Bankitalia: La Sicilia cresce ma rallenta: la sfida è diventare piattaforma produttiva del Mediterraneo

Per Bankitalia l’Isola ha risorse e margini per attrarre investimenti, innovazione e produzione, ma la crescita resta fragile se non si trasformano fondi pubblici, conti in miglioramento e segnali positivi in lavoro qualificato, servizi efficienti e capacità di trattenere giovani, donne, laureati e imprenditori

Sintesi

Il 25 giugno 2026, nella sede di Palermo della Banca d’Italia, diretta da Milena Caldarella, è stato presentato il rapporto annuale sull’economia siciliana relativo al 2025, con la partecipazione del vice direttore generale Gian Luca Trequattrini e il commento del presidente della Regione Siciliana Renato Schifani. Il quadro che emerge è quello di un’isola che continua a crescere, ma con un passo meno sostenuto rispetto alla fase precedente. Secondo l’ITER (indicatore trimestrale dell’economia regionale), il Pil (prodotto interno lordo) è aumentato dello 0,6%, un dato lievemente superiore alla media nazionale ma in rallentamento dopo un primo semestre più dinamico e una seconda parte dell’anno più debole. Le imprese hanno mantenuto risultati complessivamente positivi, con l’82% delle aziende industriali in utile e una lieve ripresa degli investimenti, anche se per il 2026 molte prevedono una riduzione dell’accumulazione di capitale. Le costruzioni sono cresciute grazie soprattutto ai lavori pubblici e al PNRR, mentre i servizi, che producono circa quattro quinti del valore aggiunto regionale, hanno rallentato allo 0,3%, nonostante il turismo abbia registrato presenze in aumento dell’1,6%. L’export complessivo è sceso del 10,8%, penalizzato dai prodotti petroliferi, ma al netto di questo comparto le vendite all’estero sono cresciute del 7,1%, sostenute da cantieristica navale, agroalimentare ed elettronica. Il lavoro mostra segnali contrastanti: il tasso di occupazione ha raggiunto il 47,3%, il valore più alto dal 2019, ma resta lontano dal 62,5% italiano e si accompagnano alla crescita il calo dell’occupazione femminile, la flessione tra 25 e 34 anni e la diminuzione dei laureati occupati. Tra il 2019 e il 2024 la Sicilia ha perso circa 30.000 residenti verso il resto del Paese o l’estero, soprattutto nelle classi adulte più mobili. Le retribuzioni nominali sono cresciute, ma tra il 2008 e il 2023 quelle reali medie del settore privato sono diminuite del 15,8%. La finanza pubblica regionale registra il pieno rientro dal disavanzo e un saldo attivo, ma restano criticità nei Comuni.

Articolo

La fotografia più aggiornata dell’economia siciliana consegnata dalla Banca d’Italia non è quella di una regione ferma, ma nemmeno quella di una crescita ormai consolidata. Il rapporto annuale sul 2025, presentato il 25 giugno 2026 nella sede di Palermo, descrive un territorio che avanza, ma con una velocità inferiore rispetto alla fase precedente. L’aumento del Pil (prodotto interno lordo) dello 0,6%, stimato attraverso l’ITER (indicatore trimestrale dell’economia regionale), conferma una variazione leggermente migliore di quella italiana, ma segnala anche un indebolimento progressivo nella seconda metà dell’anno.

Il dato va letto in ordine cronologico. Dopo la ripresa seguita alla pandemia e dopo anni in cui la Sicilia aveva registrato incrementi più robusti, il 2025 ha mostrato un primo semestre più vivace e una parte finale meno brillante. È proprio questa frenata a spiegare il tono prudente del rapporto: l’Isola non arretra, ma deve dimostrare di saper trasformare una crescita ancora sostenuta da fattori temporanei, fondi pubblici e domanda legata agli investimenti in uno sviluppo più stabile, diffuso e produttivo.

