Sintesi
La Gran Bretagna attraversa una fase di forte instabilità politica e sociale dopo le pesanti sconfitte elettorali subite dal Partito Laburista* guidato da Keir Starmer, sempre più contestato all’interno della sua formazione politica mentre cresce il consenso degli elettori verso Reform UK di Nigel Farage. Starmer ha rilanciato il riavvicinamento all’Unione europea dopo gli effetti economici negativi della Brexit e ha annunciato interventi strategici come la nazionalizzazione di British Steel. Parallelamente la Francia di Emmanuel Macron tenta di superare definitivamente la stagione della “Françafrique” rilanciando la presenza economica nel continente africano attraverso il vertice Africa Forward di Nairobi e un piano di investimenti da 23 miliardi di euro destinato soprattutto all’Africa orientale e anglofona (uno Stato o territorio in cui la lingua inglese è utilizzata come lingua madre, ufficiale o principale di comunicazione dalla maggioranza della popolazione). Sullo sfondo si intensifica la competizione internazionale con Cina, Russia, Turchia, India e Paesi del Golfo. Anche l’Italia cerca spazio nel grande continente con il Piano Mattei.

Articolo
Il Regno Unito vive una delle stagioni politiche più delicate degli ultimi anni mentre gli effetti economici e sociali della Brexit continuano a influenzare il dibattito pubblico e le dinamiche elettorali. Il primo ministro britannico Keir Starmer resta al centro di una profonda contestazione interna dopo la dura sconfitta del Partito Laburista nelle recenti elezioni amministrative inglesi e gallesi, un voto che ha provocato la perdita di circa 1.500 seggi locali e la fine del predominio storico del Labour in Galles dopo oltre 100 anni. Le consultazioni locali del maggio 2026 hanno evidenziato una crescita significativa di Reform UK (noto anche in italiano come Partito Reform, partito riforma, precedentemente Brexit Party, partito della brexit, si tratta di un contesto politico britannico di destra, euroscettico e conservatore, fondato nel febbraio 2019), il movimento populista e anti-immigrazione guidato da Nigel Farage, che ha conquistato numerosi territori tradizionalmente laburisti e consolidato il malcontento verso i due partiti storici britannici.

Nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi, Starmer ha pronunciato un discorso fortemente orientato a rilanciare la propria leadership e a riaffermare il ruolo internazionale del Regno Unito. Il premier ha sostenuto che l’uscita dall’Unione europea abbia reso la Gran Bretagna “più povera e più fragile”, ribadendo la necessità di un nuovo avvicinamento politico ed economico all’Europa. Secondo quanto annunciato, il governo britannico intende sviluppare un programma di mobilità destinato a studenti e giovani professionisti per favorire studio e lavoro nei Paesi europei, segnando uno dei primi atti concreti di riapertura verso Bruxelles dopo il referendum del 2016 sulla Brexit, termine nato dall’unione delle parole inglesi “Britain” e “exit”, cioè “uscita della Gran Bretagna”.

