Campo largo, Roma discute di primarie. In Sicilia De Luca corre, Schifani punta al bis e Vannacci aleggia

Il fronte progressista siciliano resta senza candidato unitario. Il centrodestra parte da Schifani, mentre Futuro Nazionale prepara la propria presenza alle Regionali 2027

Sintesi

A Roma il confronto sulle primarie del campo progressista si è ulteriormente complicato. Roberto Speranza ha messo in dubbio l’utilità della competizione tra i leader e ha evocato, nel caso in cui la nuova legge elettorale imponesse l’indicazione di un candidato alla Presidenza del Consiglio, anche una figura simbolica come un diciottenne o un anziano partigiano. Angelo Bonelli ha rilanciato proponendo, qualora si arrivasse alle primarie, un partigiano, una partigiana oppure un rappresentante dei familiari delle vittime delle stragi fasciste. La riforma elettorale alla quale si riferisce il dibattito, però, a fine agosto è ancora all’esame parlamentare e non è legge. Il centrosinistra nazionale sta discutendo ancora prima di sapere definitivamente quali regole elettorali dovrà affrontare.

In Sicilia la situazione è diversa poiché il presidente della Regione viene già eletto direttamente dai cittadini. Il campo progressista esiste come tavolo politico e comprende PD, M5S, AVS, Controcorrente e altre forze civiche e riformiste, ma non ha ancora scelto il candidato. Il PD continua a indicare le primarie come prima soluzione, il M5S chiede prima programma e perimetro dell’alleanza, mentre Ismaele La Vardera ha ribadito di essere già candidato e di non temere i gazebo. Cateno De Luca, invece, ha ormai una propria candidatura e proprie liste in costruzione e contemporaneamente si è dichiarato disponibile a partecipare alle primarie sia del centrosinistra sia del centrodestra. Il campo progressista c’è, ma il non candidato e neanche i confini definitivi della coalizione.

Nel centrodestra Renato Schifani resta nettamente il nome più concreto. Il presidente uscente ha dichiarato il 27 agosto che gli farebbe “molto piacere continuare”, mentre Ignazio La Russa ha osservato che normalmente un buon presidente che intenda ricandidarsi viene riproposto. Non esiste tuttavia ancora un’investitura formale della coalizione. Fratelli d’Italia ha fatto sapere che, se Forza Italia rimettesse in discussione Schifani, potrebbe avanzare propri nomi; tra quelli evocati compare Gaetano Galvagno, mentre nell’area forzista sono circolati Giorgio Mulè e Marco Falcone. In pratica, oggi il candidato da battere nel centrodestra è Schifani, ma la partita non è giuridicamente né politicamente chiusa.

L’apertura nazionale del viceministro Edmondo Cirielli a Roberto Vannacci non modifica, almeno per ora, questo quadro. Fratelli d’Italia ha immediatamente precisato che si trattava di una posizione personale e lo stesso Cirielli ha successivamente chiarito che un’alleanza con Futuro Nazionale non è nell’agenda del partito. In Sicilia Vannacci ha già annunciato che Futuro Nazionale parteciperà alle Regionali del 2027 e il movimento sta costruendo una propria rete territoriale, ma non ha indicato un candidato presidente né raggiunto un’intesa con la coalizione di Schifani. Vannacci rappresenta oggi un ulteriore concorrente e una pressione soprattutto sul fianco destro del centrodestra, non un nuovo alleato già acquisito.

Articolo

A Roma il problema vero è diventato il metodo

La provocazione sul “partigiano” ha reso più evidente un problema politico che precede i nomi. Roberto Speranza (deputato del PD, Partito Democratico, ed ex ministro della Salute) non ha semplicemente proposto un partigiano da mandare alle primarie contro Giorgia Meloni. Il suo ragionamento è stato più articolato: ha giudicato rischiosa una competizione interna tra i leader del centrosinistra e, nell’eventualità che la riforma elettorale imponesse alla coalizione di indicare preventivamente una persona per Palazzo Chigi, ha evocato anche la possibilità di una figura volutamente simbolica, come un neomaggiorenne o un anziano partigiano.

Angelo Bonelli (deputato e co-leader di AVS, Alleanza Verdi e Sinistra) ha portato quella provocazione un passo più avanti. Ha sostenuto che prima delle primarie debba esserci un accordo sul programma e ha indicato, se i gazebo si faranno, un partigiano, una partigiana oppure il presidente di uno dei comitati dei familiari delle vittime delle stragi fasciste. Per Bonelli non dovrebbe essere una candidatura fittizia, ma il richiamo politico ai valori costituzionali nati dalla Resistenza.