Nel sistema delle imprese il quadro è meno negativo di quanto la decelerazione generale potrebbe far pensare. Nell’industria il valore aggiunto è cresciuto dello 0,3% in termini reali. Le aziende con fatturato in aumento hanno superato quelle con ricavi in calo e la quota di imprese che hanno chiuso l’esercizio in utile è salita all’82%, quasi 8 punti in più rispetto all’anno precedente. Tuttavia, la fiducia non appare piena: per il 2026 quasi il 45% delle imprese industriali prevede vendite in crescita, mentre poco meno di un terzo teme una riduzione. Sul fronte degli investimenti, il rapporto segnala una lieve ripresa nel 2025, favorita anche dal minore costo del credito, ma le tensioni geopolitiche e l’incertezza internazionale spingono quasi 6 aziende su 10 a prevedere un taglio nell’anno in corso.

Il comparto che ha sostenuto con maggiore evidenza l’attività produttiva è quello delle costruzioni. Nel 2025 il valore aggiunto è aumentato dell’1,5% e le ore lavorate sono cresciute del 3,1%, più della media nazionale. A trainare non è stata l’edilizia privata, in calo, ma la domanda pubblica. I lavori finanziati da amministrazioni e programmi di investimento hanno ormai un peso vicino a un terzo delle ore segnalate alle casse edili siciliane, contro poco più di un quarto nel 2024. Il PNRR ha quindi avuto un ruolo determinante, insieme all’aumento dei bandi per opere pubbliche. Anche il mercato immobiliare ha dato segnali positivi, con le compravendite di abitazioni tornate a crescere del 7%.

Diverso è il ritmo dei servizi, che restano il cuore dell’economia regionale perché rappresentano circa quattro quinti del valore aggiunto. Nel 2025 il settore ha rallentato allo 0,3%, dopo il 2,1% dell’anno precedente. Le imprese dei servizi privati non finanziari hanno mostrato un equilibrio quasi perfetto tra chi ha aumentato il fatturato e chi lo ha ridotto. Il turismo continua comunque a dare un contributo favorevole: le presenze sono cresciute dell’1,6%, soprattutto grazie agli stranieri. Il traffico aeroportuale ha invece ristagnato, con una lieve contrazione della componente domestica e una crescita di quella internazionale. Nei porti il movimento dei passeggeri è aumentato dal 2,4% al 6,2%, sostenuto anche dalle crociere, mentre il traffico merci ha registrato un lieve incremento.

Il punto più vistoso di debolezza riguarda l’export (esportazioni). Nel 2025 le vendite siciliane all’estero sono diminuite del 10,8% a prezzi correnti, in controtendenza rispetto alla media nazionale. La causa principale è il peso dei prodotti petroliferi, scesi del 23,4% e ancora pari a circa metà dell’export regionale. Il calo è legato sia alla riduzione delle quantità esportate sia alla diminuzione delle quotazioni. Tuttavia, se si esclude il petrolio, il quadro cambia: le esportazioni non petrolifere sono cresciute del 7,1% a valori correnti e del 6,3% in termini reali. La spinta è arrivata dalla cantieristica navale, dall’agroalimentare e dall’elettronica, mentre chimica e farmaceutica hanno mostrato difficoltà. Le vendite verso la UE sono aumentate del 22,5%, più che compensando la flessione nei mercati extra UE.

La relazione con il Mediterraneo e con l’Africa resta un elemento strategico. Tra il 2021 e il 2025 l’export siciliano verso il continente africano è stato pari in media a 1,9 miliardi di euro l’anno, con un peso del 14,3% sul totale regionale, molto superiore alla quota italiana. Questi rapporti sono ancora dominati dagli scambi energetici, ma anche al netto del petrolio la Sicilia mantiene un’incidenza superiore alla media nazionale. Il Piano Mattei, cioè il programma strategico del Governo italiano per rafforzare la cooperazione con i Paesi africani, può aprire ulteriori spazi in settori come energia, istruzione, sanità, agricoltura, acqua e infrastrutture, purché le risorse siano inserite in progetti concreti e non disperse in interventi frammentati.