La strategia europeista di Starmer si scontra tuttavia con un’opinione pubblica ancora profondamente divisa. Molte delle aree che avevano sostenuto il “Leave” nel referendum del 2016, cioè il fronte favorevole all’uscita dall’Unione europea, hanno oggi spostato il proprio consenso verso Reform UK. Per questo il premier ha affiancato ai temi europei una serie di misure economiche e industriali rivolte alle fasce più colpite dalla crisi economica e dalla deindustrializzazione. Tra queste emerge la decisione di avviare il processo di nazionalizzazione della British Steel, azienda strategica per la produzione dell’acciaio britannico e da tempo in difficoltà finanziaria. Starmer ha definito la siderurgia “una capacità sovrana essenziale” e ha sostenuto che il controllo pubblico sia necessario per tutelare l’interesse nazionale e salvaguardare l’occupazione.
Il premier britannico ha inoltre rivendicato alcune scelte di politica estera ed economica compiute dal suo esecutivo. Ha ricordato la decisione di non entrare nel conflitto tra Iran e Stati Uniti nonostante le pressioni internazionali, ha difeso gli investimenti nei servizi pubblici e ha sostenuto che il Governo abbia rafforzato le basi economiche del Paese per affrontare gli effetti delle tensioni geopolitiche globali. Tuttavia le critiche interne al Labour continuano ad aumentare. La deputata Catherine West ha chiesto apertamente una “transizione ordinata” della leadership entro settembre e starebbe raccogliendo le firme necessarie per aprire formalmente la successione. Tra i possibili candidati emerge il nome di Andy Burnham, attuale sindaco di Manchester ed ex ministro, considerato uno dei politici laburisti più popolari del Paese.
Parallelamente anche la Francia sta ridefinendo la propria posizione internazionale, soprattutto nel continente africano. Il presidente Emmanuel Macron ha rilanciato a Nairobi il nuovo corso della politica africana francese durante il vertice Africa Forward Summit, organizzato insieme al presidente del Kenya William Ruto. L’iniziativa rappresenta il primo grande summit franco-africano ospitato in un Paese anglofono (Si riferisce a nazioni dove l’inglese è la lingua dominante, come anche Regno Unito, Stati Uniti, Irlanda, Canada, Australia, Nuova Zelanda, in genere paesi che in passato sono stati ex colonie o dipendenze amministrative del Regno Unito) e segna simbolicamente la volontà di Parigi di superare la tradizionale “Françafrique”, espressione utilizzata per indicare il sistema di influenza politica, economica e militare esercitato dalla Francia nelle ex colonie africane francofone dopo la decolonizzazione.
Macron ha annunciato investimenti per 23 miliardi di euro destinati a energia, intelligenza artificiale, digitale, agricoltura e sanità. Secondo i dati ufficiali, 14 miliardi proverranno da imprese francesi mentre 9 miliardi arriveranno da partner africani. Il presidente francese ha insistito sulla necessità di costruire un rapporto “tra pari”, fondato sulla sovranità e sulla cooperazione economica anziché sull’assistenza tradizionale.
La svolta strategica nasce anche dalla progressiva perdita di influenza francese nel Sahel occidentale. Negli ultimi anni la Francia è stata costretta a ritirare i propri contingenti militari da Mali, Burkina Faso e Niger dopo i colpi di Stato militari verificatisi tra il 2020 e il 2023. Anche governi democratici come Senegal e Costa d’Avorio hanno progressivamente ridimensionato la presenza francese. Questo ridisegno geopolitico ha spinto Parigi a guardare con maggiore interesse ai Paesi dell’Africa orientale e anglofona come Kenya, Nigeria, Ruanda, Tanzania e Botswana.
L’obiettivo dell’Eliseo sarebbe favorire nuove opportunità per le piccole e medie imprese francesi, le cosiddette Pmi (Piccole e medie imprese), incentivando investimenti industriali e tecnologici in mercati africani considerati in forte crescita. La strategia francese si inserisce però in un contesto di competizione internazionale sempre più intensa.
Nel frattempo la Cina continua a mantenere una presenza economica dominante nel continente africano con interscambi superiori ai 273 miliardi di euro nel 2024 mentre Russia, India, Turchia e Paesi del Golfo stanno ampliando la loro influenza commerciale, logistica e militare. Anche l’Italia ha rafforzato la propria presenza attraverso il Piano Mattei, progetto promosso dal governo italiano per consolidare cooperazione energetica e sviluppo infrastrutturale con i Paesi africani.
Nel corso del summit di Nairobi diversi leader africani hanno chiesto una revisione dell’architettura finanziaria internazionale e dei criteri utilizzati per valutare il rischio dei debiti sovrani africani, giudicati eccessivamente penalizzanti. Macron si è detto favorevole all’introduzione di strumenti di garanzia pubblica per ridurre il costo dei prestiti e incentivare gli investimenti privati nel continente. Una richiesta sostenuta apertamente anche dal presidente keniota Ruto, che ha ribadito la necessità di rapporti economici basati sulla reciprocità e non sulla dipendenza.
* Il Partito Laburista britannico, conosciuto come Labour Party, rappresenta storicamente l’area del centrosinistra del Regno Unito ed è paragonabile, pur con differenze strutturali e culturali, al Partito Democratico italiano e alle forze riformiste progressiste. Entrambi si collocano nell’area della socialdemocrazia e del socialismo democratico, sostenendo il Welfare State (Stato sociale), la tutela dei diritti civili, la sanità pubblica e l’istruzione statale, con il National Health Service, NHS (Servizio sanitario nazionale britannico), considerato uno dei simboli storici del laburismo. A differenza del centrosinistra italiano, il Labour mantiene però un legame molto più diretto con le Trade Unions (sindacati britannici), elemento che ne ha caratterizzato l’identità politica sin dalla nascita. Durante la stagione del cosiddetto “New Labour” di Tony Blair, tra il 1994 e il 2010, il partito si spostò verso posizioni più moderate e liberali attraverso la “Third Way” (Terza Via), una linea politica centrista simile ad alcune evoluzioni vissute dal centrosinistra italiano. Con l’attuale leadership di Keir Starmer, primo ministro dal 2024, il Labour ha ulteriormente rafforzato un orientamento pragmatico e moderato per recuperare il consenso dell’elettorato centrista dopo la fase più radicale guidata da Jeremy Corbyn. In sostanza, il laburismo britannico costituisce il principale riferimento del centrosinistra nel Regno Unito, mantenendo però una tradizione sindacale più forte e una storia politica oscillante tra riformismo socialdemocratico e centrismo blairiano.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.