Goffredo Bettini (storico dirigente del PD) ha cercato invece di riportare la discussione sul terreno delle regole: programma prima di tutto e, qualora si scelgano le primarie, un comitato di garanzia sopra le parti. Ha anche avvertito che abbandonare adesso un percorso già avviato potrebbe essere letto come incapacità di scegliere.

C’è però un elemento giuridico che ridimensiona parte della disputa estiva. La proposta di riforma elettorale nazionale è ancora in discussione. Il resoconto ufficiale della 1ª Commissione Affari costituzionali del Senato conferma che il testo prevede l’obbligo per i partiti di indicare, nel programma elettorale, il nominativo del proprio candidato alla Presidenza del Consiglio e, nel caso di liste collegate in coalizione, di indicare obbligatoriamente lo stesso nome. La previsione fa comunque espressamente salve le prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica e il divieto di vincolo di mandato parlamentare.

Il 5 agosto 2026 la Commissione ha concluso la discussione generale congiunta sui disegni di legge e ne ha rinviato il seguito dell’esame. La riforma, quindi, a fine agosto 2026 non è ancora legge e non ha modificato la normativa elettorale vigente.

In Sicilia la scelta del presidente non può essere rinviata allo stesso modo

Nell’Isola il problema istituzionale è più semplice e, proprio per questo, politicamente più stringente. L’articolo 9 dello Statuto speciale stabilisce che il presidente della Regione venga eletto “a suffragio universale e diretto” contestualmente all’Assemblea. La legge regionale 3 giugno 2005, n. 7 ha disciplinato quel sistema di elezione diretta. Non si tratta quindi, come nel dibattito nazionale, di decidere se indicare simbolicamente o politicamente una persona da proporre per Palazzo Chigi: alle Regionali siciliane occorre necessariamente presentare un candidato alla presidenza davanti agli elettori.

C’è però un elemento giuridico che ridimensiona parte della disputa estiva. La proposta di riforma elettorale nazionale è ancora in discussione. Il resoconto ufficiale della 1ª Commissione Affari costituzionali del Senato conferma che il testo prevede l’obbligo per i partiti di indicare, nel programma elettorale, il nominativo del proprio candidato alla Presidenza del Consiglio e, nel caso di liste collegate in coalizione, di indicare obbligatoriamente lo stesso nome. i partiti possono indicare prima delle elezioni chi vorrebbero come Presidente del Consiglio, ma quella scelta non diventa automatica. Il Presidente della Repubblica conserva il potere previsto dalla Costituzione di affidare l’incarico, mentre deputati e senatori restano liberi di votare secondo le proprie valutazioni e non sono obbligati a seguire sempre le indicazioni del partito.

Il 5 agosto 2026 la Commissione ha concluso la discussione generale congiunta sui disegni di legge e ne ha rinviato il seguito dell’esame. La riforma, quindi, a fine agosto 2026 non è ancora legge e non ha modificato la normativa elettorale vigente.

Nel frattempo il tavolo progressista siciliano ha già prodotto documenti comuni. Il 27 luglio una nota è stata sottoscritta da Anthony Barbagallo per il PD; Nuccio Di Paola per il Movimento 5 Stelle; Pierpaolo Montalto e Fabio Giambrone per AVS; Ismaele La Vardera per Controcorrente; oltre a +Europa, Italia Viva, PSI, +Uno, Progetto Civico, Spazio Civico, Sinistra Futura e PeR. È dunque sbagliato sostenere che non esista un’area politica comune. Esiste e sta lavorando. Ciò che ancora manca è la trasformazione di quel tavolo in una coalizione elettorale definitivamente delimitata, con programma conclusivo e candidato presidente condiviso.

PD e M5S, stessa coalizione ma tempi diversi

La differenza principale riguarda il metodo. Anthony Barbagallo (segretario regionale del PD) continua a considerare le primarie la prima scelta del suo partito, ma ha collocato prima dei gazebo la costruzione del programma comune. La campagna di ascolto provincia per provincia dovrebbe consentire di definire il percorso entro la metà di settembre.