Il mercato del lavoro mostra il contrasto più netto. Nel 2025 l’occupazione ha continuato ad aumentare, ma meno rispetto al biennio precedente. Il tasso di occupazione tra 15 e 64 anni è salito al 47,3%, il livello più alto dal 2019, ma resta distante dal 62,5% nazionale. Nel settore privato non agricolo, secondo i dati INPS, il saldo tra assunzioni e cessazioni ha raggiunto quasi 27.000 unità, poco più delle 26.000 del 2024. Le assunzioni nette a tempo indeterminato hanno rappresentato il 72% del totale, anche grazie alle trasformazioni nel pubblico dei contratti temporanei.

Dietro il dato positivo, però, ci sono fragilità profonde. L’occupazione femminile è diminuita dopo 4 anni di crescita. Il calo è stato ancora più marcato tra i lavoratori tra 25 e 34 anni. Anche i laureati occupati si sono ridotti dopo un periodo prolungato di aumento. È un segnale rilevante, perché proprio giovani e competenze alte dovrebbero sostenere innovazione, produttività e capacità di attrarre investimenti. Il rapporto segnala inoltre che tra il 2019 e il 2024 la Sicilia ha registrato una fuoriuscita netta di circa 30.000 residenti verso il resto d’Italia o l’estero. Nella fascia tra 25 e 44 anni il fenomeno è molto più intenso, anche se l’indicatore è migliorato nel tempo.

Le difficoltà di ingresso nel lavoro restano elevate. Solo il 13,4% dei non occupati riesce a trovare un impiego entro 12 mesi, contro il 21,4% nazionale. Tra chi entra nel mercato, circa il 55% viene assunto con un contratto a termine e quasi 1 su 10 trova lavoro fuori regione. La quota di nuovi occupati che accede a posizioni ad alta qualificazione è pari al 14,2%, contro il 20,2% italiano. Questo significa che il problema non è solo creare occupazione, ma creare lavoro capace di trattenere competenze, offrire prospettive e ridurre la dipendenza da settori tradizionali a minore produttività.

Anche i salari confermano questa debolezza. Nel 2025 le retribuzioni contrattuali sono aumentate, sostenute dai rinnovi dei CCNL e da adeguamenti nei settori più importanti per la regione, come edilizia e turismo. Tuttavia, la perdita di potere d’acquisto accumulata negli anni non è stata recuperata. Tra il 2008 e il 2023 le retribuzioni medie reali dei lavoratori dipendenti del settore privato in Sicilia sono diminuite del 15,8%, contro il 12,5% del Mezzogiorno e il 6,2% dell’Italia. In altre parole, anche quando il lavoro aumenta, non sempre produce un miglioramento sufficiente delle condizioni materiali delle famiglie.

Il reddito familiare ha comunque sostenuto i consumi. Nel 2025 il reddito disponibile delle famiglie siciliane è cresciuto anche in termini reali, mentre la spesa per consumi è aumentata in linea con la media italiana. A partire da marzo 2026, però, la fiducia dei consumatori è peggiorata a causa delle tensioni internazionali e del conflitto nel Golfo Persico. Inoltre, il benessere complessivo dei residenti, misurato anche attraverso condizioni sociali, ambientali e istituzionali, resta inferiore alla media nazionale.

Il credito offre un’altra chiave di lettura. Nel 2025 i prestiti all’economia siciliana sono cresciuti. I finanziamenti alle imprese sono tornati a espandersi dopo oltre 2 anni di riduzione, soprattutto per le aziende più grandi e nel settore dei servizi. I mutui alle famiglie per l’acquisto di abitazioni hanno accelerato, riflettendo l’aumento della domanda, mentre il credito al consumo è rimasto sostenuto. La qualità del credito è lievemente migliorata, con una riduzione del tasso di deterioramento e dell’incidenza dei crediti deteriorati. Il risparmio finanziario di famiglie e imprese è salito, con depositi in accelerazione e ricorso crescente ai servizi bancari a distanza, mentre prosegue la riduzione degli sportelli fisici.

