2022 (Decreto ministeriale 77 del 2022), che ha ridisegnato l’assistenza territoriale del SSN (Servizio sanitario nazionale) e ha individuato le Case della Comunità come luoghi fisici di accesso alle cure primarie. In questo modello, il medico di medicina generale dovrebbe lavorare in raccordo con infermieri, specialisti, servizi distrettuali e altri professionisti, così da prendere in carico soprattutto pazienti cronici, fragili e persone con bisogni continuativi. La questione rimasta aperta, però, era come rendere effettiva la presenza dei medici nelle nuove sedi senza stravolgere il loro rapporto convenzionale.

Nelle settimane precedenti era stata ipotizzata una riforma più ampia, anche attraverso un decreto promosso dal ministro della Salute Orazio Schillaci, con l’obiettivo di rendere stabile l’inserimento dei medici di famiglia nelle strutture territoriali. Il progetto ha incontrato forti opposizioni, soprattutto per il timore di un passaggio verso forme di dipendenza o di controllo aziendale incompatibili con la natura della medicina generale. Dopo le polemiche, la via del decreto è stata abbandonata e il confronto è rientrato nella sede contrattuale. Il 17 giugno 2026 le Regioni hanno approvato l’atto di indirizzo necessario ad aprire la strada alla trattativa con la Sisac (Struttura interregionale sanitari convenzionati). Il 23 giugno è stata raggiunta un’intesa politica e, nella stessa serata, è arrivata la firma dell’ipotesi di accordo. A sottoscriverla sono state la parte pubblica e le organizzazioni FIMMG (Federazione italiana medici di medicina generale) e FMT (Federazione medici territoriali), mentre SMI (Sindacato medici italiani) e SNAMI (Sindacato nazionale autonomo medici italiani) hanno confermato il loro rifiuto.
Il testo stabilisce che i medici di famiglia possano essere chiamati a svolgere fino a 6 ore settimanali nelle Case della Comunità per 48 settimane l’anno. L’attività si svolgerà tra le 8:00 e le 20:00, con turni di almeno 3 ore continuative. Per ogni ora è previsto un compenso nazionale di 38,72 euro, oltre agli oneri, così da evitare differenze tariffarie tra territori. La scelta di una remunerazione uniforme viene presentata come una garanzia di omogeneità, ma resta uno dei punti più discussi per chi avrebbe preferito maggiore spazio alla contrattazione regionale.
L’organizzazione concreta spetterà alle singole Aziende sanitarie. Ogni struttura dovrà individuare il proprio fabbisogno orario, utilizzare prima il personale già assegnato ad attività orarie e, dove presente, consultare il referente dell’AFT (Aggregazione funzionale territoriale), cioè la rete organizzativa che collega i medici di famiglia in un determinato ambito. Solo dopo questo passaggio saranno distribuite le ore residue tra i medici operanti nel territorio collegato alla Casa della Comunità.
Per il ministro Schillaci, l’accordo consente di avvicinare la sanità ai cittadini e di valorizzare i professionisti che conoscono meglio i pazienti. L’obiettivo dichiarato è costruire una medicina territoriale più moderna, capace di alleggerire anche la pressione sui pronto soccorso. Il punto politico è evidente: senza medici, le nuove strutture rischierebbero di restare edifici vuoti o comunque incompleti, con il pericolo di non raggiungere i target europei e di compromettere una parte rilevante degli investimenti pubblici.
La posizione favorevole di FIMMG si fonda sul richiamo al senso di responsabilità. Il sindacato sostiene che in questa fase vadano tenute insieme più esigenze: la sostenibilità del lavoro dei medici, il rispetto degli obiettivi del PNRR e la tutela dei cittadini, soprattutto dei pazienti più fragili. Nella stessa direzione si colloca FMT, che considera l’intesa un compromesso necessario e rivendica di avere evitato una modifica più radicale della natura della medicina di famiglia, preservando autonomia professionale, rapporto fiduciario con gli assistiti e capillarità degli ambulatori.
Di segno opposto è il giudizio dei sindacati contrari. SMI denuncia uno stravolgimento della natura giuridica del rapporto di lavoro dei medici di medicina generale, oggi collocato nell’area della libera professione convenzionata. Secondo questa lettura, l’obbligo orario fino a 6 ore e la determinazione aziendale dei fabbisogni introdurrebbero elementi tipici della subordinazione, ma senza riconoscere ferie, malattia, infortuni e altre tutele proprie del lavoro dipendente. SNAMI usa argomenti analoghi e parla di una forma di dipendenza mascherata, sostenendo che la proposta riduca l’autonomia organizzativa dei professionisti e svuoti la contrattazione territoriale.
Il contrasto mette in evidenza il nodo centrale della riforma: far funzionare le Case della Comunità senza indebolire il rapporto fiduciario tra medico e paziente. Da un lato, il PNRR impone tempi stretti e richiede strutture operative, non soltanto cantieri completati. Dall’altro, la medicina generale teme che l’urgenza organizzativa ricada sui professionisti come un obbligo aggiuntivo, senza una revisione complessiva di carichi di lavoro, personale di supporto, burocrazia e carenza di medici. La sfida sarà trasformare le Case della Comunità in servizi reali per i cittadini, evitando che l’urgenza del PNRR produca una riforma solo formale o un nuovo scontro sulla natura del medico di famiglia.
In Sicilia, secondo i dati ufficiali diffusi dalla Regione il 15 aprile 2026 e aggiornati al 7 aprile, erano operative 57 strutture tra Case e Ospedali di Comunità, con 54 Case della Comunità attive su 146 previste e altre 27 già ultimate nei lavori ma ancora in attesa di avvio. Le sedi funzionanti risultavano concentrate soprattutto nelle province più popolose, con 15 Case nel Catanese, 13 nel Palermitano e 12 nel Messinese, mentre le altre erano distribuite tra Caltanissetta, Siracusa, Enna, Ragusa e Trapani; Agrigento, invece, figurava tra i territori con strutture concluse ma non ancora attivate. Il ritardo, dunque, non sembra riguardare solo i cantieri, ma soprattutto la fase successiva: reperire medici e infermieri, organizzare i servizi, completare gli adempimenti e trasformare gli immobili ultimati in presidi realmente funzionanti per i cittadini.
Immagine realizzata con Ia.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