Nuccio Di Paola (coordinatore regionale del M5S e vicepresidente dell’ARS, Assemblea Regionale Siciliana) ha assunto una posizione più prudente: prima la sintesi su ciò che si vuole fare della Sicilia, poi lo strumento con cui scegliere chi dovrà guidarla. Il Movimento non ha quindi escluso in assoluto le primarie, ma rifiuta che diventino il punto di partenza dell’alleanza. Fra le proposte già avanzate dal M5S c’è anche una radicale riorganizzazione della sanità regionale con l’eliminazione delle attuali 9 Aziende sanitarie provinciali.

Ismaele La Vardera (deputato regionale e fondatore di Controcorrente) ha invece tolto qualsiasi ambiguità sulla propria posizione personale: il 25 agosto ha ribadito che la sua candidatura alla presidenza è reale, che non intende fare un passo indietro preventivo e che le primarie non lo spaventano. Il 5 e 6 settembre il movimento riunirà ad Agrigento gli Stati generali dei civici di Controcorrente.

De Luca ormai è candidato, ma continua a bussare a 2 porte

La novità politicamente più importante riguarda Cateno De Luca (deputato regionale, leader di Sud chiama Nord e sindaco di Taormina). L’8 agosto Sud chiama Nord ha annunciato a Messina 22 candidati alle Regionali spiegando esplicitamente che avrebbero sostenuto il proprio “Governo di Liberazione” e la candidatura di De Luca alla presidenza. Il movimento ha quindi superato la fase della semplice esplorazione: De Luca dispone ormai di un progetto presidenziale autonomo e di liste in costruzione.

Il 22 agosto, tuttavia, lo stesso De Luca ha dichiarato alla Tgr Sicilia che parteciperebbe alle primarie del centrosinistra se venissero organizzate e farebbe altrettanto se fossero invece promosse dal centrodestra. Ha presentato questa disponibilità come una sfida alla scelta dei candidati imposta dalle segreterie nazionali.

La mossa ha prodotto chiusure da entrambe le parti. Di Paola ha accusato De Luca di favorire Schifani mettendo sullo stesso piano centrodestra e forze alternative, mentre Saverio Romano (coordinatore politico di Noi Moderati) ha ricordato che appartenere al centrodestra non è compatibile con una contemporanea appartenenza al centrosinistra. Il PD siciliano conserva invece una porta socchiusa: nella direzione regionale del 27 agosto Barbagallo ha ribadito che Sud chiama Nord resta un interlocutore.

È questo, a fine agosto, il vero spartiacque siciliano. De Luca non può essere descritto come componente del campo largo. Ha una candidatura propria, costruisce liste proprie e mantiene intenzionalmente aperto il dialogo con 2 aree alternative. Il PD valuta se coinvolgerlo; M5S e una parte significativa della sinistra restano contrari. La definizione del perimetro della coalizione precede quindi perfino la scelta definitiva delle primarie.

Nel centrodestra il numero 1 resta Schifani

Sul versante opposto il quadro è molto meno indefinito, ma neppure completamente chiuso. Renato Schifani (presidente della Regione Siciliana ed esponente di FI, Forza Italia) ha dichiarato il 27 agosto a Sky TG24 che gli farebbe “molto piacere continuare” per dare continuità alle opere e alle riforme avviate. Ha tuttavia aggiunto che la decisione spetterà all’intera coalizione.

Il giorno precedente Ignazio La Russa (presidente del Senato ed esponente di Fratelli d’Italia) aveva fornito l’appoggio politico più significativo arrivato finora da FdI: ha definito Schifani un buon presidente e ha osservato che, nella normalità, un governatore giudicato positivamente e disponibile a ricandidarsi viene riproposto. Anche La Russa ha però precisato che la scelta appartiene ai partiti della coalizione.

Quindi alla domanda “chi è oggi il candidato presidente del centrodestra in Sicilia?” la risposta più corretta è: Renato Schifani è il candidato naturale e nettamente più avanzato, ma non è ancora il candidato formalmente e definitivamente designato dalla coalizione per il 2027.

Nello Musumeci (ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare, esponente di FdI ed ex presidente della Regione) ha ricordato il 22 agosto che non esiste più una regola automatica di riconferma dell’uscente, richiamando implicitamente quanto accadde a lui nel 2022. Non ha però annunciato una propria candidatura.