Sul piano pubblico, il rapporto registra un passaggio significativo. La Sicilia ha beneficiato dell’Accordo per lo sviluppo e la coesione, sottoscritto a Palermo il 27 maggio 2024 dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dal presidente della Regione Siciliana Renato Schifani. L’intesa ha sbloccato 6,862 miliardi di euro del FSC (Fondo per lo sviluppo e la coesione) per il ciclo 2021-2027, lo stanziamento più rilevante firmato a livello nazionale, destinandolo a 580 interventi infrastrutturali e di riqualificazione distribuiti nell’Isola. Le risorse hanno riguardato soprattutto competitività delle imprese, transizione ecologica, tutela ambientale, mobilità sostenibile e rigenerazione urbana. Nel 2025 la spesa degli enti territoriali è aumentata, in particolare nella parte in conto capitale, cioè quella destinata agli investimenti, anche per effetto dell’attuazione delle politiche di coesione e del PNRR. Al 15 aprile 2026 alla Sicilia risultavano assegnati 12,6 miliardi di euro per interventi da realizzare nel territorio regionale o a favore di soggetti privati con sede nell’Isola, pari all’8,6% del totale nazionale. A fine 2025 le gare finanziate dal Piano erano circa 17.000, per un valore di 6,4 miliardi, con aggiudicazioni pari a circa il 75% dell’importo bandito, mentre i pagamenti effettuati ammontavano a quasi 4,8 miliardi, pari al 38,6% dei finanziamenti.

La cornice normativa è ampia. Il percorso di finanza pubblica regionale richiama anzitutto l’Accordo Stato-Regione del 16 ottobre 2023 per il rientro dal disavanzo. Il rapporto richiama poi Transizione 5.0, introdotta dal decreto legge n. 19 del 2 marzo 2024, per sostenere innovazione digitale ed energetica. Restano centrali la ZES unica (Zona economica speciale unica), la programmazione europea 2021-2027, il FESR (Fondo europeo di sviluppo regionale), il FSE+ (Fondo sociale europeo plus) e il FSC (Fondo sviluppo e coesione). Sul piano tributario comunale, la legge di bilancio 2024 ha inciso anche sull’imposta di soggiorno, consentendo nel 2025 incrementi entro determinati limiti.

In questo contesto si inseriscono i commenti istituzionali. Gian Luca Trequattrini, membro del Direttorio e vicedirettore generale della Banca d’Italia, ha indicato come obiettivo del prossimo decennio quello di fare della Sicilia il luogo più conveniente del Mediterraneo per investire, innovare e produrre, sottolineando che le risorse esistono ma servono continuità, competenze e visione strategica. Lo stesso richiamo riguarda la qualità della spesa: non basta utilizzare fondi europei e nazionali, occorre trasformarli in infrastrutture, innovazione, servizi e produttività. Il presidente Schifani ha letto il rapporto come conferma della strada intrapresa, insistendo sulla necessità di consolidare il passo, attrarre investimenti, semplificare le procedure e valorizzare i giovani.

Il punto politico ed economico, dunque, è tutto in questa contraddizione. La Sicilia cresce, ha conti regionali in miglioramento, costruzioni sostenute dai lavori pubblici, imprese ancora solide e turismo in movimento. Ma resta una regione nella quale il lavoro è troppo fragile e l’imprenditoria rimane in sospensione, l’occupazione femminile arretra, i giovani continuano a partire, i laureati diminuiscono tra gli occupati, le retribuzioni reali restano sotto i livelli del passato e l’economia dipende ancora in modo rilevante da comparti tradizionali o da spinte pubbliche. La crescita dello 0,6% non è un fallimento, ma nemmeno una garanzia. È un punto di passaggio. Per diventare davvero una piattaforma produttiva del Mediterraneo, l’isola dovrà trasformare risorse disponibili e segnali positivi in capacità amministrativa, innovazione, lavoro qualificato e trattenimento delle competenze. Altrimenti il rischio è che la Sicilia continui a crescere nei numeri, mentre perde proprio le persone che dovrebbero guidarne il futuro.

Immagine realizzata con Ia.