Galvagno, Mulè e Falcone: alternative possibili, non candidati ufficiali

Fratelli d’Italia ha mantenuto una carta di riserva. Luca Sbardella (commissario regionale di FdI) aveva chiarito già a giugno che, se il candidato non fosse Schifani, non sarebbe affatto scontato lasciare comunque la candidatura a Forza Italia. Il 24 agosto ha ribadito che FdI non mette oggi in discussione il governatore, ma potrebbe proporre personalità proprie qualora fosse proprio FI ad aprire il dopo-Schifani. Fra i nomi indicati come politicamente adeguati ha citato Gaetano Galvagno (presidente dell’ARS ed esponente di FdI).

Dentro Forza Italia sono invece emersi nei mesi scorsi Giorgio Mulè (vicepresidente della Camera) e Marco Falcone (eurodeputato ed ex assessore regionale). Entrambi sono stati indicati come personalità disponibili a un eventuale scenario successivo a Schifani, ma nessuno dei 2 dispone oggi dell’investitura del partito.

Il centrodestra siciliano non ha dunque una vera rosa di candidature concorrenti sullo stesso piano: ha un favorito evidente, Schifani, e diversi nomi di riserva utilizzabili soltanto se dovesse rompersi l’equilibrio attuale.

Vannacci è il quarto elemento della partita

Le dichiarazioni di Edmondo Cirielli (viceministro degli Esteri ed esponente di FdI) hanno aperto un caso nazionale il 27 agosto. Cirielli ha detto di augurarsi una futura possibilità di governare con Roberto Vannacci (leader di Futuro Nazionale ed ex vicesegretario della Lega), sostenendo che il nuovo partito potrebbe essere messo alla prova anche attraverso responsabilità di governo. Fratelli d’Italia ha reagito quasi immediatamente precisando che quelle parole erano personali. Cirielli ha poi chiarito che l’eventuale alleanza era una valutazione teorica e che non era mai stata discussa dal partito.

In Sicilia, però, Futuro Nazionale non è un soggetto astratto. Vannacci ha già annunciato a Milazzo (Comune costiero ionico della città metropolitana di Messina) che il partito parteciperà alle Regionali del 2027. A luglio la struttura siciliana dichiarava 153 comitati e oltre 6.000 iscritti, anche se il responsabile per Sicilia e Sardegna Gianluca Dessì ammetteva divisioni interne e la necessità di selezionare con cautela i dirigenti territoriali.

Vannacci ha inoltre espresso nei mesi scorsi un giudizio negativo sull’azione del Governo Schifani. Per questo, almeno allo stato attuale, non può essere sommato automaticamente alla coalizione regionale di centrodestra. La situazione siciliana è molto più vicina a quella di una forza autonoma che vuole misurarsi alle urne e decidere successivamente se e a quali condizioni stringere alleanze.

Il primo vero bivio arriverà a settembre

Alla data del 28 agosto 2026 il quadro può essere quindi definito con maggiore precisione rispetto a metà mese. Il campo progressista siciliano è una realtà politica, ma non è ancora una coalizione elettorale definitivamente chiusa e non dispone di un candidato unitario. Il PD preferisce le primarie; il M5S pretende prima programma e perimetro; La Vardera è già candidato e accetta il confronto; De Luca corre autonomamente e tenta contemporaneamente di costringere entrambi i poli a confrontarsi con lui.

Nel centrodestra Schifani è molto più avanti di qualsiasi possibile alternativa e ha manifestato apertamente la volontà di proseguire, rafforzato dall’appoggio politico di La Russa. Ma nessuna decisione formale rende oggi impossibile un cambio di candidato. FdI conserva infatti proprie opzioni e le tensioni interne a Forza Italia non sono completamente risolte.

A destra di questa coalizione cresce infine Futuro Nazionale. L’apertura di Cirielli non rappresenta ancora la linea di Giorgia Meloni e non produce automaticamente un’intesa siciliana. Vannacci ha già annunciato che correrà nell’Isola e deve ancora decidere se farlo fino in fondo da solo oppure utilizzare il proprio peso per negoziare.

La differenza rispetto a Roma è quindi netta. A livello nazionale si discute ancora se, come e con quali regole scegliere il candidato comune. In Sicilia l’elezione diretta obbliga invece tutti a scoprirsi: Schifani è oggi il favorito del centrodestra; La Vardera e De Luca sono già concretamente in campo; il candidato unitario del fronte progressista è ancora da trovare. Settembre, più che agosto, dirà se il “campo largo” siciliano riuscirà davvero a diventare una coalizione.